Douglas Adams, “La Vita, l’Universo e tutto quanto”

Douglas Adams – lo affermo e sostengo convintamente, appena ne ho l’occasione – è uno dei più grandi scrittori umoristici che la letteratura terrestre possa vantare; e se l’aggettivo “umoristico” potrebbe di primo acchito ricondurre le sue opere ad una dimensione letteraria meno di pregio – diciamo così – rispetto ad altri generi, devo subito “completare” la affermazione appena sopra sostenuta rimarcando come l’umorismo di Adams – folle, surreale, montypythoniano – non è solo genialmente fulminante, ma anche e soprattutto tremendamente intelligente e, appena dietro l’inevitabile risata, profondamente arguto e sorprendentemente influenzante . Dopo la Guida Galattica per Autostoppisti, l’opera che forse più di ogni altra, nel filone umoristico contemporaneo, può essere posta sul piedistallo del “capolavoro”, mi sono ripromesso di centellinare la lettura degli altri “capitoli” della serie che dal primo citato volume ha preso il nome proprio per non sprecare troppo velocemente un tale sublime piacere letterario…

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Quando alle “Parole” dovrebbero seguire i fatti – in una Fiera letteraria, e altrove…

Sono reduce – come intuirà chi segue il blog – da La Fiera delle Parole di Padova, e in particolare dalla parte dell’evento dedicata alla piccola e media editoria, nell’ambito della quale esponeva anche Senso Inverso Edizioni, il mio attuale editore. Tale parte è stata ospitata in una location notevole, il Centro Culturale Altinate San Gaetano: veramente un fiore all’occhiello della città e un vanto del suo panorama culturale, peraltro a pochi passi dal centro storico – ovvero dalle vie del più classico passeggio cittadino – e comunque facilmente raggiungibile dai grandi parcheggi ai margini di esso. Un gran bel posto, insomma, per farci una fiera dell’editoria e qualsiasi altra cosa simile.
Posto ciò, lo spazio dedicato ai piccoli e medi editori era ospitato all’interno de La Fiera delle Parole, appunto, rassegna multiforme che ha portato nella città veneta numerosi grandi nomi del panorama letterario nazionale, in diverse location – librerie, auditorium, sale di rappresentanza varie – sparse per il centro. Una manifestazione molto bella, che tuttavia non è riuscita ad evitare l’errore (grave, sotto molti aspetti) di relegare la piccola e media editoria ad evento collaterale – mooolto collaterale! – e sostanzialmente al di fuori del flusso di pubblico attirato qui e là dai vari appuntamento con i grossi nomi. Confinata in un posto bellissimo, come detto, ma in questa caso, nella sostanza, parecchio sprecato, con momenti di assenza di pubblico pressoché totale che una manifestazione del genere non dovrebbe e potrebbe permettersi.
Purtroppo questa è una pecca che ho notato anche in altri eventi di simile genere, con gli stand dei piccoli e medi editori lasciati alla berlina in mezzo a tante altre cose, assai poco considerati dal pubblico e sovente – ben più grave! – dagli stessi organizzatori, dunque con un interesse generale verso di essi che peraltro non giustifica le spese sostenute per essere presenti con i propri libri – e ciò vale per gli editori ma anche per i loro autori. A volte, volendo pensare male, viene il sospetto che il tutto sia stato per così dire agevolato, che si offra lo spazio alla piccola editoria solo per darsi motivo di sostenere che “Visto? Il nostro evento ha dato spazio anche agli editori meno popolari e conosciuti!” per poi, nel concreto, tenerli in disparte, appunto, come qualcosa che non deve troppo interferire con il clou dello stesso evento – con lo scrittore famoso che presenta il suo ultimo libro e per il quale non ci può permettere che l’auditorium che lo ospiterà non sia adeguatamente affollato, ad esempio, o con la grossa (e influente, industrialmente, economicamente e politicamente…) casa editrice che rivendica tempi e spazi consoni al suo bel nome, a discapito di chiunque altro, ovvero, come spesso accade, dei piccoli editori e dei loro autori…
