La vita straordinaria di un “Tizio Tratanti”… Una mia intervista per ScrivendoVolo

E’ da ieri on line su ScrivendoVolo.com, il sito internet per gli amanti della scrittura e della lettura, la bella e articolata intervista dedicata al sottoscritto e ai due romanzi attualmente editi con protagonista il personaggio di Tizio Tratanti – ma non solo ad essi, visto che mi è stata data l’occasione anche di toccare molti altri argomenti, di carattere personale e generale.
Desidero ringraziare molto l’intera redazione di ScrivendoVolo – che peraltro non è solo un sito web ma anche una rivista letteraria on line, un servizio editoriale a disposizione di tutti gli autori (correzione bozze, editing, consulenza editoriale, schede di valutazione…) e un ufficio stampa per autori ed editori con l’obiettivo di promuovere e pubblicizzare i libri con un attento lavoro al riguardo; il tutto con il prezioso patrocinio di Historica Edizioni – e in particolare Daniele Dell’Orco, direttore editoriale di ScrivendoVolo e a sua volta scrittore.
Cliccate QUI per accedere direttamente all’intervista nel sito di ScrivendoVolo, mentre cliccando sulla copertina di La mia ragazza quasi perfetta, lì sopra, potrete conoscere ogni informazione utile sul romanzo e sul suo protagonista (il quale lo è pure di Cercasi la mia ragazza disperatamente, appunto…)

Di seguito un assaggio dell’intervista…

A giudicare dal nome del protagonista dei suoi romanzi, Tizio Tratanti, si potrebbe quasi pensare che questo personaggio parli, in realtà, di tutti noi. Ci spieghi questa scelta.

Cop_LMRQP_taglio2Sì, sotto molti aspetti è così, o per meglio dire: è il classico “uno a caso”, l’individuo ordinario pescato nella massa e che quindi di essa rappresenta la prima “immagine” statistica. In effetti chi e cosa è il personaggio “Tizio Tratanti” lo spiega bene il sottotitolo di “La mia ragazza quasi perfetta”: Vita straordinaria di un comune tizio tra tanti. Tizio è infatti un individuo assolutamente normale con una vita altrettanto ordinaria, al quale però accadono certe cose bizzarre, improbabili, surreali, apparentemente impossibili: cose straordinarie appunto, e che tale rendono pure la sua vita quotidiana. Ma cosa è “straordinario”, poi, nella vita di tutti i giorni? Spesso, lo sono quelle cose in fondo piccole, minime, a prima vista insignificanti, che tuttavia escono dai conformismi sui quali siamo portati a costruire la comune quotidianità, e che con questa loro minima eccezionalità possono anche rendere incredibile una vita altrimenti piatta e sciatta. Peccato che sovente, come accennato, non siamo più in grado di percepirle e apprezzarle, viceversa abbagliati da tanti altri elementi ritenuti “straordinari” per imposizione dall’alto ma che invece non rappresentano nulla di veramente importante, di veramente utile e virtuoso per il nostro vivere quotidiano, anzi: lo rendono ancora più conformato, dunque più piatto di quanto forse già è. Tizio Tratanti, invece, vuoi per proprio talento, vuoi soprattutto per il gioco delle coincidenze e delle probabilità, in tante di quelle piccole cose straordinarie vi ci si ritrova dentro, e tra le mille avventure che ne scaturiscono cerca di ricavarci qualcosa di buono, per sé stesso e per la sua quotidianità.

Continuate la lettura dell’intervista nel sito di ScrivendoVolo… E grazie per l’attenzione che vi dedicherete!

Silenzio (un racconto inedito)

Un racconto inedito, tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Buona lettura!

