“Dentro” la scuola. Sull’insegnamento, sulla didattica, sullo studiare e (forse) sull’imparare, dal punto di vista di uno studente

Più volte qui sul blog mi sono occupato di argomenti legati al mondo scolastico e alla didattica contemporanea, attraverso personali considerazioni e anche grazie a qualificati e consapevoli interventi altrui. Tuttavia, in questi giorni di inizio del nuovo anno scolastico, mi rendo conto – e non lo scopro certo io, ora – che molto spesso, anche troppo, quando si parla di scuola la dissertazione è quasi sempre univoca, ovvero riservata alla parte dei docenti e della dirigenza scolastica, interna o esterna ovvero politica. Quasi mai, appunto, viene data la parola ai veri e diretti interessati, agli studenti, se non per rari interventi sui media che di frequente assumono più aspetti “folcloristici” (“Come è andato l’anno scolastico?”, “Cosa ne pensi dei tuoi professori?”, e via di questo banalissimo passo…) che di reale partecipazione alle riflessioni sul tema, oltre che di espressione d’una consapevolezza diretta riguardo il senso e lo scopo dell’attività scolastica che si sta intraprendendo.
Per tutto ciò ospito con grande piacere l’intervento di Paolo Terruzzi, che il proprio percorso di studi “superiori” l’ha concluso da poco e ora si appresta ad affrontare quello accademico, dunque che può avere una visione assolutamente completa e consapevole, ribadisco, riguardo la realtà scolastica italiana.
In fondo, tra gestioni più o meno valide, burocrazie varie e assortite, riforme politiche, contratti, programmi didattici e quant’altro, è (dovrebbe sempre essere) lo studente il centro di tutto il sistema scolastico, dunque la sua l’opinione primaria e fondamentale, se non determinante, sul concetto basilare di “scuola”. E’ lo studente che può (deve) godere dei benefici ovvero subire gli svantaggi relativi a come funziona la scuola, quindi ritengo l’intervento che potete leggere di seguito del tutto importante e significativo.
Buona lettura, e buone meditazioni sul tema!

fotti-il-sistema-studia1-1170x550Cominciamo parlando di questa società ingrata, in cui è sempre più difficile far valere la forza della conoscenza, la sua utilità, il suo potere di stravolgerci, cambiarci dove essa trova spazi aperti per attecchire e non ostinazione e fossilizzazione mentali, in cui prevale il calcolo materialistico ed edonistico e viene svalutata l’importanza della comprensione della realtà fuori dal proprio alveo di soddisfazioni. E parliamo ancora della società italiana, in cui è assai difficile spiegare a persone per le quali lo sfruttamento incondizionato (e annoiato) delle proprie risorse e delle persone per i propri voleri risulta essere il vero senso della vita e l’unico obiettivo da perseguire, l’importanza di leggere libri decenti (frutto di un serio lavoro) di non ascoltare sempre e solo musica commerciale, di assistere ad attività culturali produttive, di innovarsi, insomma di aprire la mente, se stessi, in modo tale da non ridursi a soggetti costantemente imprigionati nella morbosità di comportamenti dannosi per sé e per gli altri, immersi nel conflitto spicciolo, nell’ipocrisia e intenti ad innalzare muri, per incoscienza o consapevolmente (in funzione di una propria sicurezza).
E’ vero anche che si potrebbe dire che il messaggio che passa sia il seguente: stiamo dando per scontato che volgersi alla conoscenza in tutte le sue forme sia un’attività utile a priori (e che quindi sia la “retta via” da seguire), che chi “conosce” qualcosa sia migliore, più utile, più aperto verso la società rispetto a chi non lo fa.
Niente di più falso.
Il primo punto è tutto da dimostrare, ossia, non è scontato che il conoscere qualcosa sia utile direttamente a capire qualcosa in questo mondo o indirettamente, o non lo sia affatto, semplicemente può esserlo nei limiti minimi di un esercizio di plasticità della mente, il che è in funzione dell’abilità e dell’intelligenza del singolo; e dove stia l’utilità di essa va specificato di caso in caso, poiché le vie attraverso cui si manifestano gli effetti di una determinata conoscenza sono infinite.