Insomma: posso comprendere che gli organizzatori di un evento letterario che comprenda grossi nomi e al contempo piccoli editori abbiano un occhio di riguardo in più per i primi – dai quali potrebbero giungere gratificazioni e ritorni d’immagine che i secondi difficilmente potrebbero garantire, almeno nel breve periodo. Tuttavia, ancora una volta, si dimentica che molta parte della vera, buona, nuova e innovativa letteratura, quella che magari dopo qualche anno diventa best seller sotto l’ala protettrice del grande editore, viene proprio dalla piccola editoria! L’unica che, per sua natura, può e sa fare ancora un autentico talent scouting (quando ormai i grandi gruppi editoriali mirano quasi solo al soldo, al guadagno immediato, all’operazione commerciale in bieco stile “finanza bancaria”!) e che, altrettanto spesso, pubblica libri di valore letterario eccelso i quali tuttavia pochi potranno scoprire perché il tutto sarà stato funzionalmente messo in disparte e/o nell’ombra dei grandi editori e dei loro showmen della letteratura, oggi sempre più mediatica e mediatizzante (infatti non a caso ho usato quel termine, “showmen”!).
Ribadisco: starò fin troppo pensando male cose sull’argomento, d’altro canto a pensar male si fa peccato ma si indovina, come recita il noto motteggio popolare: e purtroppo, constatando la brutta piega e l’altrettanto bieco modus operandi di buona parte del panorama editoriale nostrano, ultimamente si indovina fin troppo spesso, su queste cose! Peccato: è un’occasione persa, un’altra delle tante nelle quali ci si può imbattere qui in Italia, terra di concorsi letterari, fiere, rassegne ed eventi sovente un po’ troppo di facciata, belli fuori ma parecchio vuoti dentro. E peccato soprattutto perché nuovamente si ignora l’importanza fondamentale della piccola e media editoria per la vita (o bisogna inevitabilmente dire la sopravvivenza, ormai?) del panorama letterario nazionale, per la sua qualità, il suo valore e, ancor di più, per la sua capacità “genetica” di portare la cultura del libro e della lettura dove spesso i grandi editori non arrivano e non vogliono arrivare per mera scelta strategica commerciale. Addirittura “sua maestà” il Salone del Libro di Torino si è pubblicamente impegnato a dare più spazio e attenzione alla piccola e media editoria, drammaticamente assente (o quasi) nell’ultima edizione: ne diedi notizia anche io qui nel blog, all’epoca. Ecco, serve una nuova consapevolezza in tal senso, e forse, una simile consapevolezza, di segno opposto e convergente, sarebbe utile anche negli editori, sì che sappiano vincere l’eventuale propria soggezione e/o l’inevitabile sottomissione al volere di chi è infinitamente più grande e potente e facciano sentire la propria voce, rimarchino il proprio valore e l’importanza che hanno, facciano capire che, senza di loro, il sistema è zoppo, e la zappata sui piedi se la tirerebbero pure i grossi editori, i quali diventerebbero in toto dei venditori di merci e oggetti a forma di libro, non di letteratura. Letteratura, ok? Non si dimentichi che di ciò stiamo disquisendo!
E infatti, ahinoi, il mondo dei libri contemporaneo assomiglia parecchio e ogni giorno di più a quello del più banale – cioè più quotidiano – commercio al dettaglio: ci sono gli immensi ipermercati che offrono di tutto e di più attraverso strabilianti e allettanti promozioni, sconti, reclame patinate che di più non si può per marche e prodotti che lo sono anche di più; ma dove si deve andare per trovare il prodotto di qualità, la specialità sopraffina e di qualità garantita, se non ancora nei piccoli negozi, dove c’è ancora un gestore che tiene alla bontà delle sue offerte come fosse una questione di onore e che ti consiglia (esempio a caso) quel formaggio della piccola e sconosciuta latteria che egli stesso ha provato e consuma, talmente sublime che mai e poi mai la grande industria casearia con gli spot a tamburo battente in Tv potrà eguagliare, nemmeno lontanamente?
La Fiera delle Parole di Padova è una evento molto bello, logisticamente ben organizzato e dall’appeal potenziale veramente grande, ma lo è – diciamo… – al 70%. Poteva esserlo al 100%, e mi auguro che per le prossime edizioni si possa migliorare il più possibile quella percentuale, rimettendo nel giusto ordine di valori le varie componenti, e dunque veramente facendo il miglior servizio possibile alla letteratura, agli editori, ai lettori e ai libri tutti. Non solo ad alcuni, ma a tutti.

