“Non possiamo non dirci naturalisti”. Un illuminante e pragmatico scritto di Carlo Rovelli sul pensiero contemporaneo.

Vi propongo questo illuminante articolo di Carlo Rovelli, uno tra i migliori scienziati italiani contemporanei (tale anche, a mio parere, per la capacità di compendiare nel proprio pensiero gli assunti di diverse discipline del sapere contemporaneo, e non solo), che fa il punto sul naturalismo, la filosofia più vicina alla scienza, dominante pressoché in tutto il mondo ma avversata in Italia. Trovo lo scritto interessante – e, appunto, illuminante, pure per chi non sia esattamente addentro alle questioni in esso trattate (anche se potrebbe sembrare un poco difficile) – perché riesce anche a tratteggiare con chiarezza lo stato della cultura contemporanea italiana ovvero certe sue alquanto opinabili peculiarità, nelle quali inevitabilmente si possono rintracciare le cause del generale degrado di esso – degrado che poi si riverbera sulla società intera, con i risultati che tutti abbiamo sotto gli occhi.
Nella necessaria riflessione sul perché l’Italia presenti problemi socio-culturali ben più gravi rispetto a buona parte delle altre nazioni occidentali ovvero della parte di mondo più avanzata, e su come essi si siano generati, questo scritto di Rovelli – anche se, lo ribadisco, non direttamente dedicato a tali questioni – rappresenta a mio modo di vedere un contributo assolutamente considerabile tanto quanto pragmatico.

Carlo Rovelli (e se cliccate sull'immagine, potete visitare la sua pagina nel sito del Centro di Fisica Teorica di Marsiglia, ove attualmente lavora.)
Carlo Rovelli (e se cliccate sull’immagine, potete visitare la sua pagina nel sito del Centro di Fisica Teorica di Marsiglia, ove attualmente lavora.)

Non possiamo non dirci naturalisti
Il punto sul naturalismo, la filosofia più vicina alla scienza, dominante nel mondo ma avversata in Italia. Anche da chi si autodefinisce realista.

