Nicolas Dickner, “Apocalisse per principianti”

cop_Apocalisse-per-principiantiLa fine del mondo. Quante ne abbiamo scampate, fino ad oggi? C’era quella dei Maya, il 21 dicembre del 2012, poi quella “tecnologica” del cambio di millennio, oppure quella del millennio precedente senza contare tutte le apocalissi portate con sé dalle stelle comete in transito nei pressi della Terra, oppure degli asteroidi – pare ce ne sia uno che stia prendendo la mira, per tentare di fare strike col nostro pianetucolo intorno al 2030, o giù di lì… Fatto sta che, al momento, siamo ancora qui. Tutte quelle previste e presunte catastrofi finali c’hanno dato buca. Per fortuna, o purtroppo.
Ma, ora: supponete di possedere per genetica familiare la prerogativa, durante i vostri sogni (o incubi) notturni, di predire la fine del mondo. Ma non tanto e non solo l’evento in sé, ma pure la data e l’ora precise in cui avverrà. Dote inopinata e parecchio tremenda, converrete, soprattutto se poi, come detto, nelle date previste le apocalissi temute non si avverano, perché in tal caso c’è motivo di andar fuori di testa.
Effettivamente a buona parte dei membri della famiglia Randall è successo questo. A tutti o quasi, meno che a Hope Randall, protagonista di Apocalisse per principianti, romanzo dello scrittore canadese (francofono) Nicolas Dickner (Keller Editore, 2012, traduzione di Silvia Turato; orig. Tarmac, 2009). Forse perché ancora giovane – è in età da college – e non ancora consapevole della particolare virtù familiare, Hope è certamente la più assennata della sua famiglia – anzi, è palesemente dotata di intelligenza superiore (Q.I. pari a 195) e spiccatamente razionale – mentre ad esempio la madre, che la sua brava predizione catastrofista l’ha già avuta, da tempo manifesta segnali di squilibrio mentale preoccupanti, vivendo (e costringendo la figlia a vivere) come se ogni giorno fosse l’ultimo…

dickner_photo-bwLeggete la recensione completa di Apocalisse per principianti cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

INTERVALLO – Le “sculture di libri” di Guy Laramée

book-6-640x851La letteratura è arte (nonostante certe cose edite, sì!), e il libro è l’oggetto culturale per eccellenza. Ma può diventare, l’oggetto-libro, arte a sua volta, ovvero qualcosa che narra una storia attraverso la forma (estetica) e non la sostanza contenuta? O, per dirla in altro modo, che attraverso l’intervento artistico può generare una nuova sostanza narrativa?

book-3-640x751Per Guy Laramée, artista canadese, assolutamente sì, e lo dimostra con le sue incredibili sculture di libri, per le quali scava solchi tra le pagine e ne estrae un microcosmo fatto di sublimi paesaggi naturali e immaginari, partendo dal presupposto che la conoscenza ultima potrebbe nascere dall’erosione e dalla sottrazione piuttosto che dall’accumulo. Per questa ragione i suoi tomi enciclopedici tornano a non dover più dire nulla, ovvero a raccontare molto pur senza più spendere alcuna parola, comunicando direttamente allo sguardo (e all’animo) attraverso opere effettivamente spettacolari e di notevole accuratezza esecutiva grazie alle quali i libri diventano qualcosa di nuovo pur rimanendo formalmente sé stessi.

Guy-Laramee-yatzer-7Cliccate QUI per saperne di più (da un articolo di www.collateral.al, dal quale traggo anche le immagini) oppure sulle fotografie delle opere per visitare il sito web di Laramée e conoscere meglio l’artista e tutta la sua produzione.

