David Ohle, “L’era di Sinatra”

Cop_era_sinatraResto sempre molto scettico di fronte alle indicazioni e ai “consigli” che a volte campeggiano sulle copertine dei libri, con lo scopo di solleticare l’interesse del potenziale lettore ancor più di quanto possano fare titolo e copertina dei libri stessi ma pure, ciò facendo, condizionandone in qualche modo la libertà d’acquisto. Per carità, nulla di male, i libri si pubblicano affinché vengano acquistati, prima che letti – e, sia chiaro, non mi sto riferendo a quelle citazioni entusiastiche e glorificanti sparate a caratteri ben leggibili sulle copertine di certi libri (“Il romanzo che ha fatto impazzire milioni di lettori!”, robe del genere, ecco…) le quali, solitamente, sulle copertine vi stanno proprio per cercare di nascondere dietro quel loro “strillare” l’assai probabile pochezza letteraria del libro stesso (e difatti, solitamente, più citazioni di quel tipo vi sono, meno valido il libro è, dato che, ça va sans dire, quando di valore lo è non ha certo bisogno di simili sparate da bieco rotocalco di gossip!)
Posto ciò, devo però ammettere che per un libro come L’era di Sinatra di David Ohle, (ISBN Edizioni, 2007, traduzione di Matteo Colombo; orig. Age of Sinatra, 2004) la presenza di una “indicazione” è anche ammissibile, in forza delle classiche e super minimali copertine della casa editrice milanese (che l’illustrazione l’hanno, ma nelle facciate interne delle stesse), e vuoi anche perché David Ohle è poco meno che un UFO nel panorama letterario internazionale, al punto che nemmeno Wikipedia ha un articolo su di lui. Fatto sta che l’indicazione sulla copertina del libro, a mo’ di sottotitolo dello stesso, dice: Un romanzo molto strano. Il che vuol dire tutto e vuol dire nulla, dacché si potrebbe poi stare qui a disquisire per ore su cosa si possa e debba intendere in letteratura contemporanea col termine “strano”…

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Jørn Riel, “Viaggio a Nanga”

viaggio_nanga_copUna delle caratteristiche più evidenti e fondamentali della letteratura scandinava è da sempre – ovvero dalle antiche saghe fino alle opere contemporanee – la presenza più o meno marcata ma comunque immancabile della Natura in qualità di “personaggio” sovente attivo nelle storie, giammai di mero sfondo ambientale e/o scenografico. Immaginatevi dunque quanto una caratteristica del genere possa divenire ancora più fondamentale in una storia ambientata in Groenlandia, terra estrema di quelle (ormai rare) in cui la Natura è dominatrice incontrastata della realtà, con l’uomo che non può far altro che adattarvisi alla bell’e meglio, peraltro subendo spesso i suoi possenti “rimbrotti” climatici.
Per ben 16 anni, prima di divenire un autore di successo in Danimarca e non solo, Jørn Riel è stato uno di quegli uomini – soprattutto in qualità di ricercatore scientifico al seguito di diverse spedizioni – e certamente un’esperienza così intensa non poteva non avere nella sua sostanza un aspetto anche letterario: nasce da qui Viaggio a Nanga (Iperborea, 2012, con traduzione e postfazione di Maria Valeria D’Avino; orig. Rejsen til Nanga) così come tutti gli altri libri che lo scrittore danese ha dedicato alla Groenlandia e a quella ciurma di cacciatori artici che nelle sue storie popolano la costa nordorientale della grande isola…