“Naturalismo senza specchi” è un libro complesso, dove uno dei più brillanti filosofi contemporanei, Huw Price, che detiene la cattedra Bertrand Russell a Cambridge, discute una versione di quella che non è forse esagerato chiamare la filosofia dominante del nostro tempo: il naturalismo. È una versione che risponde implicitamente a molte posizioni anti-naturalistiche di casa nostra.
Il naturalismo, scrive Federico Laudisa in un recente volume intitolato appunto ‘Naturalismo’, “è diventato un quadro di riferimento generale per molte questioni filosofiche al centro dei dibattiti dell’ultimo mezzo secolo”. Come tutte le vaste tendenze di pensiero, il naturalismo non ha una definizione precisa e si declina in una varietà di forme; lo si può forse caratterizzare come l’atteggiamento filosofico di chi ritiene che tutti i fatti che esistono possano essere indagati dalle scienze naturali, e noi esseri umani siamo parte della natura, non entità distinte e separate da essa. Non è naturalista chi assume realtà trascendenti che possiamo conoscere solo attraverso forme non indagabili dal pensiero scientifico. Non è naturalista chi pensa che esistano due realtà: una natura che può essere studiata dalla scienza, e un’altra impermeabile alla scienza. Il naturalismo nasce nel pensiero classico greco, dispiegato per esempio in Democrito, rinasce dopo lungo silenzio nel Rinascimento italiano e si rafforza con i trionfi della scienza moderna. Diventa forte nel diciannovesimo secolo e oggi permea una parte vastissima della cultura mondiale. Tesi molto marcatamente naturalistiche sono state difese per esempio da Willard Quine, uno dei maggiori filosofi del ventesimo secolo. Una delle sue tesi più note ed estreme, in questo senso, riguarda la “naturalizzazione dell’epistemologia”: lo sforzo di ricondurre alle scienze naturali anche le questioni sulla natura stessa della conoscenza.
L’Italia, dopo il Rinascimento, è diventata singolarmente refrattaria al naturalismo, e lo è ancora. Nell’enciclica “Quanta Cura” di Pio IX, si condannava ferocemente “l’empio ed assurdo principio del naturalismo”. Non siamo più a questi eccessi, ma resta diffusa nel nostro paese, sia fra il pubblico che fra gli intellettuali, l’opinione magari vaga ma prettamente anti-naturalistica che “ci dev’essere ‘qualcosa’ al di là di ciò che si può studiare scientificamente”. La refrattarietà al naturalismo nel nostro paese si riflette in tutto ciò che ci distingue dalla maggior parte degli altri paesi sia occidentali sia in via di sviluppo. La nostra scuola è strutturata dall’idealismo crociano, i nostri filosofi adorano Heidegger, che non amava la conoscenza scientifica, la nostra stampa e televisione, con poche eccezioni, fanno la peggior la divulgazione scientifica del pianeta — basti pensare a “Voyager” —, il nostro parlamento non eccelle per cultura scientifica. Siamo l’unico paese del mondo dove scuole e tribunali espongono simboli religiosi, e l’unico paese, oltre forse all’Iran, dove i telegiornali raccontano ogni giorno cosa ha detto il leader religioso locale. Di naturalismo in Italia abbiamo sentito parlare quasi solo quando a scuola ci raccontavano quanto esso avesse fatto soffrire Leopardi…
In questo clima non stupisce che anche i nostri migliori intellettuali si tengano a una certa distanza dal naturalismo. Nel suo libro che al naturalismo è dedicato, Laudisa si affretta a scrivere: “non condivido il grande entusiasmo che manifesta per il naturalismo la stragrande maggioranza dei miei colleghi” —evidentemente stranieri. Laudisa rimprovera al naturalismo sopratutto di non essere in grado di rendere conto degli aspetti normativi (ed estetici) del pensiero. Più marcatamente, forse per il retaggio della tradizione culturale da cui proviene, Maurizio Ferraris, nella sua pur benemerita crociata illuminista contro le degenerazioni del pensiero che vuole leggere tutto come sola “costruzione sociale”, si affretta ad aggiungere nel suo ‘Manifesto’: “Non si tratta affatto di dire che tutte le verità sono in mano alla scienza”. Ferraris distingue realtà “naturali”, come montagne alberi e stelle, da realtà “sociali”, come contratti, valori, e matrimoni, che sono realtà, ma costruite socialmente. Pur provenendo da tradizioni di pensiero lontane, Laudisa e Ferraris vedono entrambi i limiti del naturalismo là dove inizia il pensiero umano.
Questa è esattamente la questione da cui parte Huw Price. Price lo chiama il “problema della collocazione” (‘placement’), e lo formula come la domanda di dove “collocare” nel mondo dalle scienze naturali entità come i valori morali, la bellezza, la conoscenza, la coscienza, la verità, i numeri, i mondi ipotetici, le leggi, eccetera: tutte quelle entità che sembrano meno compatibili, per esempio, con il mondo descritto dalla fisica. La risposta di Price si articola in due passi. Il primo è l’osservazione che il nostro linguaggio e il nostro pensiero non sono necessariamente rappresentazioni di qualcosa di esterno. L’osservazione è il cuore della filosofia della seconda fase di Wittgenstein: contrariamente a quanto ipotizzato dalla più diffusa teoria del linguaggio (caratteristica per esempio di Gottlob Frege, il padre della logica