I ponti tibetani «che stanno spuntando come funghi», su “OROBIE”

Ringrazio di cuore la redazione del magazine “OROBIE che nel numero di ottobre in edicola in questi giorni ha ripreso alcune mie considerazioni in tema di ponti tibetani «che stanno spuntando come funghi», intorno ai quali la redazione pone la domanda sulla loro effettiva utilità per lo sviluppo dei territori che li ospitano ovvero sull’incongruità ambientale e culturale rispetto ai luoghi e alla loro più consona frequentazione.

Le mie considerazioni sono state tratte da questo articolo pubblicato qui sul blog lo scorso 24 luglio; leggetelo per averne la versione completa.

Ne approfitto per rimarcare una volta ancora che, dal mio punto di vista, il problema di queste infrastrutture di pura matrice ludico-ricreativa è assolutamente culturale, ancor prima che economico, turistico o politico. Sono la manifestazione di una fruizione del territorio locale del tutto autoreferenziale, che rende “attrazione” l’opera stessa e così, inesorabilmente, pone in secondo piano ciò che vi è intorno, oltre a essere basata sul mero copia-incolla di un modello ricreativo omologato e banalizzante – infatti tali opere «spuntano come funghi», rileva giustamente “OROBIE” – che punta alla quantità di fruitori nel luogo piuttosto che alla qualità della fruizione del luogo. Sarebbero giustificabili, tali manufatti, solo se inseriti in un piano di sviluppo articolato del territorio, turistico tanto quanto socio-economico e culturale, nel quale l’attrazione è assecondata alla conoscenza compiuta del luogo e alla valorizzazione delle sue specificità in relazione alla comunità locale: un metodo che tuttavia non trovo quasi mai in tali realizzazioni. Il che le rende ancora più impattanti, visivamente, ambientalmente, economicamente (basti pensare ai costi ingenti per la loro installazione) e, di nuovo nonché per molti versi soprattutto, culturalmente – sena contare che spesso vengono “usate” dalla politica locale quali medaglie da appuntarsi al petto in forza delle solite frasi fatte: «sviluppo locale», «lotta allo spopolamento», «rilancio del territorio»… Be’, ancora io non capisco come tali infrastrutture rilancino le economie locali peculiari (dunque non solo quelle turistiche), i servizi di base, le scuole, la sanità territoriale e le altre necessità a sostegno reale (cioè nei fatti, non nelle parole!) della comunità locale, nel mentre che rischiano di generare fenomeni di sovraffollamento in territori non in grado di sostenerli, degradando così ancor di più la qualità della vita e il benessere residenziale degli abitanti e soffocandone la più consona evoluzione futura della comunità di cui fanno parte, resa invece ostaggio di un turismo superficiale, a volte pure cafone, che è fin dall’inizio destinato a essere temporaneo e in breve tempo a sparire. Insieme agli stessi abitanti, proprio per l’assenza di un autentico piano di sviluppo organico del territorio che li costringerà ad andarsene altrove, piuttosto di convincerli a restare.

Dunque per me non c’è niente da fare: quei ponti e tutte le altre “giostre” simili – panchine giganti, passerelle panoramiche et similia – a mio parere, e posto quanto sopra affermato, cioè in mancanza di un’autentica e articolata visione di sviluppo territoriale, vanno evitate e eliminate quanto prima dai luoghi che vi sono stati assoggettati. Cioè prima che il danno ad essi cagionati diventi troppo grave per poter essere sistemato.

Dunque grazie ancora a “OROBIE” – anche per la sensibilità riguardo il tema in questione – la cui lettura è sempre assolutamente interessante e per ciò da me caldeggiata. Peraltro – segnalo – sul numero di ottobre trovate anche un notevole servizio di Ruggero Meles, con mirabili fotografie di Giacomo Meneghello, sul tratto di “alpestre” della DOL dei Tre Signori, la Dorsale Orobica Lecchese, il bellissimo trekking del quale con Ruggero e con Sara Invernizzi ho scritto la guida. Quindi, buona lettura di “OROBIE”!

