
Qualche volta quell’affermazione ha un senso, la maggior parte delle altre volte no, e ciò per diversi motivi, ormai ben risaputi anche dai sassi. Ad esempio, quelle parole sono già state spese (insieme ad altre simili, appunto) a Lizzola/Valbondione, in Val Seriana, dove si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro, dei quali 50 pubblici (!) per unire il piccolo comprensorio sciistico locale con quello di Colere (in Valle di Scalve, entrambe nelle Alpi Orobie in provincia di Bergamo), creandone uno da 50 km di piste la gran parte sotto i 2000 metri di quota. In pratica, 1.400.000 Euro al km, oltre a tutte le altre spese accessorie: un investimento a dir poco iperbolico, visto che, come detto, non andrebbe a generare un comprensorio così concorrenziale rispetto ad altri, già ben più vasti e in contesti ambientali e altitudinali migliori, presenti in Lombardia. Senza contare che da Milano, con un viaggio in auto di durata simile, si raggiungono località come Alagna Valsesia, Gressoney, Cervinia, con i loro mega comprensori sciistici che, obiettivamente, quello di Colere-Lizzola se lo mangiano.


Per quanto riguarda Valbondione, è un comune situato in uno dei territori più “alpestri” (se non il più alpestre in assoluto) sono ogni punto di vista delle montagne bergamasche, annoverando alcune delle vette più elevate di questa regione orografica, una rete sentieristica eccezionale, rifugi tra i più rinomati della zona nonché alcune unicità come il Pinnacolo di Maslana, con vie di arrampicata tra le più famose della bergamasca, o le cascate del Serio, tra le più alte d’Italia e d’Europa. Per tali motivi e per molti altri, personalmente proporrei a Valbondione, come progetto di sviluppo turistico di grande valenza e dal portato potenziale enorme per il suo intero territorio oltre che di carattere assolutamente innovativo e per ciò ampiamente attrattivo, l’adesione alla comunità dei “Villaggi degli Alpinisti”.
I Villaggi degli alpinisti sono un’iniziativa dei club e delle associazioni alpine che premia le località di montagna votate al turismo vicino alla natura. A caratterizzarle sono l’originalità, l’elevata qualità dei loro paesaggi naturali e culturali così come le molteplici offerte per lo sport della montagna. Nata nel 2008 dalla Österreichische Alpenverein (ÖAV, il Club Alpino Austriaco), oggi la rete conta 40 località e regioni in Austria, Germania, Italia, Slovenia e Svizzera alle quali l’associazione offre supporto e servizi per lo sviluppo dei propri programmi, grazie all’aiuto del Ministero Federale Austriaco dell’Agricoltura, Foreste, Ambiente e Acque (ciò in quanto giuridicamente l’associazione è austriaca) e delle sovvenzioni del Fesr/Fondo europeo per lo sviluppo rurale.
In concreto, i Villaggi degli alpinisti sono centri di sviluppo regionale esemplari nell’ambito del turismo alpino sostenibile con una tradizione corrispondente. Garantiscono un’interessante offerta turistica per gli alpinisti e gli escursionisti di ogni genere, vantano un’eccellente qualità paesaggistica e ambientale e sono impegnati a preservare i valori culturali e naturali del posto. Come centri di competenza alpina, i Villaggi degli alpinisti puntano su responsabilità individuale, capacità e sovranità, nonché sul comportamento rispettoso dell’ambiente e responsabile dei loro ospiti in montagna. Inoltre, fungono anche da modello per raggiungere l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile nella regione alpina in armonia e, naturalmente, nel rispetto delle disposizioni di legge e dei programmi in materia.

