Nozze Mondazzoli, ovvero: il nostro grosso MAGRO matrimonio (editoriale) italico

Photo credit: http://www.pickline.it/
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Mondazzoli, ovvero Mondadori e Rizzoli/RCS Libri: le nozze, intese naturalmente come fusione societaria, tra due dei più grandi operatori editoriali nazionali, delle quali avrete sicuramente sentito parlare e ne avrete letto nei mesi scorsi, visto che già da tempo se ne parla. A quanto pare siamo ora giunti al dunque: Mondadori ha fatto un’offerta d’acquisto per il ramo libri di RCS, pari a 120 milioni di euro, operazione che con gli annessi e connessi ammonterebbe in totale a 135 milioni di euro. Non certo spiccioli, anche se Pietro Scott Jovane, AD di RCS, pare vorrebbe spuntare una cifra anche maggiore (vedi qui) ed avrà tempo quindici giorni per dare una prima risposta all’offerta ricevuta; in ogni caso, sulla sostenibilità finanziaria dell’operazione, Ernesto Mauri, che invece è l’AD di Mondadori, ha dichiarato (vedi qui) che il gruppo di Segrate gode di “linee di credito piuttosto capienti per reggere questa operazione, non abbiamo bisogno di altre linee” ha replicato, sottolineando quindi che per il gruppo non sarà necessario un aumento di capitale.” Su tutto ciò pesano gli effetti dell’operazione, che potrebbe creare un colosso detentore di più del 40% del mercato editoriale nazionale, cosa pressoché unica in Europa, quindi con potenziali rischi di oligopolio e di squilibrio commerciale troppo grande: per questo molti invocano l’intervento dell’Antitrust (vedi qui), addirittura considerata da qualcuno (vedi Sandro Veronesi, ad esempio, il quale tuttavia è autore Bompiani dunque manifestante gli interessi di un campanile altro, bisogna dirlo) l’unica speranza per poter impedire le nozze Mondazzoli, il (per parafrasare quel noto film del 2002) grosso, magro matrimonio dell’editoria italica contemporanea.
Ma perché “magro”? – ora voi vi chiederete. Eh, ve lo spiego subito, dato che al di là dell’operazione in sé, dei suoi effetti pratici sul mercato editoriale, dei suoi rischi, delle criticità e di tutto il resto, la cosa è sotto molti aspetti sintomatica e illuminante dello stato attuale dell’editoria italiana, e delle strategie imprenditoriali e industriali che la reggono – ovviamente, nel suo comparto maggiore, quello dei grandi editori. L’operazione, come detto, vale 135 milioni di euro; come rimarca John Tevis sulla sua pagina facebook, Mondadori nel 2014 ha conseguito un utile di 9,3 milioni di euro a fronte di un fatturato di circa 350 milioni (pochino dunque, considerando poi che è uno dei primi risultati di bilancio in attivo dopo anni di perdite. Eppoi, utile derivante da cosa? Da aumenti effettivi delle vendite e dei ricavi, o da manovre contabili in bilancio?) ma, soprattutto, l’indebitamento complessivo di Mondadori a fine 2014 è risultato di 292 milioni di euro. Che con l’acquisto di RCS Libri – società che invece non fa utili ed è a sua volta parecchio indebitata – diventeranno quasi 450 milioni. Il tutto grazie alle banche, che elargiranno nuovamente dei soldi ad aziende tecnicamente fallite, o quasi, per ottenerne in cambio un debito enorme il quale, pur ammettendo utili di bilancio in costante ascesa (il che, con il mercato editoriale nazionale così asfittico, sarebbe un bel miracolo), solo tra decenni potrà essere sostenuto finanziariamente in modo adeguato.
Senza troppi giri di parole: i coniugi Mondazzoli, se effettivamente diverranno tali, andranno ad abitare in un enorme castello di carte, così gigantesco (per il mercato italiano) da oscurare tutti gli altri palazzi d’intorno ma al contempo così fragile che basterà un colpo di vento appena più forte del normale (mettiamo un’altra crisi finanziaria o un calo ulteriore dei lettori, ecco) per farlo rovinosamente crollare. In pratica, una sorta di Parmalat dell’editoria, come sostiene ad esempio Antonio Tombolini – fondatore di Simplicissimus – sul suo profilo facebook.
Ma c’è anche chi (il già citato Veronesi, vedi sopra) ipotizza che tutta l’operazione sia solamente di natura speculativa, fatta solo per poter rivendere a breve il settore libri di RCS, magari all’estero – magari (qui speculo io) a qualche altro protagonista primario del mercato (no, non ho scritto Amazon. Ok, però l’ho pensato, ammetto.)
Dunque, per riassumere: oggi la strategia imprenditoriale dei principali editori italiani – i quali sono, non dimentichiamocelo mai, soggetti culturali, ovvero promotori di cultura pubblica, non mere fabbriche di produzione di beni di consumo! – è questa: indebitarsi, ingrandirsi, indebitarsi, ingrandirsi. Proprio come quelle fabbriche appena citate, cioè come quella grande industria legata a quadruplo filo alla finanza creativa contemporanea, alla politica e alle varie lobby di potere, che poi (chissà come maaaaai…) spesso salta per aria (vedi il caso Parmalat, appunto), non prima però di aver fatto danni indicibili al proprio mercato di riferimento. Ovvero, in tal caso, alla cultura che di quel mercato dovrebbe essere il movente primario, lo ribadisco.
Nel frattempo, dietro e lontano da tali sommovimenti finanziari così palesemente antitetici a qualsiasi concetto di cultura, lettura, letteratura e quant’altro, l’editoria indipendente, i piccoli editori e librai e tutta la filiera non industriale, per così dire, soffre terribilmente. Di essa, alle banche sempre pronte a regalare denaro a chi non se lo meriterebbe affatto, non interessa nulla, e infatti la falcidia dei piccoli editori e delle librerie indipendenti continua inesorabile. Motivo in più, a mio modo di vedere, per fare fronte comune e scavare un solco netto tra quell’editoria così corrotta dalla finanza e quella che, ancora e pur tra infinite difficoltà (e tutti i distinguo del caso), sa fare editoria di qualità, sa portare avanti discorsi editorial-letterari logici, sa trovare nella ciurma fin troppo vasta degli scrittori esordienti chi merita di diventare “qualcuno” (come ha evidenziato anche quest’anno il premio Strega). A mio modo di vedere il problema veramente grave, alla fine, non è solo che i coniugi Mondazzoli si prendano il 40% e più del mercato, è pure che con la loro ingordigia lo privino di qualsiasi buon valore culturale e lo deprimano al punto che nessuna ripresa del numero dei lettori e della diffusione della buona lettura sarà possibile, perché il mercato editoriale sarà diventato una specie di discarica di pulsioni finanziarie distorte e di strategie commerciali ottuse.
Insomma, come scrisse Joyce: “Fragilità, il tuo nome è matrimonio.” Che non parlasse di vita coniugale ma di fusioni societarie?

