Punk! (“Punk”???)

punk
Punk. Un termine che ultimamente (ma pure prima) trovo tra i più abusati in assoluto. Lo è anche “rock” – per restare nello stesso ambito espressivo – ma per sua natura ed essenza meno antagonista del primo il relativo abuso è più velato.
In ogni caso, basta che un qualsiasi stilista, anche il più esclusivo e/o cool in circolazione, faccia una collezione con sugli abiti qualche borchia qui e là che subito “è stile PUNK!” (l’immagine qua sopra fa riferimento a qui), o che una cantante per teenager vada sul palco coi capelli color fucsia e sarà “un look PUNK!”, oppure che uno scrittore, pure il più mainstream e politically correct, pubblichi un libro infarcito di linguaggi scurrili e sarà certamente “un romanzo PUNK!”…
Punk, punk, punk, PUNK!
Ma lo sapranno tutti ‘sti personaggi d’oggi che con quel termine si riempiono la bocca convinti che basti pronunciarli per essere alternativi, fuori dagli schemi, “rivoluzionari”… – lo sapranno poi che cosa significa veramente punk?

Essere punk vuol dire essere un fottuto figlio di puttana, uno che ha fatto del marciapiede il suo regno, un figlio maledetto di una patria giubilata dalla vergogna della Monarchia, senza avvenire e con la voglia di rompere il muso al suo caritatevole prossimo.

Ecco, tanto per dirne una. Sono parole di Johnny Rotten Lydon, dei Sex Pistols.

punk mi ricordavano gli armadilli: gente che vestiva una specie di armatura per proteggersi dai tentacoli dell’iridio che cercano di afferrarli. Una cosa come l’apocalittica-fine-del-mondo-è-prossima-e-allora-avanti-io-sono-pronto. Sai, del tipo: “Visto che deve succedere, allora forza, sono pronto, vomitatemi addosso, così, non c’è problema, sono lavabile”. C’era qualcosa di individualmente apocalittico nel punk… un’apocalisse personale, un indurimento.

E questo è Edward Sanders, tanto per dirne un’altra.

"Vere" punk girls nella Londra di fine anni '70. Si noti la leggerisssssssssima differenza con quelle in testa al post...
“Vere” punk girls nella Londra di fine anni ’70. Si noti la leggerisssssssssima differenza con quelle in testa al post…
Beh, a questo punto consiglierei ai suddetti pseudo-epigoni contemporanei del punk la lettura d’un paio di testi piuttosto interessanti sul tema. Ad esempio Please kill me. Il punk nelle parole dei suoi protagonisti di Gillian McCain e Legs McNeil, un libro che racconta la cultura del PleaseKillMepunk e il suo mondo fatto di sesso, droga, follia e malessere, tracciando il ritratto stralunato e suggestivo della nascita della più rumorosa e violenta cultura alternativa degli ultimi sessant’anni. Un vero viaggio all’inferno attraverso le parole di Legs McNeil, uno dei fondatori della fondamentale fanzine Punk. La cultura nichilista e la voglia di autodistruzione di un’intera generazione messe a nudo in un saggio scritto meravigliosamente bene. Un lungo intreccio di voci diverse intente a raccontare la loro esperienza allucinante, senza omettere dolori ed eventuali drammatici buchi. Uno straordinario viaggio in prima persona negli abissi e nei paradisi della creatività.
cop_marci-sporchiEppoi un bel Marci, sporchi e imbecilli. Attraverso la cultura punk di Stewart Home, un articolato e battagliero saggio contro la falsa credenza che vuole il punk, a vent’anni dalla sua comparsa, morto e sepolto. Con lo stile incalzante di un reportage d’avventura, con il linguaggio beffardo e irriverente della strada, è qui descritta la vivacità caotica del panorama subculturale londinese che restituisce il punk alla sua reale essenza fatta di volgarità, rozzezza, violenza, ma anche di spontaneità, di immediatezza creativa espressa fuori da qualsiasi regola e convenzione.

Ecco, vediamo se dopo ciò si abuserà un po’ di meno del termine punk
(Ovviamente è una speranza del tutto vana, d’altro canto chi conosce veramente l’autentica cultura punk se ne frega altamente – e coerentemente – di tutti quelli che se ne appropriano senza giustificato motivo: saranno certamente questi e le loro futili mire da “alternativi griffati” a sparire prima, piuttosto che il punk!)

Tsundoku: l’ennesima “futilità” orientale – ma almeno stavolta di nobile natura!