Sul secondo punto si parla dell’uso che si fa della conoscenza, i cui risultati effettivi, come tutte le possibilità d’ azione che si presentano all’uomo, dipendono dalle inclinazioni d’animo degli individui, per cui la conoscenza, così come tutti i mezzi che si hanno a disposizione, non è male in sé, ma, in base alla sua propria natura, il singolo (o la massa) farà uso o non uso di quel mezzo in un certo modo, più o meno eccessivo o difettivo.
E’ pur vero che, se con conoscenza comprendiamo tutti i risultati dell’esperienza umana, l’utilizzo che si farà di essa avrà scopi sempre diversi, meccanismi  e risultati sempre diversi, in relazione alla verità e alla falsità, in modo da condizionare rapporti e modi di pensare nella/e società (media). E parlando di chi diffonde una qualsiasi forma di conoscenza (tutti noi), sto dalla parte di chi crede fermamente nella possibilità di capirci, farci capire di più, rispettarci nella diversità di ognuno e nell’uguaglianza di tutti come creature viventi, tramite la profondità e l’estro di un’opera d’arte, la ragione delle politiche, delle filosofie e delle scienze, tramite la forza delle proprie convinzioni, esperienze ed interpretazioni e, sopra ogni cosa, l’umile illuminazione del dubbio, che ci apre alla considerazione dell’infinita contraddizione del pensiero e dell’azione, anche se poi prevale l’unica vera variabile determinante, ossia chi e che cosa davvero amiamo?
Riprendendo in considerazione la società italiana e nello specifico la scuola: posto che il compito che l’istruzione si pone sia quello di in-segnare, ossia lasciare un segno nella mente degli studenti con il mezzo della conoscenza, la scuola e la qualità dell’insegnamento acquisiscono importanza capitale in una società come la nostra che ogni giorno sempre più scade nella volontà di distruggere invece di costruire o costruire distruggendo in nome di misere soddisfazioni che durano e valgono tanto quanto l’eccitato e dissennato attimo in cui sono state perseguite; sempre che costruire davvero senza distruggere sia possibile.
Ma procedendo con ordine bisognerebbe guardare la questione da più punti di vista.
Anzitutto il concetto di “istruzione”: è poi vero che all’interno delle scuole si tramanda conoscenza e la si rende materia viva che “provoca” il singolo e lo apre alla problematizzazione delle cose del mondo?  Oppure si riduce ad una impartizione di regole e metodi atti a sfornare efficienti e preparati specialisti? Quindi lo studente: come si approccia alla scuola e allo studio? È evidente che in buona parte l’interesse dello studente provenga da una propria disposizione positiva verso la conoscenza, ossia, c’è una vera
e propria “passione” per il conoscere, un “voler capire” che già il ragazzo sente di avere, per cui, dove altri troveranno il non interessante, il non bello, il noioso ecc., lui troverà il meraviglioso. Si parla però di una condizione a priori dovuta anche a come e in che contesto il ragazzo è cresciuto e alla sua indole. Si ritrova ancora la questione di una società in cui i genitori educano i propri figli, fin da piccoli, alla cultura dell’indifferenza, dell’accidia, della noia, dello spirito pretenzioso e accentratore (poiché abituati a non rinunciare, all’ottenere ciò che vogliono e a volere di più, materialmente parlando), dell’arroganza per la certezza di sé, invece di accendere in loro l’intelligenza, la passione per qualcosa, valorizzando in modo equilibrato le loro capacità.
Poi c’è il fronte dell’insegnante, che, come si diceva prima, ha il fondamentale compito di “filtro” della materia che in-segna. Perciò la capacità necessaria dovrebbe essere quella di accendere le anime dei ragazzi, trasmettere la bellezza del conoscere prima ancora della sua utilità (che è incerta, come si diceva, poiché usata per scopi diversi). Requisiti necessari, ma forse non sufficienti, poiché le situazioni scolastiche presentano variabili imprevedibili (per esempio le predisposizioni dell’ alunno), ma, in ogni caso, se l’insegnante fosse in grado di equilibrare fermezza e condiscendenza e di rimettersi in discussione allora, teoricamente, sarebbe un ottimo insegnante. Dovrebbe, in questo senso, lavorare sul modo in cui “trasmettere” e non sul semplice atto del comunicare passivamente, nonché aprirsi al confronto con gli alunni stessi.
