Se un parco naturale finisce “fuori strada” (a bordo delle ruspe)

Su “ExtraTerrestre”, l’inserto ecologista de “Il Manifesto” che esce in edicola ogni giovedì, Serena Tarabini presenta una dettagliata analisi della variante al Piano della Viabilità Agro-silvo-pastorale proposta dal Parco delle Orobie Valtellinesi (in provincia di Sondrio), attualmente in fase di Valutazione Ambientale Strategica, che prevede 47 km di nuove strade definite al servizio di «attività del settore primario, quindi agricoltura e silvicoltura» ma che risulta evidente abbiano un “secondo” fine turistico – o per meglio dire elettrocicloescursionistico – oltre che un’utilità assai funzionale al sollazzo sgasante dei soliti motociclisti fuorilegge. Il tutto, ribadisco, in un’area di tutela naturale e ambientale qual è il Parco delle Orobie Valtellinesi (!) nei confini si trovano già quasi 450 chilometri di strade (!!). Scusate, ma… “area di tutela” dove?

Avevo già denunciato la questione in questo articolo, e ringrazio molto Serena Tarabini che nel suo (se lo volete leggete ma risulta riservato agli abbonati, lo trovate in pdf qui) ha ripreso alcune mie considerazioni su tali interventi infrastrutturali nei territori montani, spesso oltre i 2000 metri di quota, e, oltre all’impatto ambientale, sulla banalizzazione culturale che ne consegue, chiaramente mirata alla trasformazione sempre più spinta delle montagne in luna park per il turismo mordi-e-fuggi finanziata da soldi pubblici, dietro la quale si palesa la mancanza pressoché totale di idee, progettualità e visioni di sviluppo realmente consono ai territori e ai bisogni delle comunità che li abitano. È la banalizzazione anche politica della montagna, in pratica, quando invece diventa sempre più necessaria la rigenerazione della rappresentatività politica delle Terre alte, continuamente in balìa di iniziative e progetti calati dall’alto, senza alcuna interlocuzione con le comunità e privi di senso del contesto e del limite – nonché di buon senso in genere.

Scrive Serena Tarabini nel suo articolo:

Dietro ogni strada c’è una scelta culturale. Si può decidere che la montagna debba adeguarsi ai modelli di consumo della pianura, oppure riconoscere che la sua forza sta proprio nella differenza. Le Orobie rappresentano uno degli ultimi sistemi relativamente integri delle Alpi lombarde. La loro riqualificazione non passa necessariamente dall’asfalto o dallo sterrato battuto, ma dalla capacità di custodire ciò che le rende uniche.
La domanda, allora, non è quante strade servano, ma quale idea di montagna vogliamo consegnare al futuro. Se la risposta sarà affidata alle ruspe, i sentieri — e con essi una parte della cultura alpina — rischiano di diventare memoria. Se invece prevarrà una visione più lungimirante, la montagna potrà restare un luogo da abitare e attraversare con rispetto, non semplicemente da raggiungere.

A mia volta segnalo l’articolo al solito illuminante dell’amico e stimata guida alpina della Valmalenco Michele Comi che su “Montagna.tv” riflette su quando le ruspe prendono il posto dei sentieri e i danni all’ambiente e la rimozione della cultura delle Terre alte non sembrano essere un problema. Sì, perché la variante VASP del Parco delle Orobie valtellinesi ammetterebbe la distruzione dei percorsi locali originali, incluse mulattiere selciate e sentieri secolari, qualora la conservazione in situ non fosse ritenuta “fattibile”: un vero e proprio crimine, dal mio punto di vista. Scrive Michele:

La montagna non ha bisogno di nuove ferite, chiede mani attente, passi che conoscano le sue curve e i suoi sussurri. I vecchi sentieri, scolpiti dal tempo e dal cammino, sono vene di memoria. Chi vuole “salvare” la montagna farebbe meglio a camminare un vecchio sentiero, a guardarlo davvero, con occhi che sanno fermarsi. A capire che ciò che conta non si costruisce, si custodisce.
Non è la montagna ad aver bisogno di nuove strade, siamo noi che dobbiamo imparare a camminare.

Insomma, qui a finire fuori strada – a bordo di tante ruspe – è tutta la nostra montagna, spinta a “deragliare” da qualsiasi percorso razionale da soggetti evidentemente insensibili verso la sua bellezza e incapaci di dialogare con il suo Genius Loci. Soggetti che è bene riportare sulla “strada della ragione (montana)”, se si è in tempo per farlo.

