Gianni Brera, “Storie dei Lombardi”

(P.S./Pre Scriptum: leggete QUI una necessaria nota personale su Gianni Brera e su questa recensione.)

Storie_dei_lombardi_copUn capolav…!?!… – O no, forse no…
Mi spiego, dacché non è indecisione questa, e un giudizio piuttosto netto io l’avrei già…
Dopo essermi deliziato con gli unici tre romanzi che Gianni Brera scrisse (dei quali trovate qui nel blog le recensioni), giungo a questo piuttosto corposo Storie dei Lombardi, non un romanzo o una raccolta di racconti (come si potrebbe pensare di primo acchito) almeno non in senso “classico”, ma in realtà una antologia di scritti di carattere soprattutto storico, ed etnologico, antropologico e anche sociologico sulle terre padane e sulle di esse popolazioni, lombarde in senso più largo, per Brera, di quanto amministrativamente le cartine dimostrano. In buona sostanza, un lungo viaggio per le terre del bacino padano (di Po, come Brera scrive spesso, quasi che il grande fiume fosse una sorta di nume a cui riferirsi in prima persona) per città, paesi, regioni, vallate, e personaggi, eventi, curiosità e quant’altro, scritto in uno stile sublime, meraviglioso, aulico e insieme popolano (bellissimo e spassoso leggere passaggi stilisticamente eruditi, e un rigo sotto assai colorite intrusioni dialettali), il quale rende a mio parere Gianni Brera – lo dico! – uno dei più grandi scrittori italiani (e dico di più: tra i tre più grandi. Ecco, l’ho detto!) del secondo Novecento italiano…

Leggete la recensione completa di Storie dei Lombardi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

GARIBALDI MAP, il progetto di Diego Caglioni sull’eroe italiano per eccellenza (con gli “occhi” di Google Street View)

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Garibaldi Map è un progetto dell’artista Diego Caglioni (Bergamo, 1983), il quale si propone di mappare tutti i monumenti a Giuseppe Garibaldi, per quanto possibile, sparsi in tutto il mondo. “Probabilmente – spiega l’artista bergamasco nella presentazione del progetto – la maggior parte delle statue dell’eroe dei due mondi si possono trovare nelle piazze, incroci o sulle strade principali. Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui sono tali monumenti risultano spesso inosservati e ignorati dai passanti.
Ogni volta che Caglioni trova una “nuova” statua di Garibaldi, la “fotografa” con uno screenshot di Google Street View e, dall’immagine che ne ricava, crea una vera e propria cartolina postale – di quelle classiche che si mandano (o si mandavano, forse, una volta certo più di frequente) quando si è in vacanza, per intenderci – stampabile dal blog e dunque perfettamente spedibile per posta.
Caglioni ritiene questo progetto uno strumento molto utile per osservare come il leader è stato ritratto e, cosa ancora più importante, per comprendere il rapporto tra il lavoro pubblico e l’ambiente nel quale è stato inserito e si trova. Nella sua apparente semplicità, in effetti Garibaldi Map è un esperimento molto interessante. Inutile dire quanto sia importante (pur se oggi sostanzialmente meno di un tempo, soprattutto nelle e per le nuove generazioni) la figura di Giuseppe Garibaldi nell’immaginario collettivo italiano e nella storia del paese, e in fondo, al di là appunto della conoscenza più o meno scolastica del personaggio, il più immediato contatto tra di esso e la gente che ha contribuito a rendere nazione è dato proprio da quei monumenti sparsi un po’ ovunque, in Italia e non solo. Mapparli significa un po’ tracciare una sorta di rete storico-antropologica del sentimento generato dal personaggio, della memoria di esso, della sua simbologia e di come essa faccia parte dei nostri panorami urbani quotidiani. Come ritiene Caglioni, tantissima gente passa giorno dopo giorno sotto i monumenti garibaldini senza ormai più degnarli di alcuna attenzione, al pari di qualsiasi altro arredo od oggetto urbano; eppure, al di là di qualsivoglia possibile retorica (del tutto fuori luogo, sia chiaro, dacché non c’è in Garibaldi Map alcuna banale celebrazione dell’eroe!), quei monumenti cristallizzano nella loro pietra o nel bronzo del quale sono fatti, nel bene o nel male, una piccola/grande parte del sentimento nazionale e del valore che la società contemporanea conferisce ad esso, rappresentando inoltre una sorta di studio open air del processo di “mitizzazione” del personaggio e della sua effigie pubblica.
Eppoi è pure divertente girare l’Italia attraverso le postcards garibaldine di Caglioni! Date un occhio al blog – cliccate sull’immagine in testa al post (che ritrae il monumento presente a Crema) e vi entrerete: è interessante e, l’avrete ormai capito bene, assolutamente particolare.