E si giunge perciò allo Stato, che significa potere e quindi denaro. Il punto è che il sostegno economico all’istruzione è carente, se non mancante, così come lo è relativamente alla promozione di attività culturali. E questa è una semplice conseguenza di “malapolitica”, ossia di un sistema già incancrenito di per sé: lo Stato cambia nomi alle tasse, toglie e rimette, prosciugando così i fondi degli italiani. Insomma, con la scusa di far quadrare i bilanci, pretende sacrifici e pagamenti. L’Italia ha altri problemi in questo momento: c’è da arrivare a fine mese, i prezzi che rincarano, gli imprenditori che si suicidano, la disoccupazione, gli immigrati, l’Europa… A chi interessa ora aiutare a rimettere in piedi la scuola e i giovani? A chi interessa che tutte quelle cose che si insegnano possano un giorno far scattare qualcosa nelle menti dei ragazzi, grazie alle quali essi penseranno di più, si faranno più domande e cominceranno a combattere le ingiustizie nel mondo degli uomini secondo i propri mezzi? A chi interessa coltivare il seme della conoscenza e recidere il parassita dell’ignoranza e dell’indifferenza? Non potrà certo interessare alla vergognosa “Buona scuola” di Renzi o a chi lascia che le strutture scolastiche cadano a pezzi. Ma i soldi ci sarebbero, se solo coloro che ci rappresentano alle camere del potere non continuassero imperterriti a sguazzare in episodi di corruzione, in veri e propri ladrocini e ruberie. Ci sarebbero più soldi a disposizione se non venissero buttati via nei mastodontici lucrosi affari che da sempre fruttano il grosso a pochi e poco ai molti. E poi, qualche volta, lo Stato promuove la cultura, la scuola, la conoscenza e tutte quelle belle cose di cui sopra. Ma lo fa con ipocrisia, continuando a ingannare, coprire reati suoi o della criminalità organizzata, a deludere le persone e a perdere credibilità. Noi, figli di un’Italia che ci insegna la disonestà, l’edonismo sfrenato, la calunnia, l’egoismo, il bigottismo, facciamo fatica ora a credere che qualcosa possa cambiare.
La storia e tutto ciò che è passato, quello che possiamo ricordare e che potremmo conoscere è tutto ciò che abbiamo e sta a noi capire quale fine vogliamo, nel profondo, perseguire.

Geografo, ma anarchico. Élisée Reclus, storia di un uomo libero.

Come già fatto in altre simili occasioni, propongo qui i materiali documentali utilizzati per la puntata di RADIO THULE del 17 novembre 2014 dedicata ad Élisée Reclus (QUI il podcast), geografo, scienziato, attivista politico, filantropo tanto misconosciuto quanto fondamentale per la nostra visione e concezione del mondo in cui viviamo – del quale peraltro disquisii anche QUI.
Della sua misconoscenza me ne sono reso conto anche durante la presentazione di un recente lavoro cartografico al quale ho contribuito (curando i testi delle schede di inquadramento geografico e storico-culturali relative), e nella qual presentazione il mio intervento si è basato anche sui dettami grazie ai quali Reclus seppe rivoluzionare la disciplina geografica, appunto. Non c’è alcuna colpa in chi non lo conosca, ovviamente, e pure io mi ci sono imbattuto abbastanza per caso: al solito molti personaggi fondamentali per l’evoluzione della civiltà umana vengono dimenticati per far posto a tanti altri del tutto evanescenti, se non inutili e/o dannosi… Reclus, invece, fu veramente un rivoluzionario delle scienze geografiche, padre spirituale di una “geografia sociale” in grado di cambiare il punto di vista comune sul nostro pianeta, sulla sua storia e la sua raffigurazione, nonché anticipatore di molte delle discipline legate a quelle scienze geografiche, dalla gestione del suolo all’ecologia, dall’antropologia culturale in chiave moderna all’ambientalismo.
Da conoscere, insomma, senza dubbio alcuno, e spero qui di potervi offrire qualche spunto iniziale per “incontrare” Reclus e, magari, approfondire sempre più la sua conoscenza.