Silenzio

Silenzio se ne stava per un lunghissimo tempo, infinito, incalcolabile, acquattato nel profondo vallone del versante Nord della Grande Montagna, in quel titanico catino i cui bordi si frastagliavano nella forma di miriadi di pizzi, punte e pinnacoli che s’inarcavano spinti da chissà quali immane forze verso il cielo, nel tentativo di corteggiare con la loro baldanza le eteree nubi vaporose e vacue che salendo dalle basse valli s’intrufolavano nel profondo vallone con la loro languida timidezza, quasi che anch’esse respirassero al varco l’atmosfera di assoluto mistero che sospendeva quell’angolo del massiccio e se ne inebriassero, restando tuttavia imbambolate nel palpabile fascino. Lentamente scivolavano sui fianchi, in basso ancora verdi di praterie d’alta quota, muschi e nelle giuste stagioni rallegrati dai colori dolci delle fioriture, poi salivano quietamente carezzando il granito, conformandosi nelle sue pieghe, nelle spaccature, nelle crepe, nelle forme infinite che la Natura aveva scalpellato con la sua inimitabile arte. Poi salivano ancora, sempre lentamente, ove le punte rocciose divenivano assai ardite staccandosi in enormi spaccature dal corpo delle creste, e in queste si infilavano, cingendo quelle slanciate forme con il loro evanescente, preziosissimo velo, nel quale pareva il Sole facesse brillare le infinite gocce di umidità in sospensione, come polvere di diamante che innalzavano in un’aura ancor più fascinosa e regale tutte quelle vette, a guisa di cavalieri in alta uniforme al cospetto della grande regina, ancora più in alto, oltre ogni cumulo, assisa sullo sfondo cupo del blu celeste come indiscutibile dominatrice d’ogni paesaggio e d’ogni visione.
A questo quotidiano, elegantissimo rito, assistevano gli ultimi larici che dalle foreste del fondovalle riuscivano a spingersi ove già la quota toglieva loro parecchio della sanguigna vitalità, eppure tanti di loro rosseggiavano diradati fin nella brullezza delle morene, rosseggiavano forse d’emozione, forse di passione, forse di timidezza quasi sentissero d’essere non degli intrusi ma quantomeno degli arditi sfidanti le leggi d’un regno che giusto in quelle zone altitudinali prendeva a variare le proprie leggi in favore della forza, della potenza, della resistenza ed a scapito della grazia, della leggerezza, della finezza; ma lì presenti, le loro rosse ramature contribuivano ora ad accrescere il fascino del luogo, almeno fino a che, poco più sopra, i grandi massi di granito altezzosamente prendevano a brillare dei loro microscopici granelli di quarzo, scintillando nel vigore dei raggi solari la loro vittoria e il loro predominio tra le gande, le morene, le brulle praterie d’alta quota fin sotto le grandi pareti che ne cingevano il dominio.
Glacialmente impassibili, invece, lassù, i paurosi seracchi terminali dei grandi ghiacciai discendenti dalle gole alte della Grande Montagna osservavano il tutto dalla loro privilegiata posizione, freddi e distaccati ma sempre all’apparenza sul punto di scaricare parte del loro corpo verso il basso, quasi a ribadire con rabbioso puntiglio d’essere essi i discendenti di quei grandi apparati che il grande vallone avevano generato e non solo, come la morfologia di tutte le valli attorno al massiccio dimostrava. Ma parevano in effetti quelle fauci di ghiaccio sospese non solamente nello spazio – quasi pensili su pareti spesso assai ripide – ma anche nel tempo, ferme forse da dozzine d’anni, da secoli, chissà da quanto e quanto ancora… E mentre sugli altri versanti della Grande Montagna i grandi ghiacciai spesso e volentieri facevano sentire tutta la loro terrificante potenza e l’altrettanto spaventoso ruggito, scaricando tonnellate di ghiaccio dai seracchi in crolli titanici sulle morene sottostanti, e sollevando piccole nubi di bianchissima polvere che per parecchie ore poi scintillava nella luce solare, nel grande vallone del versante Nord essi rimanevano fermi, silenziosi, come in attesa di un qualcosa che forse mai avrebbe potuto giungere.