Quando la bellezza è “sacra”, e fonte di autentica spiritualità

Piccole perle di saggezza spirituale che vengono da lontano – di una spiritualità genuina, autentica, non certo manipolata da ideologie religiose di potere che la utilizzano con criminale ipocrisia per fini antitetici a qualsivoglia sacralità, e ne hanno ormai totalmente inquinato il valore originario… – raccontate da Luigi Zanzi, uno dei più stimati studiosi italiani delle culture di montagna, in occasione di un viaggio nel Bhutan…
Forse, tra quelle alte montagne, si è conservata una umanità che qui, tra i nostri scintillanti “templi” del potere (di qualsiasi sorta), abbiamo ormai smarrito da tempo.

Ho appreso che uno dei criteri principali per tale riconoscimento (di un concetto di sacralità, n.d.s.) è quello della forma del paesaggio: il profilo di uno spigolo roccioso, la figura di una vetta, una linea di cresta, una lingua o una cascata di seracchi di ghiaccio s’impongono come ‘sacri’ per la loro forma. Dove c’è il segno di tale forma, lì non si passa, non si può mettere piede. Là dove non c’è evidenza di una forma pregnante di significato, là si può passare. È, questa, una lezione da apprendere e non c’è miglior scuola del Bhutan per apprenderla. (…)
Un giorno eravamo ai piedi di una mirabile cresta di roccia-ghiaccio nella zona di Chatarake (6500 m); la linea di salita si prospettava rosata nel chiarore dell’alba verso l’altezza di una cima inviolata di circa 6000 m.
Cedendo ad una nostra tentazione istintiva, io e Claudio
(Schranz, guida alpina, n.d.s.) abbiamo cercato di convincere Tenzing (la loro guida locale, n.d.s.) ad una deviazione dal programma concordato per una digressione di uno o due giorni per arrivare a quella cima.
Naturalmente mi rispose con un fermo diniego, a cui io prontamente mi adeguai.
Ma non tralasciai di argomentare: “Se su per quelle rocce salisse uno stambecco non avresti nulla da dire e non lo impediresti; perché lo impedisci a me?”. Non seppe rispondermi subito. Dopo più di un’ora di cammino, mi si avvicinò per dirmi: “Sai perché è giusto non essere saliti là in cima? Perché noi uomini siamo gli unici che abbiamo la facoltà di saper rinunciare a tali tentazioni! È questa la nostra spiritualità!”.
L’argomento mi ha lasciato stupito perché l’ho trovato e lo trovo tuttora straordinario.

Brano tratto da Il paese più verde dell’Himalaya. Viaggio in Bhutan alla scoperta di tradizione e sacralità della montagna, di Luigi Zanzi. La Rivista – Bimestrale del Club Alpino Italiano, Settembre/Ottobre 2011.

