Johan Harstad, “Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?”

cop_Che ne è stato di te BuzzAldrinQuando alle ore 3:15 del 21 Luglio 1969 l’astronauta americano Edwin Aldrin, detto Buzz, si portò fuori dal LEM e posò i propri piedi – o meglio, lo scafandro con sé stesso dentro – sul suolo lunare, Neil Armstrong, comandante della missione NASA Apollo 11 e primo uomo a camminare sulla Luna, ci stava già scorrazzando da una buona ventina di minuti. Non voglio assolutamente dire che tutta l’emozione che l’intero pianeta provava, restando incollati alle TV e osservando le strabilianti immagini provenienti dallo spazio, fosse già svanita, ma di certo tutt’oggi, ricordando quella storica missione spaziale, innanzi tutto si cita Armstrong, ovvero si cita il primo uomo sulla Luna, non il secondo, e si citano le parole del primo – le celeberrime “Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un balzo da gigante per l’umanità” – e non quelle di Aldrin, che nell’occasione fu molto più minimalista e intimo: “Magnifica desolazione”, disse, una volta sceso sul suolo lunare. Due sole parole, quasi non volesse risultare troppo enfatico nonostante l’occasione straordinaria, e così attrarre un’attenzione mediatica ancora più smodata di quella a cui già i membri dell’equipaggio dell’Apollo 11 sarebbero stati sottoposti, durante e soprattutto dopo la missione.
Buzz Aldrin è l’idolo di Mattias, il protagonista del romanzo d’esordio del norvegese Johan Harstad, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? (Iperborea – of course! – 2008, con traduzione e postfazione di Maria Valeria D’Avino; orig. Buzz Aldrin, hvor ble det av deg i alt mylderet?, 2005). Lo ha eletto a proprio eroe proprio per quel suo evidente sfuggire dalle luci della ribalta, portando a termine il proprio compito nel miglior modo possibile senza pretendere nulla in cambio. Una ruota dell’ingranaggio generale per il quale il mondo si muove, insomma, che contribuisce al risultato finale e tanto gli basta, restando volentieri in disparte per ogni altra cosa. Vivi e lascia vivere, come si dice in questi casi e come Mattias vorrebbe che fosse, facendo ciò che deve fare nell’ombra, lontano da quel bisogno di apparire a tutti costi che la società contemporanea sembra imporre ai suoi componenti, ancor più oggi con i tanti palcoscenici virtuali offerti dal web…

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Arkadi e Boris Strugatzki, “Picnic sul ciglio della strada”

cop_picnic-sul-ciglioNonostante l’abbia scritta, non ho mai letto moltissima fantascienza, e in ogni caso ho sempre preferito le opere di quella fantascienza che io chiamo “possibile”, ovvero non quella estremamente spinta nel fantastico e/o iperfuturibile, ma quella che potrebbe benissimo diventare realtà domani mattina, cioè che viene definita “fantascienza” principalmente perché non è ancora accaduta… Picnic sul ciglio della strada è certamente un’opera del genere, oltreché un classico della fantascienza russa di ogni tempo. Scritto a quattro mani dai fratelli Arkadi e Boris Strugatzki – l’uno scrittore puro, l’altro astronomo e docente universitario – Picnic… è un romanzo sorretto alla base da un’idea narrativa geniale – una “zona” dove gli extraterrestri sono atterrati e se ne sono andati, utilizzandola come una sorta di discarica di oggetti incredibili d’ogni specie, e nel cui territorio le leggi fisiche terrestri sono state totalmente stravolte…

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Rex Stout, “Colpo di genio”

cop_colpodigenioScommetto che a un gran appassionato del mangiare e del bere bene come Nero Wolfe, un’espressione come nella botte piccola c’è il vino buono sarebbe senz’altro piaciuta. E’ quella che in effetti mi viene da usare per questo romanzo breve di Rex Stout, Colpo di genio (Mondadori, traduzione di Laura Grimaldi), che veramente sembra un assaggio piccolo ma gustoso d’un piatto d’alta cucina, o di un pregiato vino. E viene da soffermarmi su argomenti culinari dacché anche Colpo di genio lo ha come sfondo: questa volta per il fatto che Nero Wolfe e l’inseparabile aiutante Archie Goodwin vengono invitati alla cena di una sorta di club di ricconi, per la quale farà da cuoco Fritz Brenner, lo chef personale di Wolfe, e i cui piatti saranno serviti da dodici ragazze agghindate da vestali dell’antica Grecia, come vuole la tradizione del club. Durante tale cena, e sotto gli occhi di tutti i presenti, uno degli invitati viene avvelenato, morendo poco dopo…

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Il metodo Kilgore Trout, o come scrivere una sola storia scrivendone nel contempo tante…