moderna), il nostro linguaggio e il nostro pensiero fanno ben altro che designare oggetti e proprietà di oggetti. Se guardo il tramonto e dico “che meraviglia!” alla compagna che ho accanto, non sto designando una ipotetica entità “meraviglia” che sia là, vicina al sole che tramonta. Sto esprimendo l’effetto del tramonto su di me, sto rafforzando quel legame di vicinanza con la mia compagna che viene dall’essere insieme a gioire dello spettacolo, oppure sto cercando di mostrarle qualcosa della mia intimità, o forse mille altre cose ancora, nessuna delle quali ha a che vedere con un oggetto esterno “meraviglia”. Interpretare il linguaggio come qualcosa che si riferisce necessariamente a qualcosa di esterno è creare dei falsi problemi di metafisica. Interpretare le nostre sofisticate e complesse attività linguistiche come affermazioni su una realtà esterna è l’errore che, secondo Price, genera il falso problema del “collocamento”.
Il secondo passo di Price è un sottile slittamento dell’idea centrale del naturalismo: porre l’accento sul fatto che noi, esseri umani, siamo parti della natura. E noi possiamo essere studiati dalle scienze naturali. Price lo chiama “naturalismo del soggetto”. Valori morali, bellezza, conoscenza, coscienza, la nozione di verità, i numeri, i mondi ipotetici, eccetera, non vanno compresi come arredamento metafisico del mondo, e neppure dichiarati “illusori”: vanno compresi come aspetti del comportamento di noi stessi, esseri naturali complessi in un mondo naturale complesso. Questo non toglie la possibilità di studiarli anche in forma autonoma: un matematico studia i numeri, un filosofo dell’etica studia i valori morali, e così via. Diritto, estetica, morale, logica, psicologia… sono scienze autonome. Ma i presupposti di queste discipline, e le realtà di cui si occupano non contraddicono il naturalismo, perché sono riconducibili alla coerenza generale del mondo naturale, come la chimica è compatibile con la fisica: il nostro pensiero e la nostra vita interiore sono fenomeni reali, generati da noi, creature naturali in un mondo naturale.
Molti campi vivacissimi della scienza contemporanea si concentrano oggi nello sforzo di riempire di contenuto questa intuizione: scienze del cervello, scienze cognitive, etologia, antropologia, linguistica, psicologia… Una sterminata letteratura sta crescendo, dedicata a comprendere noi stessi in termini naturali. Un testo che riassume lo sforzi per comprendere in termini evolutivi la nostra capacità di conoscere, per esempio, è “Teoria evoluzionaria della conoscenza” del filosofo tedesco Gerhard Vollmer, da poco pubblicato in Italia. C’è moltissimo che ancora che non capiamo, perché, come sempre, quello che non sappiamo è immensamente di più di quello che sappiamo, ma stiamo imparando moltissimo.
Forse curiosamente, riportare noi stessi alla nostra realtà naturale, che per Price ha radici nel pragmatismo e nel rispetto per ciò che abbiamo imparato sulla realtà grazie alla razionalità scientifica, finisce per riallacciarsi proprio alle intuizioni di Nietzsche, che per altra via sono sfociate negli eccessi del postmoderno: prima di essere animale razionale l’uomo è animale vitale (“Sono i nostri bisogni che interpretano il mondo… Ogni istinto ha la sua sete di dominio.”); vero, ma anche la nostra ragione nasce da questo magma, e ne emerge come la nostra arma di gran lunga più efficace. Su questo intreccio segnalo anche un libretto di diversi anni fa proveniente da tutt’altro mondo: “Gli istinti dell’uomo” di Antonio Balestrieri. Come presidente della Società Italiana di Psichiatria, Balestrieri giocò un ruolo centrale per l’approvazione della grande riforma della legge 180, vanto dell’Italia, la legge che ha chiuso i manicomi liberando l’umanità da una grandissima sofferenza, e ha fatto scuola in tutto il mondo. Con la semplicità di chi con la mente umana, la sua forza e la sua debolezza, ci deve lavorare, Balestrieri delinea un quadro per comprendere la rete di relazioni fra istinti e ragione, e tratteggia il percorso evolutivo naturale che ci può aver portato ad essere quello che siamo, esseri di emozioni ed esseri pensanti.
In favore di questo naturalismo umile e completo il libro di Price argomenta con forza e rigore: siamo creature naturali in un mondo naturale, e questi termini ci danno il miglior quadro concettuale per comprendere noi stessi e il mondo. Siamo parte di questa natura splendida e ricchissima, di cui sappiamo ancora così poco, ma abbastanza per capire che essa è sufficientemente complessa per dare luogo a tutto ciò che siamo, compresa la nostra etica, la nostra possibilità di conoscere, il nostro sentire la bellezza, e la nostra capacità di emozionarci. Fuori di essa non c’è nulla. Per un fisico teorico come sono io, per un astronomo abituato a pensare la sterminata distesa di più di cento miliardi galassie, ciascuna formata da più di cento miliardi di stelle, ciascuna con la sua ghirlanda di pianeti, su uno dei quali noi non siamo che un fenomeno breve e fugace, granelli infinitesimi di polvere persi nel cosmo sterminato, questa non può essere che un’ovvietà. Ogni uomo-centrismo impallidisce di fronte a questa immensità. Questo è il naturalismo.