In Italia i Villaggi degli alpinisti sono otto e solo uno è in Lombardia (Laveno/Valle di Lozio, Valle Camonica, provincia di Brescia). Ecco: Valbondione, per le sue caratteristiche e innanzi tutto per essere ai piedi di alcune delle vette principali e più rinomate delle Alpi Orobie nonché per le grandi potenzialità offerte dalla rete escursionistica locale, come già rimarcato, potrebbe senza dubbio diventare uno dei Villaggi degli Alpinisti maggiormente esemplari sia per le Alpi lombarde che per l’intera regione alpina italiana, sviluppando un volano turistico, sociale, economico, culturale di grande valore e fortemente attrattivo per un pubblico estremamente vasto. Inoltre, per tutto ciò, Valbondione così eviterebbe di infilarsi in quel cul-de-sac inesorabilmente generato, temo, dal progetto sciistico paventato, risparmiando una somma enorme di denaro che potrebbe essere investita a reale e generale vantaggio dell’intero territorio e di tutta la comunità per il sostegno a lungo termine della socioeconomia locale nonché, ultima ma non ultima cosa, salvaguardando il proprio ambiente naturale e la sua peculiare bellezza.

Be’, personalmente mi auguro (e lo auguro agli abitanti di Valbondione) che per questa volta non debbano essere i posteri a comunicare «l’ardua sentenza».

L’errore di fondo è pensare che gli impianti di risalita servano solo nella stagione in vernale. In Alta Savoia gli impianti funzionano in tutte le stagioni, li usano quelli che vanno in bici fuori strada, quelli dei parapendii ed i pigri, gli anziani o i portatori di problemi fisici che grazie agli impianti riescono anche loro a godere delle meraviglie che offre la natura ad alta quota. La possibilità di effettuare passeggiate brevi e facili è un incentivo notevole a frequentare la montagna generando di conseguenza il suo sviluppo economico. Al Tonale grazie agli impianti del Presena si può ammirare il pian di neve dell’Adamello, ad Arabba si sale a Portavescovo sia con le bici sia per ammirare la Marmolada e magari cenare la sera dopo un tramonto da favola. Curmayeur o Cervinia non si sono sviluppati grazie a coloro che salgono il Dente del Gigante o si arrampicano sul Cervino, una elite numericamente relativa ma per tutto il contesto di cui può godere la categoria dei pantofolai, sicuramente molto numerosa e più o meno facoltosa che non ama faticare ma apprezza la natura, magari a modo suo.. . Poi il problema è quello di sempre: le piste da sci sono uno sfregio al paesaggio, i pali della funivie disturbano l’ambiente, le gente vociante e cafona disturba, i rifugi non devono essere alberghi e così via…O la montagna è da riservarsi ai duri e puri e in valle non si mangia oppure si raggiungono dei compromessi, limitando gli inevitabili” sfregi” il più possibile.
Io da vecchio alpinista sono per la prima soluzione, con pochi rifugi il più possibile spartani e niente cafoni.. ..
Buongiorno Angelo,
grazie per le sue considerazioni, che condivido ampiamente. Al netto dello stato di fatto – o degli stati di fatto, visto che ogni territorio ha le sue specificità e i suoi problemi – è fondamentale quanto scrive in chiusura del suo commento, cioè la necessità ineludibile di trovare i più consoni ed equilibrati compromessi tra le varie esigenze di chi vive quotidianamente nei territori montani, chi ci lavora – nel turismo e non solo lì – e chi li frequenta occasionalmente o stabilmente. Sempre difficile trovarli, ma speso mi viene da pensare che il vero ostacolo ai migliori compromessi non è il mettere d’accordo le varie esigenze ma la mancanza di disponibilità al dialogo nei soggetti che le esprimono. Tutti si dicono disponibili, a parole e poi tutti o quasi si arroccano sulle proprie posizioni e sui relativi “privilegi”. Come dice giustamente lei: la montagna non vive solo di turismo di massa e non solo di tradizioni e silenzi, eppure offre moltissimo per poter mettere in relazione e in equilibrio questi due estremi. Trovare il migliore compromesso sarà difficile ma non è derogabile.
Grazie ancora e W i “vecchi” alpinisti!