L’etica dei politici di oggi (Woody Allen dixit)

Woody_Allen_image_200I politici hanno una loro etica. Tutta loro. Ed è una tacca più sotto di quella di un maniaco sessuale.
Woody Allen

Una delle migliori definizioni della politica contemporanea, quella del grande attore e regista americano, ancor più se rapportata alla realtà italiana, no?
Anzi, al proposito credo vada aggiunta una postilla. Se quasi ovunque, nel mondo, un politico riterrebbe inaccettabile essere accostato a un maniaco sessuale, in Italia pure il peggior maniaco sessuale riterrebbe un’infamante offesa il venir accostato a un politico nostrano.
Ecco.

Il nemico peggiore della democrazia? Forse non è la dittatura…

La morte della democrazia difficilmente avverrà per un attacco di sorpresa alle spalle, sarà piuttosto il risultato di un graduale sgretolamento per apatia, indifferenza e malnutrizione.
Robert Maynard Hutchins, Professore e Direttore dell’Enciclopedia Britannica, 1957.

Scrivevo poco tempo addietro di come, già quasi due secoli fa, Alexis de Tocqueville, nel suo celebre testo La democrazia in America descrivesse perfettamente la decadenza della civiltà contemporanea per mano del potere politico in salsa consumistica, quasi come ai tempo avesse avuto una sfera di cristallo che gli permettesse di guardare nel futuro, ovvero nel nostro presente.
Abbiamo avuto quasi duecento anni, appunto, per capire il senso di quelle parole e n on ne siamo stati capaci, così il mondo contemporaneo annaspa in quel sistema corrotto e deviato che fino a pochi anni fa tutti credevamo il migliore possibile solo perché ci concedeva/concede qualche materialissimo agio, ma che nel frattempo ha concesso alle oligarchie politico-finanziarie di causare la crisi in cui sprofondiamo e tutti i problemi derivanti, primo tra tutti la costante estinzione di una buona e autentica democrazia.
Beh, come potete leggere sopra, circa un secolo dopo ovvero più di 50 anni fa, ancora c’erano pensatori illuminati – ad esempio il Professor Robert Hutchins, appunto (cliccate sulla foto per conoscerlo meglio) – che tentavano di risvegliare le nostre coscienze, intuendo perfettamente la pericolosa china che stavamo imboccando. Se ci siamo svegliati, oppure se siamo rimasti del tutto apatici e rincretiniti, dunque facilissimamente assoggettabili al volere di quelle oligarchie, lo lascio dire a voi.

Il potere dell’impotenza

Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell’abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri… Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po’ di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l’ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all’universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo.

Chi afferma queste lucide e inoppugnabili cose? Senza dubbio uno che ha capito perfettamente la situazione in cui ci troviamo! – verrebbe da credere. Magari un politico particolarmente illuminato… – oh, no, questo no, non è credibile. Non ve ne sono proprio di politici così avveduti, soprattutto a sud delle Alpi e a nord del Mediterraneo!
Beh, fu Alexis de Tocqueville, nel suo celebre testo La democrazia in America. E le scrisse nella prima metà dell’Ottocento – l’opera fu poi pubblicata nel 1835-1840. Duecento anni fa, quasi.
Ergo, non lamentiamoci noi tutti, umanità contemporanea, della situazione in cui ci siamo cacciati: è da secoli che potremmo sapere perfettamente le conseguenze della nostra apatica ottusità, e non facciamo nulla per cambiare le cose. La vera forza del potere dominante è l’apatia di chiunque vi si faccia assoggettare passivamente, di chi si sottometta al volere dei potenti e non capisca più – ignori, tralasci, dimentichi – che di norma dovrebbe funzionare al contrario, in una società civile. Dunque, come appunto chiosa Tocqueville, le mani indegne e deboli che ci comandano è assolutamente ciò che ci meritiamo. E ciò che ci farà sprofondare definitivamente nel baratro, se non ci decidiamo finalmente a fare qualcosa. Si dice, sapete, che quando il gatto non c’è, i topi ballano: Beh, qui il gatto c’é, ma s’è rincretinito, e il risultato è lo stesso.

Lasciate ogni speranza, o voi che… votate!

La differenza tra Democrazia e Dittatura è che in Democrazia prima si vota e poi si prendono ordini; in una Dittatura non c’è bisogno di sprecare il tempo andando a votare. (Charles Bukowski)