INTERVALLO – Québec City, “Moby Dick” snow book sculpture

Annualmente a Québec City, in Canada, si svolge il cosiddetto Winter Carnival, che tra i suoi eventi annovera un concorso di sculture di neve. Qualche anno fa, tra le sculture presentate, una delle più apprezzate è stata quella di Horacio Castrejón Galván, Luis Alberto Campomanes Martinez and Hermann Seedorf de Colombres, dal Messico, che hanno voluto raffigurare nella loro opera il celeberrimo Moby Dick, romanzo di Hermann Melville nonché, in senso lato, rappresentare tutti i grandi capolavori della letteratura e le loro indimenticabili storie.
snowbook1
Così è stata presentata l’opera: “Scolpire la neve è un’occasione per raccontare una storia, è uno spazio per dire qualcosa. In questo caso, la storia di Moby Dick è un pretesto per gli artisti per creare forme dinamiche e cercare di realizzare una “immagine” piena di vita e di movimento.
In fondo tutti i libri sono pieni di vita e di movimento, e con questo fatto di neve, dunque assolutamente consono al periodo, auguro a tutti un buon 2015!

Il bistrattato racconto nell’Olimpo letterario. In fondo è anche questo, il Nobel ad Alice Munro.

Dunque, il Premio Nobel per la Letteratura 2013 – probabilmente il più popolare e rinomato tra i riconoscimenti conferiti dall’Accademia Svedese – è andato alla scrittrice canadese Alice Munro, “master of the contemporary short story” come si legge nella motivazione del premio: sì, perché la Munro è soprattutto un’autrice di racconti, tant’è vero che l’unica sua opera pubblicata come romanzo, Lives of Girls and Women del 1971, è in realtà a sua volta una raccolta di novelle interconnesse l’una all’altra, peculiarità che ha concesso all’opera di essere considerata un “romanzo”, appunto.
Ora, al di là delle varie e assortite notazioni che verranno formulate al proposito e di quanto si scriverà circa la vincitrice – la quale peraltro sta già ricevendo l’apprezzamento dei colleghi italiani: tra i primi Walter Siti, ultimo vincitore del Premio Strega, che ha commentato: “Finalmente hanno dato il Nobel a una scrittrice di grande valore. Capita che lo diano per ragioni geopolitiche, ma in questo caso è indiscutibile.” – mi permetto personalmente di considerare questo Premio Nobel ad Alice Munro un riconoscimento alla forma letteraria del racconto, così tante volte bistrattata, considerata figlia d’un dio letterario minore, denigrata da molti (con perfetta par condicio: editori, autori, lettori) quasi fosse scaturisse da un esercizio di scrittura debole, incompleto, incapace di narrare storie lunghe a sufficienza da poter essere considerate letteratura “autentica”, come al contrario sempre il romanzo si ritiene sia – almeno in principio.
Invece no, non è affatto così. Il racconto è letteratura alla massima potenza, è una cosa di cui sono convinto da sempre e che più volte ho sostenuto in diversi articoli (spalleggiato da altre ben più prestigiose “firme”): per tale motivo trovo questo Nobel particolarmente apprezzabile. A ben vedere, non è assolutamente semplice scriverne uno ben fatto, di racconto. Chi si impegna a scriverlo non può e non deve prenderlo sottogamba, non può considerarlo un lavoro minore, appunto, meno prestigioso e, magari, meno “responsabilizzante”. E’, secondo me, l’esatto contrario: il racconto è un possente e sublime esercizio di alta letteratura, lo ribadisco, in grado di narrare storie con rara intensità e capace di rivelare molto della bontà e della qualità di uno scrittore. Deve necessariamente essere, per sua natura e per suo destino, un testo pulsante, fremente, ricco fin dalle prime righe di spessore, denso d’un valore letterario che non può permettersi momenti di pausa, proprio perché la pagine a disposizione sono poche. Il romanzo, anche quello più movimentato, può permettersi qualche pagina di “quiete” narrativa, perché appunto avrà poi tutto il tempo, lo spazio e le parole per recuperare; il racconto no, deve definirsi da subito, delineare la propria “personalità” immediatamente, prendere il lettore e portarlo subito dentro la storia narrata senza troppi tentennamenti, e anche per questo, per imporre una tale vigoria al lettore che, inevitabilmente, si aspetterà che essa non scemi e anzi che la conclusione sia degna di tutto il resto, deve restare così denso e carismatico fino all’ultima riga. In fondo, sono le stesse considerazioni messe in luce dalla motivazione al premio: “Alice Munro è nota soprattutto come autrice di racconti ma sa portare in ciascuna storia altrettanta profondità, intelligenza e precisione come la maggior parte dei romanzieri in tutta la loro opera: leggere Alice Munro è imparare ogni volta qualcosa cui non si era mai pensato prima”.
Insomma, se il bravo scrittore è in grado di scrivere un capolavoro sia in forma di romanzo che di racconto, è ben più facile scrivere una gran schifezza sottoforma di racconto che di romanzo. Ecco perché di racconti ben scritti e compiuti, nel senso che ho qui delineato, ce ne sono in giro pochi – ovvero, ci sono pochi bravi autori capaci di scriverli e spesso, appunto, per generale sottovalutazione del genere e del suo valore. Per questo, credo che considerare il racconto una forma letteraria minore sarebbe come ritenere che un capolavoro pittorico debba necessariamente essere di grande formato, e che invece una piccola tela non possa esserlo. Il tutto, ovviamente, senza alcuna contrapposizione tra opera lunga e opera breve, tra romanzo e racconto: anzi, semmai è il contrario, che entrambi i generi possano brillare di intensa luce propria non può che illuminare ancor di più l’intero panorama letterario e “riscaldare” la passione di ogni lettore.
E’ un Nobel a suo modo significativo, dunque, quello conferito ad Alice Munro, che rende omaggio non solo a una grande scrittrice, ma pure a una parte importante della produzione letteraria contemporanea.