Questo era il regno di Silenzio. La sua dimora, la sua preferita magione. Altre ve ne erano tra le vette della Grande Montagna, ma mai come quella, così…silenziosa. Bastava poco, d’altronde: uscire dalla valle, tagliando le grandi pareti verticali attraverso le più accessibili cenge, superare le morene, spesso alte come ciclopiche mura di difesa di città fantastiche, scendere verso le praterie d’alta quota, dove solo raramente si spingevano le mandrie al pascolo, scendere ancora dove, al limite del bosco, la scarna prateria d’alta quota si faceva più decisamente utile e verde prato, dove apparivano le prime baite dei pastori… Ecco, qui, oltre ai rumori che a tutto ciò erano legati – le mandrie, i richiami dei pastori, i campanacci, i rari suoni di tutte quelle attività umane che vi si svolgevano – qui si poteva sentire il rumore del fondovalle, dei villaggi, delle strade, della gente operosa impegnata nelle opere quotidiane, il traffico nelle stagioni turistiche, il vociare degli escursionisti per i sentieri, nei prati e nei boschi, le musiche, gli strepiti, i fragori…
Oltre le baite, allora, oltre le praterie più alte, protetto dai bastioni rocciosi delle più ardite vette e dalle imponenti morene, nel suo vallone rimaneva Silenzio, da un tempo infinito in attesa.
E quando il Sole definitivamente scendeva, quando il cielo si faceva dapprima lattiginoso, poi violetto, leggero e via via più scuro fino a diventare il consueto, meraviglioso abito della Notte sfolgorante di mille e mille ori splendenti calante nel vallone con la solita, elegante regalità, Silenzio felice la accoglieva nel suo solito modo, senza alcun clamore ma pur con immensa emozione – la tenebrosa amica, sensuale amante del tempo notturno e sospeso: ella scendeva con il solito, lentissimo, inebriante fascino, che inesorabilmente avvolgeva ogni minima e massima cosa nel vallone. Ora, viceversa che nel giorno scintillante della gloria solare, tutto s’illuminava discretamente di finissima oscurità, come una sottile, evanescente velina della pagina – di tante pagine – d’un misterioso grimorio medievale, ora senza tempo e narrante di incredibile leggende, di prodigi, d’incantesimi e di magie.
Così, in Silenzio la Notte ad esso s’univa per generare quell’indicibile atmosfera nella quale pareva che veramente ogni cosa potesse accadere, e che si celava in quel vallone della Grande Montagna le cui grandi pareti l’immenso fascino proteggevano da chiunque avesse in spirito qualsiasi intenzione di inquinare tale incanto.
Allora coloro che naturalmente detenevano la gran fortuna di poter farsi cullare dalla pace di quel luogo, avrebbero potuto assistere a cose meravigliose. L’idillio della Notte e del Silenzio permetteva alle Stelle ed alla loro incredibile purezza luminosa di farsi ancora più scintillanti, d’illuminare il nero del cielo come di riflessi baluginanti di una immensa cupola di purissima ossidiana, scendendo nella loro spiraleggiante e lenta danza tra i radi larici, i fitti rododendri, i massi di granito e di quarzo delle morene, specchiandosi sui vetrati dei gran pilastri bianchi che sostenevano i ghiacciai sul bordo dei propri valloni laterali, sfolgorando per tutto il catino roccioso come fosse il cratere d’un gran vulcano dalla bonaria luminosità magmatica, pulsante e fremente ma mai sul punto di eruttare tutta la propria intrinseca forza – anzi compiacendosi della dimostrazione di quieta, inimitabile superiorità.
E l’incredibile entusiasmo che ammantava questi istanti eterni prendeva pure il vento, che leggero ma vivace penetrava sul proscenio come il modulato fiato entrante in un immenso strumento musicale melodiante ogni bellezza, un dolce, titanico flauto in grado di generare soavi suoni soprannaturali dagli elementi di luce e di Natura che in esso s’armonizzavano a creare quella prodigiosa eufonia. Note inudibili per gli spiriti non eletti componevano la sinfonia del silenzio, sulla quale la Notte danzava eterea nel suo lungo abito scuro scintillante di paillette. Persino il Tempo imperturbabile – certe volte così seccantemente testardo nel voler a tutti i costi correre avanti – si faceva ammaliare dalla silente festa in corso, e pareva anch’egli languire, poggiando il nerboruto e teso corpo sul gran giaciglio del verdeggiante fondovalle per assistere alla magia e attendere un attimo, un qualche suo attimo e un qualcosa, prima di riprendere nel suo obbligo eterno e immancabile. Le stelle scintillavano potentemente – un perfetto coro che tesseva le sue auliche strofe sulla sinfonia che melodiava intorno – e grazie al Tempo ogni cosa si sospendeva, si faceva magia, atomo su atomo e in ogni atomo racchiuso un qualche piccolo prodigio che nell’insieme contribuiva ad alimentare il fascino dell’immane incantesimo – il tutto a propria volta racchiuso nella rassicurante, materna, ancestrale stretta delle massicce, eleganti braccia della Grande Montagna.