Sebbene le elezioni politiche in Italia siano vicine ma non così imminenti, ancora, già circolano parecchi appelli all’andare alle urne, a fronte del potenziale astensionismo che tanti dichiarano constatando la inopinata bassezza e indegnità della classe politica attuale, da qualsiasi parte la si guardi.
Li capisco, tali appelli, e sotto certi aspetti li apprezzo pure. Ma non posso accettare una delle principali motivazioni sulle quali si basa tale appello, che più o meno recita ciò: visto che in Italia non serve la maggioranza assoluta per eleggere un governo, e visto che tutti gli scagnozzi degli attuali politicanti andranno di corsa alle urne, al fine di mantenere tutti i loro biechi privilegi oltre al solito sistema “all’italiana” – raccomandazioni, bustarelle, inciuci, magnamagna e via di questo passo – non andare a votare significa lasciare a quelli via libera più di prima, cioè mantenere tale status quo con una sorta di silenzio-assenso. Di principio ciò è vero, lo ribadisco, e soprattutto è vero se al non voto corrisponde il menefreghismo civico, cosa che purtroppo gli italiani dimostrano spesso di saper praticare bene.
Tuttavia vi chiedo di rispondere alla seguente, semplice domanda: se entrate in un negozio di scarpe nel quale ve ne trovate 100 paia, uno più brutto dell’altro, vi sentire comunque costretti a comprarne uno solo perché ci state dentro?
Io, a tale domanda, rispondo: no, e vado a cercare un negozio che abbia scarpe più belle. Ovvero: non voto e impegno civico. Ovvero ancora: rifiuto di tale sistema di potere in essere, e di chi lo persevera per propri meri interessi, e ricerca di un sistema nuovo, nel quale la consapevolezza civica comune possa finalmente essere degnamente rappresentata. Ecco.
Il non voto non deve essere gesto sterile, ma segno di rifiuto netto del sistema politico vigente: in sé, quando supportato da un buon e consapevole senso civico, nella situazione in cui versa l’Italia può essere il gesto più politico che vi sia. E se è “ufficialmente” vero che anche senza maggioranza assoluta un governo è legittimato a governare, è eticamente insostenibile che tale governo possa decidere per tutti quando sia ratificato da solo – ad esempio – un terzo dell’elettorato. E il resto non che abbia votato la parte avversa, in tal modo comunque legittimando il sistema di potere nel quale tutte le parti sono coinvolte e del quale sono “figlie”, ma ben più fortemente non lo abbia voluto legittimare. Insomma: è la rivendicazione del proprio diritto di non essere costretti a girare con scarpe orribili – per tornare all’esempio della domanda di prima – quando vi è altrove un negozio con scarpe più belle. Ripeto: mi pare la cosa più consapevolmente politica che una cittadinanza avanzata e civicamente attiva possa fare. Il cittadino deve essere libero (già, libertà… Bukowski aveva proprio ragione!) e sottolineo libero, di rifiutarsi di legittimare ciò che palesemente lo porta – e porta il paese intero – verso un buio declino politico, culturale, morale ed etico. E deve (in senso di dovere, qui) impegnarsi a cambiare una così grave situazione: perché la vera democrazia è questa, mentre quella che i miserrimi, biechi politicanti che comandano ora è proprio quella così efficacemente tratteggiata da Charles Bukowski, o altrettanto ben rappresentata da quel genio ironico di Woody Allen:

I politici hanno una loro etica. Tutta loro. Ed è una tacca più sotto di quella di un maniaco sessuale.

Ma su certe questioni mi viene da citare pure un altro grande personaggio – in senso intellettuale, oltre che letterario: ovvero Giosuè Carducci, dal Melzi definito “Il pagano e titanico poeta della Terza Italia”. Leggete questa sua lettera di rifiuto netto e stizzito riguardo una sua possibile candidatura come deputato in parlamento, che traggo dal bel blog di Combray:

Lucca (campagna), 24 agosto 1882.
Caro Signore, ricevo oggi qui la pregiata sua del 22 corrente. Ringrazio; ma, risolutamente fermo a non volere essere deputato, prego sia messo da parte ogni pensiero di candidatura mia. Né con ciò faccio torto a quei benevoli cittadini i quali si compiacquero di ricordare che io nacqui, poco bene e poco male, fra loro.
È vero: io mi lascia portare (come dicono) altre volte e quando ero certo di non arrivare: arrivato per disgrazia una volta, aspettai tanto ad entrare che mi fosse chiusa la porta in faccia. È proprio che io non voglio essere deputato.
Fare il deputato a Roma e l’insegnante a Bologna, onestamente non posso. Potrei essere tramutato di cattedra a Roma. Fu fatto per altri. E fu chi ne parlò anche con me. Ma se io soltanto permettessi che la collazione degli offici pubblici servisse a’ comodi miei per fini e maneggi di parte, mi reputerei quel che i nostri vecchi avrebbero detto un simoniaco e un barattiere e io dico un ribaldo e una canaglia. E poi io non mi sento d’accordo con nessuna delle sètte nelle quali si distingue e si confonde la Camera d’oggi e si distinguerà o confonderà probabilmente la Camera di domani. E fare il singolare e l’originale non voglio, né voglio sommettere l’ombrosa selvatichezza del mio pensiero o fors’anche i miei capricci e le mie passioni ai dispotismi, ai capricci, alle passioni altrui personali. Saprei, nella suprema necessità della patria e in certi casi, metter via questi scrupoli. Per ora sto meglio fuori che dentro del Parlamento; e credo che fuori, elettore e sovrano, sovrano senza costituzione, di tutto il mio, compirò meglio i doveri di cittadino e d’italiano.
Giosuè Carducci.