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Chi ben comincia è a metà dell’opera (letteraria). Il titolo di un libro, passo fondamentale verso il suo imperituro successo.

Ho discusso di recente con alcuni colleghi circa un tema che tutti sappiamo fondamentale per far che un libro possa ritenersi ben riuscito (e dunque di potenziale successo), ma che a volte risulta trascurato ovvero sopravvalutato in modo pacchiano, mentre in moltissimi casi viene “risolto” fin troppo modestamente: il titolo. Più importante anche della copertina – fondamentale, poi, per quelle edizioni che proprio non utilizzino alcuna elaborazione grafica sulla stessa – il titolo è sotto molti aspetti IL libro. E non solo perché lo identifica materialmente nella conoscenza del pubblico, ma perché in qualche modo è il suo passaporto: un passaporto, tuttavia, che non fornisce dati precisi, semmai genera una suggestione, un’emozione primaria, attiva una potenziale attrazione magnetica la cui pur minima forza può risultare incontrastabile e imperitura.
Per ciò il titolo di un libro deve essere qualcosa di accattivante, di adescante, magari pure di bizzarro, comunque che genera qualcosa di più che semplice curiosità e ordinario interesse… Non deve descrivere il libro – a ciò semmai può servire il sottotitolo – anzi, deve dire il meno possibile eppure affascinare: deve essere come l’attore che sul palco già con le proprie movenze sappia conquistare il pubblico, prima ancora di attaccare con la recitazione. Può addirittura disorientare o trarre in inganno il potenziale lettore, ma anche in questo modo può suscitargli quel desiderio di saperne di più che da subito è ottima fondamenta per la costruzione del gradimento del libro così titolato.