Questo era il regno di Silenzio, la sua dimora, la sua preferita magione. Altre ve ne erano nel vasto massiccio della Grande Montagna, ma chissà, la Natura aveva voluto a questa donare più che ad altre quell’incommensurabile avvenenza che ad ogni istante si faceva possibile soglia per l’ingresso nel meraviglioso mondo della bellezza massima: la soglia che valicava la Notte e la sua voluttà, il giorno e la sua gloria, la Luna, il Sole e le stelle, il Cosmo intero e la sua infinità, ogni più grande prodigio e magia – pur nella propria apparente insignificanza – e tutti gli spiriti che sapevano riconoscere il gran tesoro che il vallone proteggeva gelosamente – ma non troppo, come un forziere resistente alla lurida mano del predatore ma capace di dischiudersi al cuore puro del sognatore e del poeta il qual scrivesse una rima in ogni istante della propria vita.
Quassù Silenzio se ne stava da e per un lunghissimo tempo, infinito, incalcolabile, nell’attesa la cui fine avrebbe rappresentato per egli – probabilmente – la più grande felicità. Era l’attesa che ne avvalorava l’essenza, facendola così preziosa tanto da manifestarsi solamente – almeno in una sua presenza così pura – in quello sperduto vallone sul versante Nord della Grande Montagna, dando le spalle alla civiltà più avanzata la quale, lontanissima, si cullava nei fondovalle e nelle pianure nella mirabolante confusione della propria modernità. E in questa, nel suo sfarzo rumoroso di mille virtù tecnologiche, l’uomo moderno pareva aver smarrito chissà in quale andito del tempo passato la capacità e la volontà di uscire dal proprio perfetto mondo per ritornare ad auscultare il nulla del tempo senza tempo, della sospensione ancestrale, dello stato di purezza pressoché assoluta grazie al quale alcune impensabili soglie aprivano i propri possenti portali per permettere il passaggio verso la conquista di quella bellezza da compiersi in compagnia del Sole, della Luna, della Notte e delle stelle e di tutti gli altri elementi eletti. Neanche si vedeva, la civiltà, nascosta sì e lontana non solo nelle proprie dissonanze ma anche nell’immagine eternamente, nebbiosamente scintillante, laggiù oltre le altissime creste algide, le vette in perenne ascesa verso il cielo, le maestose foreste, le valli chiuse e serpeggianti in forre in cui il silenzio della voce umana veniva assicurato dalla paura che esse suscitavano nel passante: oltre tutto ciò, laggiù, anche il tempo rumoreggiava con il proprio moto, ennesimo elemento di scissione tra due mondi all’opposto, vicini nella spazio, lontanissimi nell’essenza.
Ma chissà che un giorno, accompagnato dal Sole o dalla Luna, dal vento o dalla neve o dalla pioggia o da una buona luce o dal gran fascino della bellezza, qualcuno da laggiù fosse giunto ad annullarsi in quella immensità che tutto conteneva, in quel piccolo angolo di cosmo che sapeva attrarre tutte le stelle che il grande arco nelle notti limpide sapeva contenere – fortunatissimo spettatore della maestosa sinfonia silente, del propagarsi del mirabolante incantesimo, del mutare di quella litica, massiccia fortezza nell’immenso salone delle feste d’una reggia scintillante di mille e mille ori e diamanti e d’ogni altra guisa di pietre preziose e alchemiche…
Il tempo era accondiscendente, affascinato dall’incanto silente che inebriava ogni suo minimo istante. Egli per ora acconsentiva a donare l’infinito.
Così Silenzio attendeva, nel gran vallone sul versante Nord della Grande Montagna – la sua dimora, la sua preferita magione – il realizzarsi della sua più grande ed anelata felicità.