Élisée_Reclus,_1903Un uomo libero
di Béatrice Giblin

“Ho girato il mondo da uomo libero…”. Così Élisée Reclus si presenta ai suoi lettori. Affermazione assolutamente legittima se si ha presente la sua vita. Che un geografo percorra il mondo è più che normale anche se nel XIX secolo sono ancora in pochi a farlo; ma che rivendichi a piena voce di averlo fatto da uomo libero, questa non è una cosa del tutto ordinaria, tant’è vero che i geografi avevano fama di conservatori, e i pochi che non lo erano, avrebbero trovato incoerente e fuori luogo proclamare le proprie convinzioni politiche al termine dell’introduzione di un libro di geografia fisica! E la stessa cosa vale per oggi.
Ma Élisée Reclus non è affatto un geografo come gli altri; ebbe la strana idea di essere un geografo libertario. E il prezzo di questa audacia fu, dopo la sua morte, il silenzio e l’oblio, malgrado la ampiezza della sua opera. Chi conosce oggi Élisée Reclus? Chi sa che fu un geografo estremamente celebre nel XIX secolo?
Se gli anarchici lo riconoscono come uno dei loro (fu amico di Bakunin e di Kropotkin), i geografi francesi l’ignorano altezzosamente, come se Reclus non fosse stato che un oscuro geografo di un’epoca “prescientifica”. E tuttavia la sua fama è dovuta ben più alla qualità dei suoi lavori geografici che alla portata teorica dei suoi scritti anarchici. Questo scienziato aveva acquisito una notorietà internazionale, gli scienziati dell’epoca lo ritenevano uno dei migliori, tutti lo consideravano un geografo di grande talento. E la gente non si fece ingannare: le sue opere vennero pubblicate in migliaia di copie, furono riedite più volte, tradotte in inglese, in russo, in spagnolo, in italiano. Perché allora questo silenzio, perché questo oblio? Chi era dunque Élisée Reclus, geografo tanto rinomato e tanto presto dimenticato? Da dove viene questo geografo libertario?
Originario del sud-ovest della Francia, Élisée Reclus nasce a Sainte-Foy-la-Grande, cittadina della estremità della Dordogna, il 15 marzo 1830. È il terzo figlio di Jacques Reclus, un pastore calvinista (un vero mistico) e di Zéline Trigant, proveniente da una famiglia borghese di Bordeaux, sicuramente poco preparata a una famiglia numerosa: undici figli. Ella dovette mettersi a fare l’istitutrice per supplire ai bisogni della famiglia, in quanto suo marito era più preoccupato dei suoi rapporti con Dio che dei problemi materiali.
Nel 1831, la famiglia Reclus si stabilisce a Orthez, vicino ai Pirenei. A tredici anni, Eliseo segue suo fratello e sua sorella maggiore a Neuwied, in Germania, in un collegio religioso diretto dai Fratelli Moravi, giacché il pastore Reclus aveva giudicato che solo questa congregazione religiosa fosse degna di fiducia. E in questo si sbagliò parecchio, perché Élisée Reclus rimase nauseato dall’ipocrisia di quei religiosi, più smaniosi di incassare soldi che di educare seriamente i loro allievi. Questo periodo trascorso in Germania non dura che un anno, ma rappresenta un taglio netto colla sua famiglia: scarsa corrispondenza, nessun ritorno in Francia. È costretto a imparare rapidamente il tedesco. Nel 1844, rientra a Sainte-Foy-la-grande per continuare gli studi superiori. Si diploma nel 1848, dopo aver passato un anno nel seminario protestante di Montauban, in quanto a quel tempo pensa ancora di voler fare il pastore, riparte per la Germania, a Neuwield presso i Fratelli Moravi, ma stavolta come sorvegliante; in realtà, i suoi genitori erano troppo poveri per finanziare più a lungo i suoi studi. Dopo sei mesi, è tanto stufo che decide di partire per Berlino e iscriversi all’Università; là segue più o meno fortuitamente i corsi di geografia di Carl Ritter, uno dei primi geografi universitari, famosissimo in Germania. Nel settembre del 1851, ritorna a piedi a Orthez, in compagnia di suo fratello Elia che aveva terminato i suoi studi di teologia a Strasburgo. Per economia ma anche per diletto, i due fratelli attraversano quindi la Francia a piedi, dormendo di notte sotto le stelle. Qualche tempo dopo, scoppia il colpo di stato del 2 dicembre. Repubblicani convinti, i fratelli Reclus si oppongono al colpo di mano del futuro imperatore e, senza essere ufficialmente esiliati, devono rifugiarsi in Inghilterra.