La parola è di palese origine nipponica, ed è noto che la nobile lingua del Sol Levante sa trovare termini per qualsiasi cosa… Tsundoku, dunque: Wiktionary la definisce come «L’atto di non leggere un libro dopo averlo acquistato, solitamente impilato assieme ad altrettanti libri che hanno subito la stessa sorte”.
Vabbé, direte voi, grazie: è la scoperta dell’acqua calda! Chissà quanti di noi clienti compulsivi (o anche no, ma qui parlo per me) delle librerie e lettori appassionati siamo da sempre “tsundokuisti“, allora – o come diavolo si dirà! Noi che per abitudine compriamo più libri di quanti ne possiamo leggere – pur se siamo lettori extra-forti – sì che quelli se ne restino per settimane o mesi, se non anni, impilati in modalità random sugli scaffali della nostra biblioteca domestica oppure in altri meno consoni siti!
(Ecco, per intenderci, alcuni esempi tratti dal web, nella gallery qui sotto.)

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Insomma: confesso di non amare troppo certe contemporanee trovate di costume nipponiche (che poi quasi sempre divengono futilissime nippoamericanate) non perché le ritenga prive di senso e valore – anzi, alcune sono realmente assai affascinanti – ma perché spesso vengono superficialmente assimilate, in occidente, per ottusa forzatura culturale. Tuttavia, almeno stavolta la giapponesata (lo dico con tutto il rispetto del caso) cela un fine e un senso nobili: acquistare libri e (inevitabilmente, credo e auspico), prima o poi leggerli. Magari proprio perché li si prende in mano per spazzar via lo strato di polvere accumulatosi col tempo sulla copertina…

P.S.: grazie all’ottimo blog unalettricedotcom che mi ha fatto scoprire ‘sta cosa seppur indirettamente, ovvero attraverso la lettura di questo post.

Reblogging: NO. (dal blog vestitevimeglio.wordpress)

Premessa standard a post unificati: siccome che è Estate e fa caldo, a volte molto caldo, e siccome che a me il caldo sfianca, dacché mi potreste vedere in giro con addosso solo una t-shirt nel bel mezzo d’una bufera di neve a Gennaio, e siccome che, capirete bene, gestire un blog è attività tremendissimamente faticosa – ben più di, ad esempio, lavorare in miniera a 1.500 metri di profondità o in acciaieria come addetto agli altiforni o nei terreni agricoli sotto il Sole cocente ovvero altro di ugualmente arduo… ehm… – ho deciso, durante queste settimane canicolari, di far lavorare un po’ gli altri. Già. Ovvero, di ribloggare articoli che ho potuto trovare e leggere su altri blog, e che mi sembrano assolutamente meritevoli della vostra attenzione. Sì, insomma, un modo anche – soprattutto, in effetti! – per rendere omaggio a tanti colleghi blogger i cui post ritengo veramente ottimi, esemplari e spesso illuminanti – blogger che ho la fortuna e l’onore di seguire. In attesa che torni alla svelta la stagione fredda, ovviamente. Freddissima, anzi! O di trasferirmi alle Svalbard, come forse si starà augurando chi ora stia leggendo queste mie cose e ami il caldo estivo…

“Cultura” significa anche stile, eleganza, buon gusto. In effetti, quando ci vestiamo è un po’ come se “scrivessimo con gli abiti” (o con il look, per voler essere contemporanei) e presentassimo al pubblico una nostra autobiografia, una descrizione succinta eppure assai significativa di ciò che siamo e di come siamo. Ecco: posto ciò, devo constatare che sempre più dalle nostre parti la cultura – intendendo il termine in senso generale – sta veramente andando a ramengo ovvero, se è vero come è vero che pure in che modo ci vestiamo è un segno culturale, capisco meglio perché la cultura, quella più propriamente e classicamente intesa, non se la fila quasi più nessuno, qui. Ormai proporzionale, il suo livello, a quello degli abbigliamenti coi quali certa (troppa!) gente pensa probabilmente di stare bene, di essere elegante…

Nooo_photo
Bene, il blog vestitevimeglio.wordpress – un nome un programma, assolutamente! – tutto quanto ho appena detto lo rende ancor più constatabile e palese. Roba da dar loro un qualche prestigioso premio per la valenza culturale e sociologica dei contenuti, ai quali c’è ben poco da aggiungere se non quei “NOOOOO!” in mille salse che accompagnano i vari post, dopo aver assodato quanta gente se ne vada in giro vestita in modo orribile – soprattutto in questi afosi mesi estivi, nei quali pare che lo svacco del buon gusto si accentui fino a livelli veramente insopportabili.
Ok, come dice il noto proverbio, “l’abito non fa il monaco”; però, porca miseria, il monaco se lo può fare, l’abito: il problema è che spesso se lo fa repellente! E pensare che un tempo l’italiano era considerato uno dei popoli più eleganti…
Beh, non mi resta che invitarvi a visitare il blog – cliccando sull’immagine qui sopra, unirmi al loro coro sdegnato e anch’io urlare a squarciagola: NOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!