Jonathan Lethem, “L’Inferno comincia nel giardino”

Ho cominciato la lettura di Jonathan Lethem convinto di avere (un po’ ottusamente, lo ammetto) a che fare con uno scrittore alla Tom Robbins o alla Tom Sharpe, e invece… L’Inferno comincia nel giardino è una raccolta di racconti (edita da Minimum Fax, con la traduzione di Martina Testa) che appartengono al periodo d’esordio dello scrittore americano, per le cui narrazioni Lethem utilizza l’espediente dell’inserire, in una storia sostanzialmente normale, ovvero realistica e quotidiana, un elemento assurdo, surreale e irrazionale, che distorce quella sensazione di “normalità” altrimenti scaturente dalla lettura per porla in balìa di una dimensione piuttosto inquietante, tanto più perchè, appunto, presente in un ambito assolutamente quotidiano…

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Dunque, appuntamento a Padova, domenica 14, alla Fiera delle Parole, con “Cercasi la mia ragazza disperatamente”!


Mi raccomando, eh! Se potete, se vi gira, se passate di lì, se non avete null’altro da fare di meglio – ma, mi permetto di denotare, una fiera letteraria ovvero il poter stare in mezzo a così tanti libri, credo sia qualcosa rispetto al quale poche cose possano essere meglio… Insomma: Padova, domenica 14 Ottobre, La Fiera delle Parole presso lo stand di Senso Inverso Edizioni nella sede espositiva del Centro Culturale Altinate San Gaetano! Io ci sarò, e ci saranno Cercasi la mia ragazza disperatamente, l’ultimo mio libro, e La mia ragazza quasi perfetta, il romanzo predecessore. E se ci sarete anche voi, appunto – se avrete voglia di fare un giro, passate a trovarmi!
Cliccate sull’immagine per visitare il sito web ufficiale de La Fiera delle Parole, e avere ogni utile informazione nel merito. Dunque ci vediamo a Padova, ok?

Se la missione del dotto è quella di analfabetizzare…

Diversi anni fa, tra le tantissime mie letture filosofiche, e tra quelle che più mi intrigarono, vi erano le Lezioni sulla missione del dotto di Johann Gottlieb Fichte. Nel loro essere certamente legate al tempo e alla società nella quale Fichte viveva e operava, di fondo esprimevano – ed esprimono – un’idea atemporale, dotata di un valore assoluto ovvero di una validità adattabile a ogni epoca e a ogni società che voglia dirsi avanzata, a mio parere…

Al dotto è affidata una missione: egli, che ha raggiunto il culmine della sapienza, è proprio per questo obbligato, moralmente e responsabilmente, poiché per la sua stessa perfezione culturale possiede maggior coscienza di sé, non solo a diffondere il suo sapere tra gli uomini indotti, ma a presentarsi come esempio vivente di razionalità e moralità per tutti gli uomini. La dottrina e la scienza costituiscono parte essenziale della società, sono esse stesse sociali e quindi il dotto acquista quasi naturalmente il ruolo di educatore degli uomini come magister communis (maestro sociale). (citazione tratta dall’articolo su Wikipedia).