Per guadagnarsi da vivere, Eliseo dà qualche lezione, ha contatti con altri esuli francesi, quelli del 1848 e quelli del colpo di Stato, ma non sta bene in Inghilterra ed è deluso per l’accoglienza che gli inglesi riservano ai rifugiati politici. Alla prima occasione si stabilisce in Irlanda in qualità di par01163amministratore di un’azienda agricola. S’interessa a questo paese di cui esamina la tragica situazione economica e sociale, quattro anni dopo la terribile carestia del 1847 e per tutta la vita manterrà il medesimo interesse per questo paese di cui prevede le difficoltà ineluttabili provocate dall’occupazione inglese. Quindi lascia l’Irlanda per la Louisiana dove si ritrova precettore dei figli di un coltivatore di canna da zucchero per due anni. Analizza con ogni agio la società sudista e, scandalizzato per il comportamento degli uomini di chiesa che difendono i piantatori contro gli schiavi, si volge definitivamente all’ateismo. Aveva già rinunciato ad essere pastore, ma era rimasto credente.
Nel 1855 Reclus parte per la Colombia, che a quel tempo si chiamava Nuova-Granata, dove tenta invano di sistemarsi come piantatore di caffè. Dopo numerosi fallimenti, malato, senza un quattrino, indebitato, rientra in Francia nel 1857. Ma ha dei quaderni di viaggio pieni di note e di osservazioni personali e al suo ritorno cerca di pubblicare qualche articolo basato su quegli scritti. L’interesse di Reclus per la geografia si viene confermando a poco a poco ed ha una gran voglia di descrivere i paesaggi tanto variati attraverso cui ha viaggiato e scrivere sul mondo gli pare un compito esaltante. Prende allora contatto con diversi scienziati famosi e redige qualche articolo. La casa editrice Hachette vuole pubblicare il resoconto dei suoi viaggi e gli propone, intanto, di lavorare alla raccolta delle guide Joanne che essa pubblica e ad altre pubblicazioni geografiche. Eliseo entra da Hachette come geografo nel dicembre del 1858 e comincia a girare, perlopiù a piedi, per la Francia e nei paesi vicini, per compilare le sue guide. La pubblicazione di alcuni articoli di geografia fisica gli permette anche di aderire alla Società di Geografia di Parigi, che era assai attiva a quel tempo e soprattutto possedeva la migliore biblioteca di opere geografiche ed un grandissimo numero di carte.
Nel 1869 esce la prima opera di Élisée Reclus: La Terre. È un vero e proprio trattato di geografia fisica che conosce un enorme successo.
Malgrado il poco tempo che gli lasciano le sue attività geografiche (viaggi, pubblicazioni, ecc.), Élisée Reclus dimostra d’essere un militante attivo nell’ambiente socialista prima e poi anarchico. S’era interessato fin dalla prima giovinezza alle idee socialiste; aveva letto Leroux, Owen, Fourier. Al suo ritorno dall’America, viene affascinato, come suo fratello maggiore Elia, dagli ideali anarchici che gli paiono gli unici ad accordare tanta importanza all’individuo. La sua educazione protestante è indubbiamente all’origine della costante preoccupazione per i diritti dell’individuo e ancor più il protestantesimo personale di suo padre che in ogni circostanza non seguì che la sua coscienza e rifiutò sempre di limitare la propria libertà, non volendo nulla e nessuno tra sé e Dio.
Il protestantesimo in seno al quale Élisée Reclus è stato educato è in realtà una linea di vita, una morale che si basa sull’autonomia totale dell’individuo, effettivamente responsabile di se stesso e che non deve render conto dei suoi atti che a Dio. Diffidenza dunque verso i riti e le organizzazioni che non son altro che barriere destinate a controllare gli uomini e le donne. Questi principi, è chiaro, non han potuto che favorire l’avvicinamento di Reclus all’anarchismo. Ardente difensore di tutti gli oppressi, avversario dichiarato dello Stato e di tutte le leggi che non siano naturali, egli milita cogli anarchici.