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Ismar Gennari, “Giallo e blu”

cop_giallo-e-bluDa sempre sono un convinto sostenitore della forma letteraria del racconto, per i motivi che ho più volte espresso anche qui nel blog (in questo articolo, ad esempio): è un format letterario che può essere ben più potente e intrigante di quanto possa lasciar supporre la sua brevità più o meno accentuata, anzi, proprio grazie ad essa lo scrittore ha l’obbligo e la responsabilità – oltre che dover avere la dote, ovviamente – di condensare senso, sostanza, valore letterario e messaggio così che anche solo da poche righe il lettore possa ricavare dal testo una compiutezza piena e intensa, oltre che gradevole alla lettura.
Della forma-racconto ci offre la personale interpretazione Ismar Gennari in Giallo e Blu (Senso Inverso Edizioni), opera di debutto dell’autore bresciano che di brani (uso questo termine non a caso, visto che Gennari è anche musicista) ne contiene sedici, tutti piuttosto brevi (raramente superano le 5/6 pagine) e in tal modo definiti per una peculiarità che fin dalla lettura dei primi racconti risulta evidente: ognuno è infatti sostanzialmente dedicato a un singolo personaggio protagonista, a una particolare condizione di vita, ad uno stato d’animo, a una vicenda umana a volte più solare e positiva, altre volte assai cupa e amara…

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David Sedaris, “Mi raccomando: tutti vestiti bene”

cop_mi raccomandoE’ ormai luogo comune sostenere che sovente la realtà supera la fantasia, e che le storie inventate e all’apparenza impossibili che si possono leggere nei romanzi vengono spesso superate, se non doppiate, dalle circostanze della realtà di questo nostro bizzarro mondo sul quale stiamo. Vero, senza dubbio: le cronache quotidiane ci presentano e raccontano fatti che solo il miglior romanziere saprebbe inventarsi e narrare ovvero, di contro, che senza alcuno sforzo chiunque potrebbe mettere per iscritto e ricavarne un romanzo – in fondo è ciò che fa ormai per “regola di marketing” la TV, coi suoi tanti programmi di spettacolarizzazione dei fatti di cronaca più disparati, reality e docu-fiction spesso di infima qualità
E invece la realtà ordinaria? Quella fatta da tutte le piccole, minime, insignificanti azioni quotidiane, comuni a buona parte degli essere umani sul pianeta, dai soliti gesti, le solite parole, i più ordinari e “classici” luoghi comuni – questi sì, tali da un sacco di tempo – quella che, insomma, è la vita di tutti i giorni e di tutti (o quasi) noi? Qui si possono trovare spunti letterari? Verrebbe da rispondere di no, e con piglio piuttosto deciso. Cosa potrebbe accadere nella vita quotidiana ordinaria che uno scrittore nemmeno tanto creativo non potrebbe facilmente inventarsi?
Ecco: qui – e lo affermo subito – sta la dote principale di David Sedaris, autore americano ritenuto da molti “il miglior umorista americano vivente” che, bisogna ammetterlo, in questo Mi raccomando: tutti vestiti bene (Mondadori, 2006, traduzione del solito bravo Matteo Colombo; orig. Dress you family in corduroy and denim, 2004) offre al lettore una bella prova a sostegno di tale impegnativa definizione…

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Sherwood Anderson, “Molti matrimoni”

cop_molti-matrimoniSe qualcuno vi chiedesse di citare uno o più grandi nomi della letteratura americana del primo Novecento, credo che il nome di Sherwood Anderson difficilmente vi verrebbe di facile indicazione, a meno di una conoscenza diretta per motivi specifici. Eppure, c’è chi mise lo scrittore dell’Ohio addirittura sullo stesso piano letterario di James Joyce – lui sì, riconosciuto pilastro della letteratura del periodo: “Oggi (la citazione è del 1923), il mondo della cultura è più unito: negli ultimi cinque anni abbiamo visto consolidarsi il successo di due uomini di prima classe, James Joyce e Sherwood Anderson”. E chi scrisse ciò non fu certo uno sprovveduto in tema di cose letterarie, ma un altro pilastro della scrittura, non solo americana: Francis Scott Fitzgerald, che onorò di una personale recensione Molti matrimoni (Robin Edizioni 2011, traduzione di Alessandro di Blasi; orig. Many marriages, 1945), definendolo tra i migliori romanzi mai scritti da Anderson – in verità più apprezzato come autore di racconti.
Devo però subito notare una cosa: definire Molti matrimoni “romanzo” è non poco forzato, per come la sua trama delle 230 e rotte pagine dell’edizione Robin ne occupi non più di una decina…

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