“Nevediversa”, il dossier imprescindibile per capire la montagna invernale italiana, a Milano mercoledì 11 marzo

Il dossier di “Nevediversa”, la campagna annuale di Legambiente dedicata all’analisi del turismo invernale e degli effetti della crisi climatica sulle montagne italiane, è ormai diventato uno strumento – potrei dire LO strumento – indispensabile alla conoscenza dello stato dell’arte della montagna invernale italiana, il report che più di ogni altro monitora lo stato di salute delle Alpi e degli Appennini, da un lato denunciando l’insostenibilità del modello turistico monoculturale basato esclusivamente sullo sci di massa e sull’innevamento artificiale (anche grazie al censimento costantemente aggiornato degli impianti sciistici chiusi, semichiusi e quelli che faticano a restare aperti) e, dall’altro, analizzando le esperienze alternative e le buone pratiche che sempre più località montane mettono in atto per diversificare l’offerta turistica, rendendola resiliente ai cambiamenti climatici e all’evoluzione socioculturale del pubblico che frequenta le montagne italiane.

Da quest’anno partecipo anche io alla redazione del dossier: nei miei contributi ho analizzato la situazione attuale dell’industria dello sci in Lombardia, con un focus sull’ammontare complessivo dei finanziamenti pubblici regionali alle stazioni sciistiche, e ho cercato di capire se veramente lo sci e la sua economia sono in grado di contrastare lo spopolamento dei territori montani, che è una delle giustificazioni più citate da parte di politici e impiantisti a sostegno dei finanziamenti suddetti.

Il dossier “Nevediversa” 2026, che ogni anno diventa più dettagliato e ricco di analisi interessanti e illuminanti, sarà presentato il prossimo mercoledì 11 marzo a Milano, dalle 9.30 presso La Stecca degli Artigiani (a pochi passi da Piazza Gae Aulenti, qui in pdf) come da programma che vedete lì sopra. In quella sede, insieme agli altri prestigiosi relatori, a mia volta racconterò i miei contributi di cui vi ho detto con ulteriori considerazioni significative sui temi toccati. Non mancheranno a seguire le tavole rotonde di approfondimento con esponenti della politica, del comparto turistico invernale e dell’associazionismo ambientale e di montagna.

Inutile aggiungere che l’invito che vi porgo a partecipare alla presentazione, per l’importanza dell’evento e soprattutto dei contenuti che vi verranno esposti, è più che caloroso. Per partecipare occorre iscriversi qui.

Dunque, appuntamento a Milano, 11 marzo ore 9.30, “Nevediversa” 2026: non mancate!

P.S.: se proprio non ce la farete a essere presenti, sappiate che la presentazione sarà trasmessa in diretta Instagram e Facebook sulle pagine di Legambiente Alpi.

Le Alpi meravigliose e oniriche di Silvia De Bastiani

La mostra “Water and Peaks” attualmente in corso alla Fabbrica del Vapore di Milano consente di incontrare e conoscere – per chi già non la conosca – la mirabile ricerca artistica sulle Alpi di Silvia De Bastiani, artista di Feltre (oggi vive e lavora nel Primiero) che ha messo il proprio talento pittorico al servizio della sua profonda passione e conoscenza delle montagne, traendone raffigurazioni con l’acquerello delle vette alpine tra le più affascinanti oggi prodotte.

Le opere alpestri che crea sono solo apparentemente tendenti al realismo quasi iper, ma le pennellate di De Bastiani ne destrutturano le immagini fino a conferire loro un che di onirico, quasi di sovrannaturale, che denota e accresce il valore iconico delle vette raffigurate così come il fascino di angoli di Natura montana apparentemente ordinari eppure, percepiti attraverso la sua sensibilità artistica e per ciò osservati in un modo per molti verso nuovo, rivelanti tutta la loro magia.

Una sensibilità, quella di De Bastiani, della quale si intuisce bene la profonda genesi spirituale montana, che si fa poi talento raro per creare opere semplicemente sublimi, innanzi tutto per come sappiano trasmettere proprio quel soffio vitale che si emana dall’anima montana e che chiunque frequenti le montagne con passione sincera conosce bene perché allo stesso modo sente costantemente emanare dal loro paesaggio, che sia di rocce, ghiacci e vette protese al cielo oppure di erbe, alberi, boschi silenziosi e acque placide.