Nel 1864, Reclus conosce Bakunin e aderisce, col fratello, alla società segreta “La Fratellanza Internazionale”, lo segue nelle attività dell’Internazionale dei lavoratori, in cui incontra i sostenitori di Marx, coi quali gli anarchici entrano ben presto in contrasto. Marxisti ed anarchici divergono sul cammino da seguire per arrivare alla liberazione dei lavoratori. I primi ritengono che non si debba trascurare la via legale e attribuiscono un ruolo primario all’organizzazione, mentre gli anarchici son convinti che sia illusorio progettare la rivoluzione per tale cammino. Marx ed Engels del resto parlano dei fratelli Reclus in termini ironici e spregiativi.
Le idee anarchiche di Élisée Reclus si radicalizzeranno ancor più all’epoca della Comune di Parigi. Naturalmente, segue con partecipazione gli inizi del moto, coi suoi fratelli Elia e Paolo. Dinanzi all’atteggiamento rinunciatario dei versagliesi nei confronti dei prussiani, i fratelli Reclus entrano in un battaglione di federati. Ma per Élisée Reclus il combattimento è brevissimo, perché vien fatto prigioniero fin dai primi d’aprile del 1871 e imprigionato nella rada di Brest. La sua fama di scienziato gli permette di godere di condizioni detentive relativamente favorevoli. Può persino disporre di una parte della sua documentazione per proseguire il suo lavoro. È in prigione che negozia con Templier, delle edizioni Hachette, il suo contratto per la redazione di una Geografia universale.
Nel novembre del 1871, viene condannato alla deportazione in Nuova Caledonia.

dums_elisee_reclus_geographie_universelle_1Questa condanna non passa sotto silenzio e un gruppo di scienziati stranieri (inglesi ed americani) ottiene dal governo francese, nel febbraio del 1872, la commutazione della sua pena in dieci anni di esilio. Reclus ammanettato, lascia la Francia per la Svizzera, dove raggiunge suo fratello maggiore che vi si era già rifugiato.
Ben presto Reclus riprende i contatti con i suoi amici anarchici (Bakunin è a quel tempo a Zurigo), ma si dedica soprattutto al suo lavoro di geografo. Nell’estate del 1872 ha firmato un contratto con le edizioni Hachette per la redazione di una Nuova Geografia universale. Deve conservare questo lavoro e guadagnarsi da vivere. Per entrare in possesso di informazioni aggiornate, Reclus non esita ad andare nei paesi che deve descrivere. Quindi viaggia enormemente, s’informa presso i suoi amici geografi o anarchici. Quando costoro riuniscono ambedue le qualità, è l’ideale. È il caso di Kropotkin. I due si incontrano nel 1877 e resteranno amici fedelissimi. Kropotkin ha aiutato moltissimo Reclus nella redazione del volume della Geografia universale dedicato alla Russia. Insieme, collaborano pure a mettere in piedi un nuovo orientamento del movimento anarchico, l’anarchismo comunista, che condanna la proprietà privata: “Il nostro comunismo non è né quello dei falansterii, né quello dei teorici autoritari tedeschi. E il comunismo anarchico, il comunismo senza governo, quello degli uomini liberi. È la sintesi dei due fini perseguiti dall’umanità nei secoli, la libertà economica e la libertà politica. (Kropotkin, La Conquista del Pane).

elisee-reclusMalgrado l’interesse che ha verso il movimento anarchico, Reclus non ha tempo da dedicargli. Tuttavia scrive qualche articolo e sostiene finanziariamente alcune pubblicazioni anarchiche. La massima parte del suo tempo va alla stesura della Nuova Geografia universale, opera colossale: 19 grossi volumi. Insegna anche all’università di Neuchâtel dove per parecchi anni tiene conferenze di geografia sul Mediterraneo. Nel 1879, la Camera dei deputati vota un’amnistia parziale che si applica ai fratelli Reclus, ma Eliseo rifiuta di rientrare in Francia finché tutti i comunardi non saranno amnistiati: bell’esempio di rettitudine politica.