Piccola ode alla matita

La matita è lì che ti guarda, sorniona, dal portapenne.
Se ci fai caso, se la fissi un attimo e fai attenzione a cosa e come è, rapidamente ti rendi conto della sua particolarità e te ne sorprendi altrettanto velocemente, perché a tutti gli effetti hai di fronte un autentico prodigio che pochi altri oggetti di simile sostanza hanno saputo – e sanno ancora – mettere in pratica.
Innanzi tutto, è un pezzo di legno, la matita. Anzi, di più: è un pezzo di mondo, di pianeta, di Natura. Un corpo legnoso – tipicamente di pioppo – con un’anima minerale, di grafite. Legno e roccia, insieme all’acqua gli elementi fondamentali “solidi” che compongono quel nostro mondo. In tal modo, tenere in mano una matita è come tenere un pezzo della nostra Terra, e usarla per scrivere è un po’ come scrivere con la sostanza di essa.
Peraltro sono stati (si dice) due italiani, Simonio e Lyndiana Bernacotti, a inventare la matita in uso tutt’oggi, col corpo cilindrico o esagonale e l’anima di grafite – minerale che furono invece per primi gli inglesi a utilizzare nella scrittura, almeno dalla metà del XVI secolo. Fatto sta che è qualche secolo che la matita ci offre i suoi servigi, circondata – nel portapenne suddetto – da innumerevoli successori di metallo o di plastica con anime suppergiù liquide che da tempo, appunto, ne avrebbero dovuto sancire l’obsolescenza tecnologica e pratica, dunque la scomparsa. Che può fare un pezzo legno e di sasso dal tratto grigiastro contro, ad esempio, una lucente penna d’alluminio con cartuccia ricaricabile e tratto vividamente colorato e perfetto? Nulla, si direbbe…
Ma eccola sempre lì, la matita: quel pezzo d’antichità superatissimo in tutto e per tutto è ancora lì, oggi, nell’era degli smartphone e dei tablet, dove meravigliosi gadgets tecnologici rendono il più delle volte la scrittura una cosa superflua, pronti a registrare – e correggere, migliorare, catalogare, custodire – ogni nostra nota. La matita in fondo non fa che una miserrima parte di quanto può ad esempio fare uno smartphone, la fa infinitamente peggio di quanto farebbe il peggiore di quegli oggetti tecnologici contemporanei eppure sa donarci un gusto, nel farlo, un piacere, un compiacimento infinitamente migliori.
Perché scrivere con una matita è un gesto assolutamente semplice e per molti versi arcaico, appunto, eppure profondamente affascinante: una pratica estetica, oserei dire. Lasciamo una linea di finissima polvere di grafite sul foglio di carta che diventa, non solo nella forma ma anche nella sostanza, proprio come un’impronta nel terreno, con la differenza che qui l’impronta è in rilievo ed è il terreno stesso a fornircela. Poi, come ogni altra impronta, basterà poco a che venga cancellata – un alito di vento, un colpo di gomma – dandoci la possibilità di lasciare infinite altre nuove impronte, in questo modo risolvendo da sola, la matita, la natura effimera del proprio segno. Finché, soltanto quando lo decideremo, quel segno sulla carta potrà diventare indelebile – quando noi stabiliremo che sarà così, e non una penna e il suo inchiostro!
Hanno provato col tempo a domare e traviare la sua natura originaria: le hanno piazzato a un capo una gomma (trovata a ben vedere piuttosto insignificante), l’hanno trasformata in portamine (ne carne ne pesce, come ogni ibrido: non più una matita, ma nemmeno una penna…) e, come già scritto, l’hanno circondata di schiere infinite di penne d’ogni genere e sorta, inequivocabilmente più belle e più efficienti.
Niente da fare, la matita è ancora lì, da qualche parte sulle nostre scrivanie, incurante di tutto se non del “suo” fido orologio, il temperino. Fragile eppure resistente, povera ma anche raffinata, nobile e al contempo proletaria, è un oggetto che, per così dire, è ancora capace di tenerci saldamente coi piedi per terra attraverso un gesto – la scrittura con essa – antico, formalmente obsoleto ma tutt’oggi assolutamente ricco di fascino, semplice e bellissimo, che sempre più col passare del tempo riscopro e metto in pratica, invitandovi a fare altrettanto. Perché, appunto, non è che un pezzo di legno con dentro un frammento di roccia: due ingredienti in sé banali, tuttavia miscelati in una sorta di formula magica plurisecolare dalla quale scaturisce un piccolo/grande prodigio, che nessuna tecnologia è, almeno nel fascino, ancora in grado di eguagliare.