4 pensieri riguardo “I ponti tibetani «che stanno spuntando come funghi», su “OROBIE””

  1. Seguo con interesse questo blog e spesso concordo con le osservazioni e critiche espresse negli articoli. C’è però un aspetto sul quale mi permetto di obiettare. Quasi tutti gli articoli sembrano dare per scontato che le amministrazioni dei piccoli comuni agiscano ciecamente e ignorino sia le reali necessità dei cittadini che gli effetti a lungo termine delle loro scelte. Se questo è sicuramente vero in molti casi e gli esempi di scelte scellerate non mancano, credo sarebbe corretto considerare anche la possibilità che esistano progettualità sensate e ben intenzionate.
    Premetto che sono arrivato in Italia dieci anni fa per una serie di coincidenze, e mi sono stabilito in un piccolo comune della Valnerina, in Umbria, dove un’altra serie di coincidenze mi ha portato ad essere prima consigliere comunale e poi vicesindaco. Non avendo conoscenza pregressa della realtà nella quale mi sono calato, e tantomeno con le complicazioni dell’amministrazione pubblica italiana, ho cercato di comprendere le dinamiche della vita in un piccolo paese appenninico vicino all’estinzione e ho applicato l’esperienza di decenni passati a sviluppare progetti per organizzazioni internazionali in varie parti del mondo. La casistica delle aree interne è ampiamente studiata, fiumi di parole sono stati spesi negli ultimi anni, spesso da persone che della realtà delle aree interne avevano una conoscenza solo teorica, quindi non vale la pena di tornare sull’argomento.
    Il caso specifico della moda dei ponti tibetani e simili iniziative è indicativo e, come più volte espresso in questo blog, sovente criticabile, in quanto pensato come intervento di alta visibilità, che incrementa il turismo e trasforma località in cartoline stereotipate, dove gli abitanti delle città possono andare a godere per un breve momento lo stereotipo della vita idilliaca del paesino, dove tutto scorre lento e gli abitanti godono di una vita di comunità dove tutti si conoscono. Questa immagine è quanto di più lontano ci possa essere dalla realtà. Chi vive nelle aree interne (definizione già di per sé discutibile) patisce innanzitutto della mancanza di servizi primari, principalmente per sanità, educazione e trasporti, sui quali le amministrazioni locali hanno ben poco controllo. Lo spopolamento graduale e le politiche di abbandono da parte del governo centrale sono risultate nella sparizione di opportunità, innescando una reazione a catena per cui nelle aree interne sono rimasti gli anziani e le persone senza iniziativa o particolari capacità. A questo non c’è rimedio immediato e le soluzioni mirate a ripopolare i centri periferici il più delle volte ricorrono al turismo come facile soluzione. Purtroppo tentare di ricostituire una comunità, che in passato era basata sull’interdipendenza tra persone, è un’operazione comunque artificiale e delicata. Il turismo può solo essere un modo per rimettere in moto un motore fermo da tempo, ma qualsiasi operazione mirata a generare economia e opportunità partendo dal turismo può solo funzionare se concepita come un elemento di un progetto più ampio e a lunga scadenza.
    La Strategia Nazionale delle Aree Interne SNAI aveva iniziato un processo abbastanza sensato, con un pragmatismo mirato a trovare soluzioni attuabili, con interventi coordinati tra comuni, purtroppo il successivo Bando Borghi del PNRR ha ribaltato la prospettiva, risultando in una pioggia di investimenti che hanno messo i comuni in competizione tra di loro per approfittare dei finanziamenti, e risultando in una serie di opere fini a sé stesse e di dubbia utilità sul lungo termine.
    Veniamo al nostro caso, il comune di Sellano, dove nel 2023 ci siamo trovati a dover scegliere come impiegare alcuni dei finanziamenti disponibili, nei limiti di scelta consentiti dai termini dei bandi. Dopo lunghe valutazioni e non poche incertezze, decidemmo di edificare anche noi un ponte tibetano, che unisse il paese principale, Sellano, con il prospiciente borgo di Montesanto, di grande valore architettonico e paesaggistico ma ormai completamente abbandonato. Contestualmente abbiamo progettato un’ampia serie di interventi sul territorio, dal ripristino delle antiche vie di comunicazione alla manutenzione del paesaggio, dal riutilizzo di edifici abbandonati per destinarli ad usi di utilità pubblica a piani per favorire il ritorno di attività che in passato erano tipiche