Sempre per la redazione della sua Geografia universale visita l’Egitto, soggiorna varie volte nel Maghreb, (una delle sue figlie sta con la famiglia in Algeria); in Spagna, in Portogallo, dove consulta gli archivi della colonizzazione dell’America del Sud allo scopo di accrescere la sua documentazione. Nel 1889, parte per gli Stati Uniti. Ritorna in Louisiana, ma scopre soprattutto nuove regioni, i grandi Laghi, New York e lavora moltissimo anche in biblioteca.
Nell’estate del 1890, Reclus lascia la Svizzera e rientra a Parigi pur continuando a viaggiare moltissimo. Non rimane che quattro anni a Parigi, dove l’istituzione universitaria non gli offre alcun posto d’insegnamento. Naturalmente non ha titoli accademici ma la sua notorietà eccezionale gli poteva aprire le porte del Collegio di Francia. Non è così: si deve considerare che questo geografo di talento, ma libertario e abbastanza originale, non trova collocazione nell’istituzione. Dopo l’uscita dell’ultimo volume della Nuova Geografia universale, nel 1894, viene chiamato dall’Università libera di Bruxelles.
In realtà, l’arrivo di un geografo libertario viene contestato e in definitiva respinto da numerosi docenti. Così Eliseo, suo fratello Elia e qualche altro insegnante dalle stesse idee, fondano la Nuova Università di Bruxelles, che d’altronde coesiste pacificamente per vent’anni con l’Università libera. I professori non vengono pagati dallo Stato e questa università non riceve alcuna sovvenzione. Così Reclus deve darsi da fare per guadagnarci un po’ di denaro con le sue pubblicazioni e i suoi lavori di cartografo per assicurare delle entrate al corpo insegnante che lavora con lui. È anche assorbito moltissimo nella realizzazione di un gigantesco globo in rilievo, perché Élisée Reclus s’è sempre preoccupato dei problemi connessi ad un’esatta riproduzione della terra.
Ma soprattutto dedica le sue ultime forze a un’opera che egli considera come il coronamento delle sue fatiche. L’Uomo e la Terra, in 6 tomi. Reclus la definisce “Un’opera di geografia sociale” in cui tratta tre temi da lui considerati fondamentali: “La lotta tra le classi, la ricerca dell’equilibrio e il ruolo primario dell’individuo”. È un vasto affresco storico delle lotte e dei progressi dell’umanità dalla preistoria fino agli inizi del XX secolo. Ma è pure (i due ultimi tomi) un trattato di geografia umana generale.
Malato da qualche tempo, muore a Thourout, in Belgio, il 4 luglio 1905. Suo nipote Paul Reclus, figlio di Elia, si incaricherà di far uscire gli ultimi cinque volumi e gli succede alla testa dell’Istituto di geografia della Nuova Università di Bruxelles, che scompare nel 1914.

Alle origini della geografia sociale
di Yves Lacoste

Élisée Reclus è nato 150 anni fa ed è morto 75 anni fa, l’anno in cui portava a termine L’homme et la terre, che è il coronamento della sua opera enorme e, oggi, ancora misconosciuta.
Per ciò riteniamo utile che i geografi e, più in generale, coloro che si interessano, per diversi motivi, alla geografia, prendano coscienza di quale è stata, veramente, l’evoluzione della Scuola geografica francese dal momento della sua costituzione, dei suoi progressi ma anche dei suoi passi indietro.
Per lungo tempo, fino agli anni ’60, i geografi non si son neppure curati di conoscere la storia della loro disciplina, come se fosse una preoccupazione del tutto accademica, motivo per intrecciare corone e rendere omaggio a questo o quel maestro. Si faceva e si fa ancora geografia, senza troppo chiedersi che L_Homme_Et_La_Terrecosa sia: prima si descrive, ovvero si sceglie nella realtà estremamente complessa che ci circonda, ciò che è geografico. Ma che cosa è geografico e che cosa non lo è? Questo dilemma fondamentale i geografi universitari non l’hanno mai chiaramente risolto e, per la massima parte, essi non prendono in considerazione che quelle categorie di fenomeni che i loro maestri hanno loro insegnato ad esaminare. Ogni geografo è stato innanzitutto uno studente che ha subito l’influenza dei suoi professori e, una volta terminato il suo periodo di istruzione, continua a far riferimento, anche inconsciamente, ad opere che la corporazione considera come modelli di descrizione e di ragionamento geografici. Questo “saper vedere” e questo “poter vedere” dei geografi (come dice C. Raffestin), e in realtà molto selettivo: a ragione ma anche a torto, essi lasciano in disparte una grandissima parte della realtà; a ragione, per quanto riguarda fenomeni non proiettati in cartografia, a torto per quei fenomeni che svolgono un importante ruolo nell’organizzazione dello spazio terrestre e che sono, tra l’altro, già rappresentati in cartografia, proprio a motivo della loro importanza politica. In effetti, i geografi non prendono in considerazione che le categorie di fenomeni che essi hanno imparato a considerare come “interessanti”, ossia quelli che è utile tenere in conto da un punto di vista ritenuto scientifico, secondo le tradizioni della corporazione e secondo l’idea che i loro maestri si fanno della scienza.