“Il Picco Glorioso”: Monte Disgrazia, un’opera di “arte alpinistica” di 150 anni fa in mostra a Chiareggio, fino al 03/09

Si apre oggi a Chiareggio, Sondrio, una mostra che verrebbe da pensare non sia definibile come “d’arte”, ma che a ben vedere artistica lo è più di tante altre che invece si fregiano di tale peculiarità per partito preso… 150 anni fa veniva conquistata una delle vette più affascinanti (vuoi anche per quel nome così pauroso, ma che in verità ha origini assai meno terrorizzanti) delle Alpi centrali, il Disgrazia: e nel 1862 salire le montagne era veramente una sorta d’arte, di performance non solo alpinistica ma anche filosofica, sociologica, scientifica e culturale. Aveva in sé molteplici messaggi, rivolti al mondo intero (la conquista di ciò che fino a quel momento era invitto e sconosciuto, la scoperta di nuovi territori, il raggiungimento di nuove e ardite mete) ma anche ai singoli individui che la mettevano in atto: la sfida a sé stessi, il superamento dei propri limiti, l’ascesa verso l’alto come metaforica elevazione umana e spirituale, e così via…
Ed era in fondo un’arte, l’alpinismo d’allora, anche in senso pratico, per come si basasse soprattutto sull’intraprendenza e l’ingegno di chi s’arrischiava ad affrontare rocce e ghiaccio ostili, più che sulla tecnica o sui materiali, a quei tempi veramente “primitivi” e che oggi non si userebbero nemmeno per la più elementare passeggiata tra i prati.
Così, come l’arte propriamente detta, soprattutto nell’era moderna e contemporanea, ha contribuito (e continua a contribuire) ad aprirci gli occhi sulla realtà che ci circonda e a farci riflettere su di essa, anche l’alpinismo, per sua parte, ha in effetti contribuito ad allargare i nostri orizzonti, a spingere il nostro sguardo oltre, mantenendo vivo nell’animo umano l’ancestrale bisogno di esplorazione nonché di andare oltre i nostri limiti, superando ostacoli all’apparenza insormontabili e, così, aiutandoci a camminare lungo la via dell’evoluzione virtuosa che spetta all’umanità.

L’esposizione, basata in gran parte sul materiale illustrativo che compone l’omonimo volume, curato da Giuseppe Miotti e Michele Comi, ripercorre il filo conduttore dell’edizione tipografica che sarà presentata a Chiareggio il 22 agosto in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario della prima ascensione alla vetta contesa fra Valmalenco e Valmasino. Sono 95 immagini (fotografie, stampe e disegni) che rappresentano la storia e il valore della montagna, le sue creste e pareti, i personaggi in 150 anni di storia dell’alpinismo accanto alle peculiarità di carattere geologico e naturalistico che contraddistinguono l’intero massiccio montuoso.
La struttura della mostra si articola in un centinaio di pannelli fotografici a stampa digitale, articolati a supporti descrittivi e carte di orientamento fissati a montanti lignei che sembrano sostenere il peso arcaico della galleria che include lo spazio espositivo.
La ricostruzione della pionieristica conquista, che avviene anche attraverso documenti unici quali la riproduzione della copia dell’”Alpine Journal”, restituisce con precisione e passione gli eventi legati al raggiungimento della vetta principale che fu conquistata nel 1862 da una cordata inglese, formata da L. Stephen, E. S. Kennedy, M. Anderegg e T. Cox. Gli alpinisti inglesi affrontarono infatti l’ascensione dalla valle di Preda Rossa per la cresta di Pioda: itinerario che costituisce ancor oggi la “via normale” al Disgrazia, ben visibile da Chiareggio.
(dalla presentazione della mostra)

La mostra MONTE DISGRAZIA, Picco Glorioso. 150 anni di storia apre venerdì 3 Agosto, ore 18.30, presso lo Spazio “La Truna”, Chiareggio, Sondrio. Resterà aperta fino al prossimo 3 Settembre.
Cliccate sulla locandina dell’evento per vederla in un formato più grande, oppure cliccate QUI per visitare le pagine web dedicate alla mostra.