Fonti citate:
– Huw Price, “Naturalism without mirrors” (Oxford University Press, Oxford 2010)
– Federico Laudisa, “Naturalismo” (Laterza, Roma 2014)
– Maurizio Ferraris, “Manifesto del nuovo realismo” (Laterza, Bari 2012)
– Gerhard Vollmer, “Teoria evoluzionaria della conoscenza” (Ipoc, Milano 2012)
– Antonio Balestrieri, “Gli istinti dell’uomo” (La Garangola, Padova 1998).

Ecumænicheismo

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto inedito che probabilmente farà parte di una raccolta mooooolto particolare, di futura pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…)

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I rappresentanti delle varie delegazioni si disposero lungo il palco semicircolare antistante la facciata della grande cattedrale e prospiciente la piazza ricolma di fedeli, per l’ormai imminente inizio della funzione celebrativa comune. La giornata era splendida, con il cielo terso come non mai e un’aria leggera e fresca che allietava l’intero paesaggio: un clima che tutti i presenti convennero di ritenere un dono divino, la prova di come “dio” – in qualsiasi modo le religioni presenti a quell’incontro ecumenico lo potessero a loro modo intendere, chiamare, pregare – offrisse il proprio consenso al grande convegno in corso. Tutte insieme, esse elevarono una sorta di orazione condivisa, che nella diversità dei culti riconosceva la natura originaria univoca di “dio”, il solo e giusto punto di incontro di tutte le confessioni religiose lì riunite, e ora pronte a dare inizio alla funzione comune.
La brezza mattutina si fece ancora più frizzante, e sembrò spargere un brivido, un fremito leggero e piacevole non solo nei presenti ma nell’intera piazza e ovunque intorno. Per questo le prime concitate urla non ruppero ancora la mistica atmosfera che pareva aleggiare sul luogo, la quale però svanì totalmente un istante dopo, quando i grossi frammenti di sassi e marmo si schiantarono sul palco, seminando il panico generale. Scossa sismica, cedimento strutturale, qualcuno ipotizzò perfino un attentato: in ogni caso la sostanza degli eventi fu che la parte superiore del campanile della cattedrale crollò, schiantandosi al suolo in enormi cocci e investendo alcune delle delegazioni religiose presenti sul palco. I soccorsi furono immediati ed efficaci, tuttavia si dovettero registrare dei morti, ed alcuni feriti gravi. Ma al peggio di quel peggio i presenti poterono assistere di lì a poco, quando una certa calma tornò nella piazza portandosi però appresso tutta la reale irrazionalità in quei frangenti latente: mentre le delegazioni illese presero a pregare e ringraziare il proprio “dio” per averli preservati quali figli prediletti e non altri, al contrario puniti dall’appena manifestata “volontà divina”, viceversa quelle colpite gridavano tutto il loro dolore e lo sconcerto dacché essi, ugualmente figli prediletti di “dio”, erano stati strappati dalla propria missione evangelica terrena. Come poteva un “dio” unico e univocamente pregato mostrarsi buono con alcuni e crudele con altri? Ben presto le mutue invocazioni divennero biasimi, accuse, poi insulti, finché il cordiale e consacrato incontro ecumenico si trasformò in una violenta, feroce e blasfema rissa tra legittimi e illegittimi “figli di dio”…

Sul film e sulle vignette anti-Islam: quando ciò che in teoria eleva, in pratica degrada.