Ora: lì sopra vedete un personaggio assai noto, dotato di una indubitabile sapienza – quanto meno nelle discipline di sua competenza, ma che sottintende una brillantezza intellettuale di sicuro sopra la media – fare qualcosa di assolutamente ridicolo, permettetemi questo giudizio. Un “dotto”, il quale nelle proprie cognizioni accademiche e culturali potrebbe potenzialmente ben rappresentare il soggetto descritto da Fichte, che decide di gettarle (e gettare il personaggio stesso) alle ortiche, persino diffondendo pubblicamente opinioni quanto meno antitetiche a tale sua potenzialità (e non me ne voglia il signor Marra, che non è il soggetto di questa mia disquisizione). Un dotto che diseduca e analfabetizza, in pratica!
Al di là che ciò di cui si assiste nel video può essere considerata cosa banale – e, appunto, peraltro tipica del personaggio protagonista – viene da chiedersi perché, oggi, siamo giunti al punto che certa cultura e molti suoi soggetti, accetti di essere trascinata tra i più biechi e luridi ingranaggi del mercato contemporaneo, costruito e corrotto sul/dal consumismo più sregolato e sfrenato, sul “tutto deve avere un prezzo” (dunque generare un guadagno) e “tutto è oggetto vendibile”.
Visto che il video qui sopra mostra soltanto uno dei più lampanti tra i tantissimi esempi dello stesso genere constatabili, mi chiedo perché la cultura debba avere bisogno di abbassarsi a tanto – più o meno ridicolizzandosi – e di vendersi in questo modo… Ovvero, mi chiedo se anche la cultura, per poter restare in qualche modo davanti agli occhi e all’attenzione del pubblico, sia costretta ad assoggettarsi alle suddette, infime regole del sistema; se effettivamente non riesca più a illuminarsi di luce propria ma i suoi soggetti, quelli che sui media ci dovrebbe andare sì, e spesso, ma per diffonderla, siano costretti invece ad andarci soltanto a fare i buffoni – almeno di fronte al grande pubblico, quello che d’altronde avrebbe maggiormente bisogno della missione del dotto fichtiana.
La mia paura – il terrore, oserei dire! – è che il distorto sistema che, con l’azione dei poteri che lo determinano e dominano, sta mandando alla malora la nostra società, stia per intaccare e degradare in modo sempre più irreversibile anche il mondo della cultura – unico e ultimo argine, forse, alla decadenza generale. E dicendo “la cultura” dico anche il sapere, la conoscenza, l’intelligenza che è sempre sintomo di brio intellettuale, il quale è sempre segno di libertà di pensiero: guarda caso, uno degli elementi più avversati da qualsivoglia sistema di potere a fini dominanti. Da soggetto attivo e il più possibile attento del panorama letterario, devo purtroppo denotare come la personale impressione che quel degradamento, nel mondo della letteratura e dell’editoria, sia già parecchio avanzato, è sempre più forte… Sono sotto gli occhi di tutti certi casi di imposizione bell’e buona di prodotti (termine non casuale!) editoriali palesemente dettati da mere convenienze commerciali, che di letterario e culturale non hanno nulla di nulla, in tal modo contribuendo a diseducare sempre più il pubblico al valore autentico della buona lettura, e a quanto di fruttuoso da essa giunge.
Ripeto ancora: il personaggio preso qui a esempio lampante e grossolano, lo sto usando (tanto, merce per merce!) solo per evidenziare il più possibile un problema che è ben più serio di quel ridicolo video: anche la cultura, per farsi vedere dal grande pubblico, ha bisogno di partecipare al gran teatro delle marionette. Un segno assai grave di quanto sia fondo il barile nel quale la società nostrana sta raschiando, una situazione assolutamente da ribaltare e risolvere al più presto. Se certi soggetti culturali scelgono di fare i guitti in TV, lo facciano pure, ma che il loro ruolo sia quello e stop! La vera e buona cultura è altrove e, io credo, dobbiamo fare di tutto affinché questa evidenza diventi realtà diffusa e accettata.
D’altro canto, l’alternativa è lo sfascio più assoluto, sia chiaro! E se consideriamo che l’Italia, sul suo immenso e prezioso patrimonio culturale, potrebbe vivere e prosperare (economicamente, socialmente, intellettualmente, moralmente… Insomma, in ogni modo!), quando invece ha sempre più le pezze sul sedere – e, aggiungo io, sulla mente

P.S.: sappiate che in questo blog, nel quale pure mi occupo del bello e del brutto della letteratura, credo proprio non troverete alcun articolo dedicato ai libri di Alfonso Luigi Marra. Semplicemente perché non li leggerò, e se anche avevo qualche intenzione di farlo, quel video le ha efficacemente dissolte. Amen.