25 marzo 1980: a San Francisco va in scena la terza edizione dei Bay Area Music Awards, evento antesignano di tutti i vari awards musicali che verranno negli anni successivi, a partire dagli MTV Music Awards. Il genere new wave sta diventando sempre più ascoltato tra i giovani e dunque “pompato” dal music business, dunque gli organizzatori dell’evento – legati a doppio filo alle grandi major discografiche – decidono di invitare una di queste “nuove” band così acclamate dal pubblico giovane, e chiamano i Dead Kennedys. Peccato che i Dead Kennedys innanzi tutto non sono affatto una band new wave ma un gruppo seminale del punk-hardcore – in ciò dimostrando la concreta grande ignoranza dei dirigenti del music business nei riguardi del panorama musicale alternativo – ma sono pure noti, nella scena underground evidentemente del tutto sconosciuta ai suddetti dirigenti, per essere degli ironici, sagacissimi e graffianti contestatori del sistema politico, economico e mediatico statunitense.

Ma Pull My String, anche al di là di quanto sopra, è un grandissimo pezzo (include pure una sublime presa in giro di My Sharona dei The Knack, brano emblematico, per i Dead Kennedys, di certa musica considerata alternativa ma in realtà del tutto mainstream, il cui titolo nel cantato di Jello Biafra diventa “My Payola”) il quale dimostra l’altrettanta grandezza di una band che sul serio ha fatto la storia della musica alternativa americana e non solo, icona di geniale e innovativa sfrontatezza, monumento punk al quale devono moltissimo – a livello musicale e ancor più in quanto ad attitudine – quasi tutti i gruppi venuti dopo, e che ha lasciato ai posteri brani celeberrimi come – oltre a Pull My String – la citata California Über Alles, Too Drunk to Fuck o Holiday in Cambodia, solo per citarne alcuni.
Purtroppo – ve lo state chiedendo, lo so! – non esiste una testimonianza video dell’esecuzione di Pull My Strings ai Bay Area Music Awards di quel 25 marzo 1980. Sarebbe stato qualcosa di eccezionale e alquanto “didattico” per molti “artisti” musicali di oggi, del tutto comandati come burattini dalle proprie case discografiche – ma in ogni caso anche l’audio è assolutamente significativo e divertente. Per questo non posso che dire: «Chapeau!» e standing ovation perenne ai grandissimi Dead Kennedys!
Sarà che sto diventando vecchio dunque acido (lo so, è una scusa sempre buona questa, un po’ come lo stress col quale giustificare tutto, dall’unghia rotta all’infarto fulminante), ma ogni volta che mi capita di fare zapping sui canali radio (si usa “zapping” anche per essi, poi?) imbattendomi in emittenti che trasmettono musica italiana, resto veramente basito dalla pochezza assoluta – artistica, tecnica, tematica e, oltre a ciò, culturale – di così tanti brani nostrani da classifica. Mi sembrano le canzoncine che un tempo si presentavano ai saggi scolastici delle medie o alle gare canore oratoriali, solo (e ovviamente) meglio arrangiate; tuttavia siamo a questi livelli, all’involuzione costante della già da tempo degradata “canzonetta” sanremese – il che è tutto dire. Il confronto con la musica commerciale straniera, che a sua volta spesso non eccelle in qualità artistica, è duro e deprimente: il brano italiano lo si riconosce fin dai primi secondi per la sua già palese (e palesata) banalità e se almeno, in molti casi, non partisse il cantato, forse si salverebbe pure… invece no, il cantato parte, e la suddetta banalità vira rapidamente in sconfinata insulsaggine. E il bello è che nel frattempo hanno pure inventato i “talent”! Se il risultato di cotanto talent è questo, beh… aridatece lo