God bless… (un racconto inedito – per ora)

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà presto parte di una raccolta mooooolto particolare, di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…)

La ciurma al completo si era ormai radunata sul ponte della nave, alla fonda in una baia dall’acqua cristallina cinta a occidente da coste basse e sabbiose, dall’aspetto accogliente. Erano giunti in quel punto dopo diverse settimane di navigazione sotto costa, prima verso settentrione e poi verso meridione, senza che mai le terre emerse non chiudessero con continuità l’orizzonte di ponente. Ormai Messer Baldrago Centoforti, illustre geografo, cartografo e comandante della nave, non aveva più dubbi: quelle Vespucci_phototerre non erano certo parte dell’Asia, ma dovevano per forza essere un nuovo continente, con ciò confermando le proprie brillanti intuizioni in forza delle quali aveva organizzato la spedizione.
“Essendo nuova terra, come io intesi, v’è bisogno di conferire ad essa un adeguato nome. Or dunque io, Baldrago Centoforti, comandante di siffatta nostra spedizione e quindi per il diritto superiore che tal potestà rende a me acquisito, vi dico: in codesto anno Domini 1499 chiamerò questa nuova terra con il mio nome ovvero, come è d’uso nelle scienze geografiche e cartografiche, attribuendo ad essa il genere femminile del mio primo nome in lingua latina!”. La ciurma applaudì, concorde a quella decisione quasi all’unanimità. Quasi, sì, perché invece a Guidobaldo Mini, mozzo di bordo giovane ma assai perspicace, si raggelò il sangue.
“Da Baldrago si evince il latino Baldraccus…” continuò il comandante, “E da esso vi si derivi il nome di questa terra che sarà Baldr…”. Fulmineo e ignorato, Guidobaldo diede un calcio ad una cima lì accanto, che srotolandosi in pochi attimi fece sganciare il pennone dell’albero di velaccino il quale cadendo dall’alto colpì in pieno il Centoforti, lasciandolo esanime sul ponte, prima, e smemorato a vita poi. “Un terribile incidente!” gridò lesto il mozzo; e non fu certo più il nome di quella terra ma il come tornare in Europa il pensiero principale dell’equipaggio, orfano della guida del proprio immemore geografo-comandante.
Nel successivo anno di Grazia 1501 un altro vascello costeggiava quelle terre ancora del tutto ignote, e come per un inconsapevole déjà vu il comandante di esso aveva a sua volta radunato la propria ciurma, sebbene a riva. “Chiamerò queste nuove terre col mio nome ovvero col suo genere femminile, come d’uopo! Ordunque io, Amerigo Vespucci ovvero Americus, denominerò questa nuova parte del mondo America!”.
In mezzo alla ciurma Guidobaldo, nel frattempo promosso per la propria abilità e l’ingegno a marinaio scelto, se la rise tranquillo.

(P.S. (Post Scriptum!): Per questo racconto, come credo sia evidente, mi sono permesso di stravolgere allegramente la realtà storica sulle esplorazioni del cosiddetto “Nuovo Mondo”.
Non c’è mai stato alcun viaggio esplorativo nell’anno 1499 di tal Baldrago Centoforti, personaggio di pura fantasia. Vero è invece che fu per primo Amerigo Vespucci, nel 1501, a notare che l’estensione delle zone scoperte delle nuove terre scoperte pochi anni prima da Cristoforo Colombo si spingeva fino al 50º grado di latitudine sud, dunque evincendone di essere in presenza di un continente fino ad allora sconosciuto e non di una mera propaggine delle terre asiatiche.
La verità sull’attribuzione del nome
America al nuovo continente è invece incerta. Un’ipotesi sostiene che sia stato merito del cartografo tedesco Martin Waldseemüller, il quale decise di utilizzare il genere femminile (America) del nome latinizzato di Vespucci (Americus Vespucius), per indicare le nuove terre in una carta del mondo disegnata nel 1507 e contenuta nella propria opera Cosmographiae Introductio. Un’altra ipotesi invece retrodaterebbe l’attribuzione del nome America ad un periodo anteriore al viaggio di Vespucci del 1501, e ne conferirebbe il merito a Giovanni Caboto, il quale nel 1497 partì con una nave verso il nuovo continente grazie ad un finanziamento del ricco mercante gallese Richard Ameryk, in onore del quale il Caboto avrebbe denominato quelle terre America, appunto.
Curiosità, infine: il cognome del giovane e scaltro mozzo di bordo, Guidobaldo Mini, è in realtà il vero cognome della madre di Amerigo Vespucci, Elisabetta o Lisa Mini, nobildonna di Montevarchi.
Fonte per le notizie storiche: Wikipedia.)

La Speranza è l’ultima a morire. Forse. (Una poesia)

Carme Funebre alla Speranza

Oh come bella, terribilmente bella,
Fu la morte della Speranza!
Lividi petali di defunte rose a galla
Fluivan sulle lacrime con mestizia
De l’incessante pianto della Tristezza,
Ed offriva l’icona ultima la Bellezza
Prima di celarsi dietro un fosco velo.
Nimbiche armate nel basso cielo
S’ammassavan forte ruggendo,
Ma sulla Terra assai scemando
Andava pure il vento, ultima forza.
Giungeva come sì irriverente sferza
Di dietro adusti fusti l’empio ghigno
De la Superbia, e del Sussiego degno
Compare; e con veemenza la Stoltezza
Le man batteva sozze di sconcezza,
Nel mentre che Barbarie e Ignoranza
Ballavan un’iniqua e dissonante danza
Menando le lor ammorbate membra.
Intanto il lugubre corteo nell’ombra
Andava, su le spine mestamente
Il passo grave nel buio terrificante:
E d’una notte senza stelle il terrore
Ponea sul mondo un drappo di dolore.