Patrick McGrath, “Grottesco”

cop_grottesco_McGrathLeggo sul dizionario: “Grottésco agg. e s. m. [der. di grottesca] (pl. m. -chi). – Stranamente e bizzarramente deforme, riferito in origine alle pitture parietali dette grottesche, e poi in genere a tutto ciò che, per essere goffo, paradossale, innaturale, muove il riso pur senza rallegrare: figura g.; aspetto g.; una situazione g.; un tipo, un personaggio g.” E di seguito: “In letteratura, è uno degli aspetti del comico, che nasce da uno squilibrio, da una sproporzione voluta fra gli elementi rappresentativi (per es., la morte di Morgante nel poema del Pulci), o dal contrasto fra la drammaticità, la grandiosità della rappresentazione obiettiva di un personaggio e lo spirito parodistico o satirico nel quale lo scrittore lo immerge o con cui risolve inaspettatamente una situazione non comica (come, per es., in taluni episodî del Don Chisciotte, o dei poemi cavallereschi italiani).
Poi leggo cosa afferma al proposito Hugo Coal: “E odo alle mie spalle soltanto un mormorio di voci basse, smorzate, magari un frusciare di seta, un respiro rattenuto, o anche uno sbuffo di gioia, la scena che mi raffiguro è una scena di depravazione erotica: sesso in poltrona nel cuore del pomeriggio. E’ questo che intendo quando parlo di grottesco: fantasticherie, bizzarrie, assurdità incongrue. Sì, perché quando una volta Cleo è entrata nel salotto e con un grido d’indignazione mi ha rigirato la carrozzella, ho scoperto che i due, Harriet e Fledge, stavano… giocando a scacchi!” (pag.79). Hugo Coal è il protagonista di Grottesco, romanzo di Patrick McGrath (Adelphi, traduzione di Claudia Valeria Letizia, 1° ed. Marzo 2003; orig. The Grotesque, 1989) dal titolo quanto mai programmatico e significativo; Cleo è la figlia prediletta, Harriet la moglie, Fledge il maggiordomo…

Leggete la recensione completa di Grottesco cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!