Ecco. Qui sopra, con la arguta chiarezza di un grande letterato, ciò che ho voluto similmente e certo più dozzinalmente esporre in questo post.
Se poi riterrete di trovare per gran miracolo, in mezzo alla marmaglia politicante attuale, qualcuno effettivamente degno di meritare il vostro voto, beh, siate fieri e onorati di votare. Altrimenti, tenete bene a mente quanto sopra riportato, e cercatevi un altro negozio di scarpe!

Zero-uno-nove.

Zero-uno-nove, ovvero 019.
No, non è un nuovo numero telefonico d’emergenza, come il 118 o il 112. Ma se proprio dovesse essere una combinazione telefonica, sarebbe quella di un reparto di cura in prognosi riservata, o anche peggio.
Perché quelle tre cifre, a dirla tutta, suonano come una condanna numerica, o una prognosi infausta, per utilizzare ancora l’esempio ospedaliero di prima. Sono un veleno, nemmeno di così lento effetto peraltro, iniettato in un organismo per gran parte già parecchio agonizzante, nonostante un aspetto esteriore a volte ancora piacevole. Un veleno per il cui suddetto effetto non occorre aumentare la dose ma diminuirla, anno dopo anno.
In verità devo precisare meglio la questione, perchè, più correttamente, dovrei scrivere quella formula numerica così: 0,19%. Zero-virgola-diciannove-percento. Già, è una percentuale, ma mi sembrava che evidenziare le sole cifre, e in particolare quello 0 davanti, rendesse meglio l’idea, e ancor più il senso della questione, la realtà dei fatti.
La triste realtà dei fatti.
0,19% è la percentuale di risorse sul bilancio dello Stato Italiano attribuite alla cultura nel 2011.
Ovvero: l’Italia, il paese con il più grande patrimonio artistico del pianeta, con ben 47 siti Unesco, con paesaggi e vestigia storiche che attirano quasi 50 milioni di turisti l’anno, destina solo lo 0,19% dei propri investimenti statali alla cultura. E’ come se in un deserto infuocato, a un viaggiatore pur dotato di un’infinità d’acqua disponibile, vengano date da bere soltanto poche gocce alla volta. Il risultato, così agendo, sarà inevitabile: quel viaggiatore forse non morirà di sete in pochi giorni, ma certamente morirà in qualche settimana. E capirete ora che definire una tale realtà soltanto “triste” è l’atteggiamento più ottimista che si possa tenere, considerando anche i successivi e ulteriori tagli che la cultura italiana ha dovuto subire anche nel 2012, e che faranno diminuire ancor più quel già miserrimo 0,19%!
Insomma, siamo alle solite – alla solita tortura comminata all’intero paese, e alla sua società, dalla solita inetta marmaglia politicante al governo, la quale, da qualsiasi segno partitico provenga, ha sempre considerato la cultura una spesa e non un investimento, ovvero ciò che realmente è sotto ogni aspetto: culturale ovviamente e poi economico, politico, industriale, sociale, civile, etico.
La cultura, per la classe politica italiana (soprattutto ma non solo), è un peso, un fastidio, un qualcosa che ci si ritrova tra i piedi e si fa di tutto per scansarla via. Ciò nonostante, nel 2010, il settore abbia creato un valore aggiunto di 70 miliardi di euro: ben più che una manovra finanziaria anche di quelle “lacrime e sangue” che dobbiamo sempre più spesso subire.
Ergo: veramente l’Italia potrebbe vivere, e prosperare, con la sola cultura! E’ una gigantesca ovvietà, questa, della quale tutti gli italiani con un pochino di sale in zucca sono consci, ma che continua a essere pervicacemente ignorata dalla classe politica italiana, la quale beatamente continua a farsi i caz… suoi (scusate la scurrilità, ma ci sta bene in questo discorso, rende bene l’idea e l’indignazione che ne deriva) alla faccia della società civile e del futuro del paese e dei suoi abitanti – i quali probabilmente è bene che non stiano troppo a contatto con la cultura ovvero che restino ignoranti, così da poter essere governati, controllati e abbindolati meglio! Si finanzi piuttosto la TV e i suoi reality e i talk show, oppure i giornali faziosi e cortigiani, oppure ancora il calcio: queste sì, tutte cose utili alla società e all’intelletto dei cittadini! O no?
Ricordatevelo: zero-uno-nove, o 0,19%. Una percentuale che, se non tornerà a crescere, diventerà un ineluttabile epitaffio numerico per l’Italia e la sua sfortunata società.

(Fonte principale per il post: Cultura, come farsi valere?, di Stefano Monti, su Artribune nr.7-Maggio/Giugno 2012, pagg.40/41)