Versi_Irregolari_blogComponimento tratto dal mio Versi Irregolari (2007, Maremmi Editore Firenze/L’Autore Libri, Collana Biblioteca ’80 – Poeti, ISBN 88-517-1242-5, € 16,80).
Versi d’amore, di Passione, di Dolore, di Morte, così recita la copertina interna del volume: 88 componimenti poetici divisi equamente nelle quattro sezioni sopra citate, una evoluzione stilistica che dagli stilemi classici punta lontano, finanche a forme poetiche avanguardistiche e innovative, attraverso le quali sfuggire alla “regolare” ordinarietà del mondo lasciando che l’occhio estetico che la poesia offre possa scovare e analizzare nuovi punti di vista sulla vita umana, rivelandone l’essenza più profonda, più vera e pura, scevra da qualsiasi conformismo e convenzionalismo che oscura la bellezza della vita stessa, la prima e più preziosa arte.
Cliccate sull’immagine del libro qui sopra per averne ogni informazione utile e per sapere dove/come acquistarlo. Buona lettura, e lunga vita alla poesia!

P.S.: no, per carità! Non pensatemi affetto da pessimismo cosmico! Giammai! Però nemmeno da pervicace e cieco (dunque pure ottuso) ottimismo, questo sì!

Ah, l’amore, l’amore… (L’amore?!?)

Dunque… Innamorato.
Bene, direi di sì, insomma, certo… Tuttavia mi viene da chiedermi: okay, ma cos’è poi l’amore? Concetto dal quale poi si deriva quell’attributo così agognato e sfruttato? Voglio dire: se io accuso Sandro di essere puzzolente ma egli non conosce ‒ o non riconosce – lo stesso concetto di “puzza” in base al quale io lo accuso dell’aggettivo derivato, come può lui dirsi e riconoscersi effettivamente tale?
Posto ciò… Cos’è l’amore? Cosa significa “amare”?
Beh, ad esempio il prigioniero condannato a morte su una nave di pirati lo sapeva bene cosa volesse dire amare! “A mare”!, urlava bieco il capitano, sancendone la sorte finale e spingendolo sull’asse a sbalzo dal ponte con la sua spadaccia. Inequivocabile, un senso del genere, dacché inequivocabilmente lasciava chi ne subiva l’effetto amareggiato! E non lascia così anche l’amore, assai spesso? In fondo, solo un cambio di vocale c’è di mezzo, per il quale si più follemente amoreggiare oggi, e domani rimanere follemente amareggiati, tanto da uscire di senno per aver perso l’amore, appunto. Ah, quanto può essere amaro l’amore!
Già, ma forse la regola del “cambio di vocale” potrebbe effettivamente valere: in fondo, se l’amore può essere accostato a una cosa, questa potrebbe essere un umore… Uno stato d’animo, una condizione di spirito del tutto propria, personale, cioè individuale… Infatti, rovinato un amore, rovinato l’umore! E il cuore non è più protagonista di tutto quanto, ma subalterno: non detta lui il ritmo, ma un ritmo è già nell’amore: vocale-consonante-vocale-consonante-vocale. Beh, un ritmo etimologicamente perfetto, la migliore (o la più suggestiva) armonia mai verbalmente generata tra vocali e consonanti! Dunque, sotto un altro punto di vista, comunque non un fine ma un mezzo: godere d’un buon amore per godere d’un buon umore!
E allora, tutti quelli che si dicono “innamorati”? E se fossero solo degli ingenui che camminano sul tremolante asse a sbalzo del ponte della nave dei pirati, convinti invece di starsene sul più fermo e sicuro piano? Così, basta un tremolio, un colpetto di vento, una piccola vocale variata… Splash! L’amore si fa amaro come l’umore, e da innamorati si diventa in-ammarati! E vai a dirglielo poi al pescecane, che già ti brama leccandosi i denti, che tu no, accidenti! Tu l’amavi, eri innamorato, non hai nemmeno capito come diavolo sei finito lì! Ma lui niente, fa pinne da mercante, apre bene bene le sue fauci… E tu cosa fai? Ne resti amareggiato, appunto!

Libro_CLMRD_12_ruotato_300Questo è un brano tratto da CERCASI LA MIA RAGAZZA DISPERATAMENTE (Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2011, ISBN 9788896838532, Pag.132, € 13,00, illustrazione di copertina di Vittorio Montipò – Ebook: ISBN 9788896838617 – € 7,00) il mio ultimo romanzo su carta e ebook disponibile in tutte le librerie della realtà e del web!
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