della zona e, se reinterpretate in chiave adatta ai tempi, potranno facilitare il nascere di nuove piccole imprese, abbiamo incrementato l’offerta di servizi sociali e culturali per i cittadini ma in un modo che possa essere di interesse anche per i turisti. Abbiamo cercato di creare le condizioni per un equilibrio tra la realtà di chi qui vive tutto l’anno e la presenza di visitatori, tentando di non tramutarci in un’attrazione folkloristica e favorendo iniziative che si svolgono in tutto l’arco dell’anno e coinvolgono anche aree limitrofe. Mirando le attività che vengono proposte ad un pubblico che apprezza la natura siamo riusciti a scongiurare il problema altrove riscontrato dell’over tourism (altro termine abusato), l’accesso al ponte va prenotato a scaglioni orari, di modo da non avere mai un eccesso di presenze, i percorsi per trekking, biking e cavallo sono agevoli ma non adatti al turismo di massa, un parcheggio appositamente predisposto fuori dal paese evita traffico e affollamento nel centro abitato.
    Nello scegliere il ponte tibetano tra le varie opzioni disponibili abbiamo anche considerato la rapidità con la quale lo si poteva realizzare (18 mesi dalla decisione di procedere al giorno dell’apertura), il basso impatto visivo sul paesaggio, la possibilità di rimuovere la struttura senza lasciare tracce il giorno che avesse assolto la sua funzione, l’introito diretto nelle casse comunali che consente investimenti di utilità pubblica senza le lungaggini legate ai finanziamenti pubblici. A un anno e mezzo dall’apertura possiamo fare delle prime valutazioni, e per ora sono positive. Nei primi 12 mesi ci sono stati 56.000 attraversamenti e circa 100.000 presenze sul territorio, una dozzina di nuovi posti di lavoro direttamente collegati al ponte e altri per i servizi accessori, diverse nuove attività di accoglienza, ristorazione e per attività legate a sport e natura, molte case vendute e alcuni nuovi residenti.
    Detto questo, il ponte non è la soluzione al problema dello spopolamento, così come non lo è il turismo, ma visto come la scintilla per innescare una ripartenza può essere un utile strumento.
    Si deve anche considerare che l’operato delle amministrazioni locali è in larga parte paralizzato da una burocrazia inaudita, da un’alta percentuale di dipendenti comunali scarsamente motivati, e da una cittadinanza priva di qualsiasi senso del bene comune e di rispetto per l’ambiente. Con l’apertura del ponte temevamo di ritrovare i nostri boschi invasi da spazzatura lasciata dai turisti, per fortuna questo non è accaduto, probabilmente proprio per il tipo di visitatori che cerchiamo di attrarre con la nostra comunicazione, al contrario non riusciamo ad educare i cittadini al rispetto dell’ambiente. Ad esempio, la raccolta differenziata dei rifiuti non funziona, in quanto tutti gettano qualsiasi tipo di rifiuto indiscriminatamente nei contenitori; nonostante un servizio gratuito per il ritiro a domicilio dei rifiuti ingombranti i cittadini continuano a scaricare nei boschi materiali come frigoriferi, pneumatici, poltrone, televisioni e le imprese edilizie scaricano ai margini delle strade i materiali delle ristrutturazioni, i cacciatori abbandonano nel bosco bossoli e ogni tipo di pattume, così come chi taglia il bosco. Questi comportamenti sono anche il risultato di un disamore per il proprio luogo, che si è sviluppato in anni di cronica depressione e sensazione di essere dimenticati. A questo non c’è soluzione immediata, ci vorrà tempo, partendo dai bambini e giovani, con i quali da qualche anno stiamo sviluppando progetti di valore che si spera daranno frutti nel futuro. Si tratta di lavorare su diversi fronti contemporaneamente, con in mente obiettivi realistici e aggiustando il tiro lungo il percorso per raggiungerli, mettere oggi semi per vederne i frutti in futuro, incoraggiare i giovani ad andare a fare esperienze altrove ma creare opportunità qui che diano loro ragioni per tornare.
    Paesi, villaggi, borghi sono belli e con tanti pregi, ma sono difficili e impegnativi, l’immagine bucolica e idilliaca spesso utilizzata nel pubblicizzarli non corrisponde alla realtà di chi ci vive. Preservarli come cristallizzati nel tempo ne fa dei musei visitabili, non luoghi vivibili.
    In sostanza, se un ponte tibetano può essere elemento temporaneo di un progetto di sviluppo, perché opporsi alla sua costruzione su basi di principio?

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