Mauro Lanfranchi, mirabile narratore per immagini delle nostre montagne e custode della loro fragile bellezza

Se si studia il lavoro dei grandi fotografi, si scopre che hanno trovato un luogo o un soggetto particolare e poi ci hanno scavato a fondo, scolpendo qualcosa di speciale. Questo richiede molta dedizione, passione e impegno.

Sono parole di Steve McCurry, il celebre fotografo statunitense, il cui senso ritrovo compiutamente nel lavoro fotografico di Mauro Lanfranchi, grande narratore per immagini delle montagne, soprattutto quelle lombarde. E «dedizione, passione e impegno» sono elementi che, tra mille altri, traspaiono dalle sue fotografie e danno un senso e un valore mirabili alla duplice storia che narrano: quella del soggetto o del paesaggio ritratto e quella del lavoro che ha portato alla creazione dell’immagine. Un lavoro che per Lanfranchi non è solo di mente e di animo, con il quale alimenta la tecnica e l’arte, ma pure di piedi e di spirito, per come le sue immagini siano sempre la manifestazione di lunghe esplorazioni alpestri durante le quali il fotografo lecchese elabora altrettante relazioni speciali con i luoghi che poi immortala, evidenza che rende così emblematiche le fotografie realizzate.

Per questo sono sempre felice quando leggo o vengo a sapere che il grande valore dell’arte fotografica di Lanfranchi – che è precipuamente legata alle montagne, ribadisco – viene riconosciuto e premiato in contesti importanti e prestigiosi: come è successo qualche giorno fa a Biella, nell’ambito del prestigioso concorso fotografico “In Montagna”, tenutosi nella splendida cornice di Villa Gromo Losa e con una giuria della quale il presidente era proprio Steve McCurry.

Il concorso ha visto la partecipazione di oltre quattromila fotografie suddivise in tre categorie: “Paesaggio”, “In Viaggio” e “Ritratto”. Nella prima categoria l’opera vincitrice è lo scatto in bianco e nero di Lanfranchi dal titolo Mare in burrasca – Presolana (la vedete qui sotto): «Un’immagine intensa, costruita su un gioco di luci e ombre e caratterizzata da forti contrasti, capace di trasmettere la forza della natura e la potenza emotiva del paesaggio».

Immagine che dal mio punto di vista assume un valore ancora più potente e evocativo: la suggestiva zona del “Mare in burrasca”, posta sul versante settentrionale della Presolana in Val di Scalve e il cui valore geomorfologico e paesaggistico è più unico che raro, in questo periodo è posta sotto la minaccia di devastazione (già in parte avvenuta) dal progetto di collegamento sciistico tra Colere e Lizzola, sul quale da tempo si sta dibattendo. Lo scatto di Lanfranchi, fissandone da par suo tutta la spettacolare bellezza, rappresenta anche un monito contro chi avrebbe il coraggio di devastare la zona e un appello alla sua salvaguardia, come patrimonio di inestimabile importanza non solo per quel territorio e i suoi abitanti ma per qualsiasi autentico appassionato di montagna.

Una salvaguardia, qui e altrove, che ha bisogno a sua volta di dedizione, passione e impegno nonché tantissima sensibilità verso le nostre montagne e i loro paesaggi: doti che Lanfranchi manifesta da lungo tempo e palesa nelle proprie fotografie, invitandoci ad apprezzarne il valore anche riportando nella propria realtà e concretizzando fattivamente il loro appello alla difesa della bellezza. Dei nostri monti e di tutto il mondo in cui viviamo, l’unico che abbiamo a disposizione.

L’opera di Mauro Lanfranchi e le altre fotografie vincitrici saranno esposte per un mese presso Palazzo Ferrero, insieme ad alcune delle immagini più iconiche di Steve McCurry tra cui il celebre ritratto della ragazza afgana dagli occhi verdi, una delle opere fotografiche più simboliche e celebri mai realizzate.

N.B.: le immagini dell’articolo e parte delle informazioni riportate sono tratte da “LeccoNotizie”.

«Un mare di montagne» non è un ossimoro!