Riflettendo su tale questione, mi sono chiesto quali potessero essere titoli di opere letterarie ben riusciti, o che a mio giudizio possa ritenere tali. Di sicuro ce ne sono parecchi, più o meno celebri – così come ci sono capolavori della letteratura dotati di titoli assai poco interessanti – in ogni caso, tra i tanti a cui ho pensato, trovo che ad esempio molti titoli di opere di Italo Calvino siano veramente ottimi: Se una notte d’inverno un viaggiatore, Il cavaliere inesistente, Il castello dei destini incrociati… Un altro autore – contemporaneo, questa volta – i cui libri sono dotati di titoli parecchio suggestivi è Haruki Murakami: Kafka sulla spiaggia non può non essere accattivante, così come L’uccello che girava le viti del mondo incuriosirebbe chiunque. Ma, appunto, sono solo alcuni degli infiniti esempi che chiunque di voi potrebbe citare, ovviamente legati poi al proprio gusto, istinto, piacere, predisposizione, estasi e visione del mondo.

Altra domanda inevitabile che viene da porsi sulla questione, è se si possa determinare una metodologia (pur di matrice personale ma comunque dotata di tratti comuni a qualsiasi altra) da seguire per poter trovare titoli letterari affascinanti. In questo caso è stato Umberto Eco a fornirmi una interessante risposta, grazie alle celebri postille a Il nome della rosa pubblicate su Alfabeta n. 49, giugno 1983, e poi riprese nell’appendice di varie edizioni successive del romanzo.
Così scrive Eco:

Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni. Ma uno dei principali ostacoli alla realizzazione di questo virtuoso proposito è proprio il fatto che un romanzo deve avere un titolo.

E continua:

Un titolo è purtroppo già una chiave interpretativa. Non ci si può sottrarre alle suggestioni generate da “Il rosso e il nero” o da “Guerra e pace”. I titoli più rispettosi del lettore sono quelli che si riducono al nome dell’eroe eponimo, come “David Copperfield” o “Robinson Crusoe”, ma anche il riferimento all’eponimo può costituire una indebita ingerenza da parte dell’autore. Le “Père Goriot” centra l’attenzione del lettore sulla figura del vecchio padre, mentre il romanzo è anche l’epopea di Rastignac, o di Vautrin alias Collin. Forse bisognerebbe essere onestamente disonesti come Dumas, poiché è chiaro che “I tre moschettieri” è in verità la storia del quarto. Ma sono lussi rari, e forse l’autore può consentirseli solo per sbaglio.

Interessante anche scoprire la genesi del titolo Il nome della rosa, certamente ben piazzato nella testa di tanti, anche non lettori:

Il mio romanzo aveva un altro titolo di lavoro, che era l’“Abbazia del delitto”. L’ho scartato perché fissa l’attenzione del lettore sulla sola trama poliziesca e poteva illecitamente indurre sfortunati acquirenti, in caccia di storie tutte azione, a buttarsi su un libro che li avrebbe delusi. Il mio sogno era di intitolare il libro “Adso da Melk”. Titolo molto neutro, perché Adso era pur sempre la voce narrante. Ma da noi gli editori non amano i nomi propri, persino “Fermo e Lucia” è stato riciclato in altra forma, e per il resto ci sono pochi esempi, come “Lemmonio Boreo”, “Rubé” o “Metello”… Pochissimi, rispetto alle legioni di cugine Bette, di Barry Lyndon, di Armance e di Tom Jones che popolano altre letterature.
L’idea del “Nome della rosa” mi venne quasi per caso e mi piacque perché la rosa è una figura simbolica così densa di significati da non averne quasi più nessuno: rosa mistica, e rosa ha vissuto quel che vivono le rose, la guerra delle due rose, una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, i rosacroce, grazie delle magnifiche rose, rosa fresca aulentissima. Il lettore ne risultava giustamente depistato, non poteva scegliere una interpretazione; e anche se avesse colto le possibili letture nominaliste del verso finale ci arrivava appunto alla fine, quando già aveva fatto chissà quali altre scelte. Un titolo deve confondere le idee, non irreggimentarle.

Una chiosa, questa finale di Eco, che in poche parole riassume assai bene il senso fondamentale del tema disquisito, e che disvela gli elementi primari di quella che in fondo è una piccola/grande arte (nell’arte), minima nella forma ma sovente di natura sostanziale ed eterna.