Se potete, andate a visitare la mostra alla Fabbrica del Vapore, è aperta fino al 6 aprile. Se nulla può sostituire ciò che dona il vagabondaggio alpestre nelle meraviglie della natura montana, gli acquerelli di Silvia De Bastiani ne riportano la bellezza e il fascino nella vostra mente, nel cuore e nell’animo. E vi faranno venire un gran voglia di (ri)salirci, sulle montagne, per viverle e osservarle con lo sguardo ancora più sensibile e profondo che i suoi quadri vi avranno donato, rivelato e alimentato.

(Tutte le immagini qui presenti sono tratte dalla pagina Facebook di Silvia De Bastiani.)

Enrico Camanni, “Le Alpi in 30 montagne”

Le montagne sono un grande libro sulle cui pagine fatte di rocce e terra gli uomini che le vivono hanno inscritto nel tempo la loro storia con un alfabeto tanto materiale, fatto dei segni e delle opere compiute e lasciate sul terreno, quanto immateriale, composto dal modus vivendi, dalla cultura, dai saperi elaborati lungo quel tempo e, dunque, dal dialogo con il Genius Loci dei monti vissuti e frequentati. Le Alpi, poste al centro dell’Europa e della sua geografia umana, un grande libro lo sono in modo particolare e peculiare, forse unico al mondo, essendo d’altro canto la catena montuosa più antropizzata del pianeta. Sono un libro fittamente inscritto, un palinsesto composto da innumerevoli storie e narrazioni affascinanti, affiancate e sovrapposte ma che per lungo tempo sono rimaste senza “lettori”, come un corposo volume lasciato nella trascuratezza sullo scaffale geografico e antropologico europeo. Finché qualcuno, un giorno, decise di aprirlo e leggerlo le sue pagine a forma di montagne da salire e “conquistare”.

Enrico Camanni, figura tra le più prestigiose e importanti della cultura di montagna italiana, racconta questa scoperta, questa “lettura” della catena alpina nel suo ultimo lavoro “Le Alpi in 30 montagne” (Laterza, 2025) e il grande racconto della relazione tra le vette alpine e le genti che le hanno vissute (nel senso più variegato del termine) lo suddivide in trenta capitoli e altrettante montagne peculiari, appunto, più o meno celebri e celebrate, iconiche, spettacolari ma anche dure, ostiche, a volte assoggettanti e spietate. Comunque dei cairn fondamentali, dei marcatori referenziali morfologici imprescindibili non solo per la geografia alpina ma anche, in senso socioculturale, per la geografia umana, delle genti che hanno abitato e abitano le Alpi. La cui storia, inscritta sui territori montani nello spazio e nel tempo, piena di racconti diversi l’uno dall’altro eppure simile nei contenuti e nella sostanza antropologica, si può ben dire che sia stata finalmente scoperta e letta proprio dagli alpinisti, dai primi conquistatori di quelle montagne che un paio di secoli fa hanno cominciato a risalire le valli alpine attratti dal prestigio di legare il proprio nome a quello delle vette raggiunte ma pure da ciò che vi era sulle pendici: le meraviglie ambientali, quelle naturalistiche e variamente scientifiche, la civiltà alpestre locale, apparentemente rustica eppure custode di saperi e culture ancestrali. Una civiltà che tuttavia, salvo rare eccezioni, permaneva rinchiusa tra le alte e inquietanti pareti, costantemente intimorita e minacciata dalla Natura predominante che spesso “osservava” i montanari dall’alto delle vette con gli occhi rosso fuoco e le sembianze orrorifiche di mostri e demoni d’ogni sorta []

[Immagine tratta da https://cuneotrekking.com.]
(Potete leggere la recensione completa di Le Alpi in 30 montagne cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Come e perché difendere l’ambiente montano, mercoledì 25/02 alla UniTer Valsassina

Mercoledì prossimo, 25 febbraio, interverrò nell’ambito dei corsi della UniTre Valsassina di Introbio (Lecco) proponendo una dissertazione dal titolo “La Difesa dell’ambiente montano”. Tratterò cosa sia realmente l’ambiente, cosa lo componga, che relazione vi sia tra ambiente e paesaggio, l’importanza e il valore molteplice della tutela dell’ambiente in cui viviamo e perché le ragioni per farlo siano molte più di quelle ordinariamente credute, a volte anche in modo poco noto ovvero impensabile e sorprendente.

Per qualsiasi info al riguardo cliccate qui oppure scrivete – soprattutto nel caso vogliate partecipare – a info@unitervalsassina.it.