Luciano Bolzoni, “La vita degli aeroporti. Piccoli atterraggi in un mondo sospeso”

Credo di non sbagliare troppo se affermo che molti di noi uomini contemporanei, al netto di chi soffre di aerofobia o di pochi altri, siamo stati almeno una volta in un aeroporto: per prendere un volo diretto verso mete lavorative o vacanziere oppure per portarvi o recuperare qualche familiare partente o tornante. E anche al di fuori di tali circostanze, penso che numerose persone percepiscano il particolare fascino di questo luogo così speciale dal quale partono e nel quale arrivano le uniche macchine d’uso comune costruite dall’uomo che abbiano realmente vinto le leggi della fisica che governano il nostro pianeta – di certo uno dei motivi fondanti di quel fascino ma non il solo. Perché in effetti gli aeroporti sono luoghi speciali per molti altri aspetti che quasi mai chi li frequenta da viaggiatore – una condizione a sua volta speciale in forza dell’atteggiamento che suscita in chi la sta vivendo – riesce a cogliere, almeno in modo sufficientemente determinato. Ma gli aeroporti, poi, sono “luoghi”? Si possono definire con questo termine così impegnativo?

Luciano Bolzoni è uno che gli aeroporti li frequenta da decenni in primis per professione – oltre a essere architetto, scrittore e curatore d’arte, cultore di svariate arti del fare e del pensare nonché direttore dell’Officina Culturale Alpes, con la quale anche lo scrivente collabora da tempo – e ne La vita degli aeroporti. Piccoli atterraggi in un mondo sospeso (Ediciclo Editore, 2024) accompagna il lettore alla scoperta di quell’anima degli aeroporti invero evidente e referenziale ma solo a chi la sa cogliere e comprendere, altrimenti nascosta o ignorata dai più che vedono e percepiscono l’aeroporto come un mero spazio di servizio, funzionale a fare altro: imbarcarsi su un aereo e partire o sbarcare per tornare e andare altrove, appunto.

Bolzoni racconta gli aeroporti attraverso una narrazione che si compone di tante “istantanee letterarie” del luogo che ne offrono una visione sempre profonda, perspicace, attenta alle suggestioni e al contempo sensibile ai dettagli, anche i più minimi []

(Potete leggere la recensione completa di La vita degli aeroporti cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Indovinello postale

Da tempo aspettavo un libro che mi era stato spedito dall’editore che lo ha pubblicato, per la relativa lettura.
Ieri, 18 novembre, il pacchetto è arrivato, con la consueta formula di spedizione postale del “piego di libri”.
La data di partenza, come da etichetta apposta sul pacco, è stata il 23 ottobre scorso.
L’editore in questione ha sede a Milano; come destinazione ho indicato la sede del mio ufficio. Sono 54,6 km – calcolati da Google Maps – che il pacchetto ha dunque percorso in 26 giorni.

In pratica, il pacchetto ha viaggiato all’incredibile velocità di 0,0875 km/h.

Zero-virgola-zero-otto-sette-cinque chilometri all’ora. 87 metri e mezzo in sessanta minuti, insomma. Un terzo della velocità di un bradipo, per la cronaca.

E ora, l’indovinello: quale servizio postale ha utilizzato il suddetto editore per spedire il pacco, ottenendone una tale “efficienza”?

  1. Poste Italiane
  2. Deutsche Post
  3. Vanuatu Post

(È facile, ve lo assicuro!)

Ecco.

Chi indovina, vince una fornitura illimitata di commiserazione. Di altri premi correlati, invece, non si può dire, qui.

(Immagine tratta da qui e rielaborata all’uopo.)

Le Poste ItaGliane

Nell’ultimo paio di giorni l’esimio servizio postale nazionale mi ha fatto trovare, nella personale cassetta della posta, alcune cose che so spedite almeno un mese fa, comunque prima delle festività natalizie.
Al solito, non so se incazzarmi per quanto tempo le Poste ItaGliane abbiano impiegato a recapitarmele, o se felicitarmi del fatto che le Poste ItaGliane me le abbiano recapitate, e non le abbiano perse o consegnate ad altri.

Al cospetto di tale “eccellenza nazionale”*, parafrasando (chiedo venia per la profanazione!) il buon Ungaretti, mi vien da dire che la nostra corrispondenza sempre

sta come d’estate | sotto al Sole i gelati.

Ecco.

*: che gli dei, esistenti o meno, la maledicano in eterno!

Corrispondenza e corrispondenze…

Dunque: la prima immagine è del 1899; la seconda è odierna. Le altre differenze scovatele voi.

P.S.: post “calorosamente” dedicato al servizio postale nazionale e alla sua prodigiosa capacità – ormai storicizzata, peraltro – di “perdere” (diciamo così, sarcasticamente) parecchia della corrispondenza a me spedita. Ma mi consolo, suvvia: spero infatti che qualche postino negli anni si sia fatto ottime letture, con i libri e i periodici a me mai pervenuti ovvero con quelli da me spediti e mai giunti a destinazione.

P.S.#2: anticipo una eventuale osservazione: no, il servizio postale italiano, a differenza di analoghi servizi postali di altri paesi europei, al momento non sta sperimentando alcun recapito della posta tramite droni, cioè con qualcosa di paragonabile a quanto immaginato nel 1899. Per carità, prima che “perdano” pure quelli!