“Ogni scrittore dovrebbe avere un Kilgore Trout. Un Kilgore Trout è un personaggio, scrittore anch’egli, a cui regalare le trame dei romanzi che non si è riusciti a scrivere. Il vero (si fa per dire!) Kilgore Trout è un personaggio che ritorna spesso nei romanzi di Kurt Vonnegut, è squattrinato perché nessun editore ha mai accettato un suo romanzo ed è riuscito a pubblicare qualche racconto solo su riviste pornografiche. Eppure è il più grande scrittore di tutti i tempi e, naturalmente, scrive fantascienza. Insomma, quando Vonnegut si rendeva conto che non avrebbe mai sviluppato un’idea che aveva in testa, la spacciava per un’idea di Trout, creando romanzi potenziali per il lettore, ma reali, scritti davvero dentro la finzione letteraria.
Ogni scrittore dovrebbe inventare un metodo, un Kilgore Trout, che gli consenta di dare in qualche modo forma letteraria ai capolavori che non riesce a scrivere. Potrebbe essere un toccasana.
“
(Cristò, Il metodo Kilgore Trout, in Artribune #11, Gennaio/Febbraio 2013, pag.25)

Molto interessante, il metodo indicato da Kurt Vonnegut – e segnalato da Cristò su Artribune – vero? In effetti, si potrebbe collegare alla discussione avviata Kurt Vonnegut -glassofchocolate.deviantartqualche tempo fa qui sul blog circa il dover scrivere poco oppure tanto per scrivere bene: nel secondo caso, ovvero quando si scelga di praticare la scrittura in quantità abbondante al fine di porre meno limiti possibile al fluire inventivo della propria creatività e, dunque, per ottenere più facilmente, da tale massa produttiva, un qualcosa di valore superiore alla media, il costruirsi un alter ego letterario, uno a cui delegare il lavoro più sporco cioè quelle idee e quegli spunti che, una volta iniziato il loro sviluppo, si dimostrano meno proficui di quanto ci si poteva aspettare, potrebbe effettivamente essere un’ottima strategia di lavoro. Sfrondare insomma quelle parti letterarie che non sembrano buone come altre per portare avanti queste senza però abbandonare del tutto le prime, lasciandole nelle mani di quel nostro alter ego (personaggio più o meno protagonista d’una qualche storia, comparsa, invenzione pura o altro del genere) in modo che potrebbe pure succedere, più avanti, che un diverso momento, diversi predisposizione mentale e stato d’animo o ulteriori spunti nel frattempo coltivati non sappiano invece nuovamente illuminare e rinvigorire le parti suddette e, magari, trasformarle in ottimi spin-off proprio grazie al lavoro sporco di quell’alter ego che nel frattempo ha lavorato (ovvero abbiamo fatto lavorare) per noi.
Ciò, peraltro – come segnala lo stesso Cristò nell’articolo citato – potrebbe aprire una infinita e inopinata dimensione metaletteraria, la possibilità cioè di scrivere storie nelle storie, diversi piani narrativi più o meno intersecanti con notevoli potenzialità di sviluppo, in qualche modo venendo incontro ad entrambe quelle “scuole di pensiero” – scrivere poco o scrivere tanto – tra le quali si divide il senso della disquisizione su come ottenere la migliore qualità letteraria avviata in quel post di cui dicevo poco sopra: in buona sostanza, scrivere una sola storia e nel contempo scriverne in essa (e per essa) tante.
Un metodo assolutamente interessante, lo ribadisco. In fondo, avere un personale Kilgore Trout al proprio servizio potrebbe rivelarsi ben più utile di quanto si possa su due piedi credere…

Una domanda a tutti gli autori letterari che leggono questo post – ma non solo…

Vorrei sottoporre una domanda a tutti gli autori di letteratura (in qualsiasi forma) che leggono le mie cose qui nel blog o che si trovano a passare da esso occasionalmente / incidentalmente, e pure a chi è lettore frequente – ma è in fondo una domanda aperta a chiunque voglia rispondervi…:

ritenete che la personale miglior qualità letteraria (in senso generale) sia raggiungibile scrivendo il più possibile – per non porre freno alcuno alla creatività – oppure scrivendo il meno possibile – per raffinare e rifinire al massimo quanto scritto?

La domanda in sé è banale e profonda – se così si può dire – allo stesso tempo. Tratteggia quelli che, sostanzialmente, sono i limiti “pratici” entro i quali si muove l’autore letterario, e che a modo loro Snoopy_writerrappresentano, con ovvie varianti, due “scuole di pensiero” sulle quali mi sono trovato spesso a disquisire con amici autori (del campo letterario in primis ma anche altrove: nell’ambito artistico, ad esempio…), di valore e accezione equivalenti (dacché prettamente legati al modus operandi personale) ma su cui, nonostante tutto, mi sono sempre trovato a riflettere, chiedendomi se tutto sommato non ve ne sia una che possa essere più “redditizia” (termine improprio, ma che uso qui per mera comodità e chiarezza) dell’altra…
Che ne pensate? In base alle vostre esperienze personali (che tali sono e restano comunque, senza alcuna pretesa di assolutezza, ovvio), ritenete che si possa, se non rispondere, dissertare su quella domanda? A quale delle due “scuole di pensiero” voi appartenete?
Potete rispondere commentando questo post oppure, se preferite, a luca@lucarota.it
Per la cronaca, io in principio appartenevo senza dubbio alla scuola “alta produzione”, ma poi col tempo ho preso a traslare sempre di più verso la parte opposta…
Grazie di cuore fin d’ora per i contributi che vorrete manifestarmi!