Gli abitanti della Terra sono di due tipi: quelli con cervello, ma senza religione, e quelli con religione, ma senza cervello. (Al-Ma’arri)

Ora che il grosso della tempesta pare passato, vorrei osservare come, a mio parere, nelle vicende relative alle pubblicazioni – film, giornali, vignette o che altro – su Maometto ritenute blasfeme, e alle conseguenti proteste di una certa parte del mondo islamico, non c’è in gioco e/o in discussione alcun diritto di espressione, alcuna libertà e alcun valore di fede. Il principio fondamentale a cui personalmente viene da riferirmi è molto semplice: la libertà è e deve essere assoluta finché non lede in modo evidente e indiscutibile quella altrui. Dunque, la libertà è per sua natura rispetto reciproco, altrimenti diventa prevaricazione, cioè il seme della tirannide.
In verità, trovo che le suddette vicende rivelino invece per l’ennesima volta la tremenda distorsione rappresentata dalla religione, e dall’uso che ne viene fatto da che essa è diventata strumento di potere, ovvero un qualcosa di totalmente antitetico al concetto più autentico di “fede”. Se questa è realmente viva in un individuo, costui non farà altro che compatire chi la dileggia, dacché saprà bene che nessuna cosa terrena, peraltro così discutibile, potrà nemmeno lontanamente scalfire quella sua fede e, ancor più, la/le entità divine (o quanto di assimilabile a ciò) a cui farà riferimento con la propria devozione. Ritenere anzi che ciò che è sacro/divino possa essere offeso da qualcosa di umano/terreno, mi pare a tutti gli effetti una sorta di autodegradamento di quel proprio credo!
Invece sulla fede – che è bisogno individuale di spiritualità, di relazione più o meno diretta con il divino e stop, nulla di più (ed è già tanto, sia chiaro!) – s’è appoggiato e costruito nei secoli il potere delle religioni, il dominio delle strutture gerarchiche derivate, e il conseguente confronto/scontro tra religioni diverse, sovente sfociate in terrificanti guerre – già questa evidenza storica un controsenso totale, tanto significativo quanto spaventoso.
La religione diventa così strumento di controllo, di assoggettamento e di coercizione, nonché per ciò arma di attacco sempre ben affilata e assai efficace, il cui uso comporta regolarmente la risposta da parte dell’avversario – anche qui, pure, alla faccia di quanto esse di frequente affermano: non a caso il vecchio adagio popolare predicar bene e razzolar male proprio ai rappresentanti di questo potere si riferisce! Non solo, per quanto sopra diviene pure ottimo mezzo di bieco marketing: e che sia politico, religioso o commerciale, non cambia la sua retriva e deleteria natura.
Insomma, in tutto ciò la fede – cioè la cosa fondamentale (in teoria) per qualsiasi credente, lo ribadisco – non c’è, non centra nulla, ne è totalmente avulsa e antitetica, appunto. Non c’é in chi diffonde film o vignette potenzialmente offensive, non c’é in chi pratica la violenza per protestare – senza nemmeno, io credo, aver visto quel film o quelle vignette. No, c’è solo una reciproca volontà di sopraffazione, ovvero una mera rivendicazione di potere e di dominio politico. Appunto, qualcosa che, analogamente a quanto sopra, non centra nulla con qualsivoglia libertà, di pensiero, d’espressione, di fede o che altro.
Finché questa stortura politica, filosofica, culturale e sociologica resisterà in questo nostro mondo già tanto derelitto di suo, tali vicende non conosceranno di sicuro alcuna fine.

A tante sciagure ha potuto indurre la religione. (Tito Lucrezio Caro)

Le religioni sono come le lucciole: per risplendere esse hanno bisogno dell’oscurità. (Arthur Schopenhauer)

(N.B.: tutte le citazioni sono tratte da Wikiquote)

La recensione di “Cercasi la mia ragazza disperatamente” sul blog letterario I Love Books


Un’altra assai lusinghiera recensione! Ecco qui, infatti, l’articolo su Cercasi la mia ragazza disperatamente pubblicata da I Love Books, l’ottimo blog letterario di Fra & Fede che ringrazio molto, per aver dato spazio al libro nonché per averlo letto e recensito – merito di Fra, ciò.
Cliccate sulle immagini per leggere la recensione, oppure QUI per sapere ogni cosa sul libro, leggerne la rassegna stampa completa ed acquistarlo, su carta o come ebook.
Dunque, in un modo o nell’altro, buona lettura!