[Foto di Julius Silver da Pixabay.]
Nel nostro immaginario comune tendiamo a considerare il mare e le montagne due elementi antitetici e non solo per ovvie ragioni geografiche, morfologiche, ambientali oppure meramente vacanziere. Sono i limiti entro i quali è compreso l’intero mondo emerso, dalla quota zero del mare a quella più o meno elevata delle vette che toccano il cielo, anche per questo ci sembrano così distanti e ciò vale anche in un paese come l’Italia che è fatto per la gran parte di montagne prossime al mare. Di contro, per una curiosa coincidenza, il nucleo abitato italiano più lontano dal mare è anche uno di quelli dall’aspetto più alpestre in assoluto: è Montespluga, frazione del comune di Madesimo a 1908 m di quota (dunque tra gli abitati italiani più elevati), posta a 294 km di distanza dal litorale di Genova.

Tuttavia, come spesso accade, gli opposti si attraggono e si toccano, e tra le montagne e il mare vi è una relazione molto più stretta di quanto forse siamo portati a credere, in particolar modo riguardo le Alpi. Che infatti sono nate grazie al mare ovvero all’antico Oceano Tetide, del quale prima erano montagne sottomarine o isole affioranti dalle sue acque e poi, con la collisione tra la placca africana e la placca euroasiatica, sono emerse chiudendo il Tetide (del quale una porzione è diventata il mar Mediterraneo); i sedimenti marini e ampie porzioni del basamento cristallino dell’antico Oceano sono infatti ampiamente rintracciabili per tutta la catena alpina, senza contare le numerose montagne il cui aspetto tutt’oggi richiama quello di scogliere oceaniche – le Dolomiti sono l’esempio più evidente al riguardo – sulle quali è facile rintracciare fossili marini.

Ma secondo me c’è una visione che ancora più dell’orogenesi fa delle montagne qualcosa di molto simile al mare, per di più unendo i due elementi che li contraddistinguono – le rocce dei monti e l’acqua del mare. Quando infatti mi ritrovo su una vetta dalla quale posso ammirare un ampio panorama di tante altre cime più o meno aguzze le cui creste e dorsali si inseguono verso l’orizzonte, la visione che ne ricavo non è quella di masse montuose emerse dal mare ma di onde d’un vasto mare parecchio mosso che d’improvviso si sono solidificate trasformandosi in roccia, rapprendendo nelle forme anche il loro moto agitato la cui energia tuttavia rimane manifesta in quel rincorrersi continuo di creste e crinali a volte regolari, a volte frantumati, che formano lunghe dorsali irte di cime e separate da avvallamenti più o meno profondi al cui fondo a volte è rimasta un po’ dell’acqua del mare originario a formare piccoli o grandi laghi che nei millenni hanno perso la salinità… Un’energia primordiale che, d’altro canto, si può percepire benissimo stando lassù tra quelle possenti onde alpestri – credo che lo possa testimoniare qualsiasi appassionato frequentatore di monti e vette.

Insomma: una visione che rende l’espressione «un mare di montagne» niente affatto ossimorica ma pienamente oggettiva e non solo, appunto, per la vastità della veduta e la quantità di monti visibili.

Certo, vi ho appena raccontato una mera suggestione personale: molto geopoetica, forse troppo visionaria e campata per aria ma in fondo capace di rapprendere e rappresentarmi – a me, nella mia mente – la realtà geologica delle nostre montagne e come ogni elemento delle geografie del nostro mondo, anche quando diverso se non antitetico rispetto agli altri, è parte integrante di un insieme unico: quella che in filosofia si definisce una polarità, «una condizione di complementarità tra gli opposti, tale per cui ciascuno dei due poli, pur essendo limitato e avversato dal polo contrario, trova in quest’ultimo anche la sua ragion d’essere e il suo fondamento costitutivo». Un principio che in effetti vale per ogni paesaggio e per qualsiasi elemento che lo forma, dunque anche per noi che ne siamo parte. E che, sulla vetta di una montagna con nello sguardo rivolto all’orizzonte  innumerevoli altre vette, ci può far sentire in equilibrio sulla massima cresta di un’onda che si è cristallizzata nello spazio ma, per certi versi, continua a correre attraverso il tempo, vitalizzando quel gran mare quasi sempre parecchio agitato che è il nostro mondo.