Una delle caratteristiche principali della geografia universitaria, da quando esiste in Francia ossia da circa un secolo, è l’esclusione dei fenomeni politici dal campo dei suoi interessi. La corporazione considera, contro ogni evidenza, che essi non sono affatto geografici e ritiene che prenderli in considerazione sia la negazione di un comportamento scientifico. Il termine geopolitica ha connotazioni obbrobriose, in quanto ci si ostina a non vederci altro che le argomentazioni che giustificano l’espansionismo hitleriano.

778px-Ethnographical_map_of_the_Caucasus_(Élisée_Reclus)Pertanto è della massima importanza, non solo per i geografi ma anche per tutti quelli che si interessano di scienze sociali, spiegare quali siano state la grandezza e la ricchezza dell’opera di Élisée Reclus. Essa è rimasta completamente ignorata dalla corporazione dei geografi universitari e questo è un passo indietro notevole nell’evoluzione della loro disciplina, poiché, sotto moltissimi punti di vista, il metodo di Reclus è ancor oggi un esempio da seguire. Élisée Reclus e Vidal de la Blanche sono quasi contemporanei (il primo è nato 15 anni prima e il secondo è morto 14 anni dopo). Tuttavia Reclus, che è davvero il più grande geografo francese, è completamente sconosciuto, mentre Vidal viene considerato non solo come il fondatore della Scuola geografica francese, ma anche come il modello cui ispirarsi persino oggi. È da notare che la corporazione non ha conservato che una parte dell’opera di Vidal e che ignora del tutto, tuttora, il suo libro principale (La France de l’Est) poiché egli vi tratta, da geografo, un grave problema geopolitico. L’esclusione del politico è proprio il problema epistemologico centrale della geografia universitaria.
Riguardo al modello “vidaliano”, quanto meno quale lo concepisce la corporazione per giustificare il suo rifiuto ad affrontare i problemi geopolitici, l’opera di Élisée Reclus costituisce un modello alternativo. I geografi d’oggi dovrebbero ispirarvisi per meglio comprendere il mondo ed il ruolo che essi potrebbero avere.
Reclus è un grandissimo filosofo e ciò che ha scritto, soprattutto L’homme et la terre, dovrebbe suscitare l’interesse anche di coloro che non si dedicano alla geografia.

Lyon 6-9 settembre 2005
Congresso su I cento anni di Reclus
Resoconto di Federico Ferretti

Riscoprire Reclus ovvero che cos’è la geografia

In un incontro preliminare del congresso di Lione, gli organizzatori hanno spiegato il senso di un loro appello, diffuso mesi prima, per fare il punto su “Élisée Reclus e le nostre geografie”.
Reclus è stato riscoperto in Francia negli anni 70 come geografo impegnato politicamente e socialmente, che aveva una concezione molto larga della geografia, che per lui si deve occupare di un largo spettro di questioni, dalla storia all’antropologia fino ai problemi politici, ambientali e sociali che pone lo sviluppo industriale. Lo si è contrapposto ai geografi accademici successivi, più attenti agli stili di vita rurali, e se ne è fatto in qualche modo un “padre spirituale”. Secondo i lionesi occorre però approfondire veramente quello che ha detto, contestualizzarlo e vedere di volta in volta cosa può essere utilizzato.
Paul Boino in questo senso ha rimarcato come Reclus si distingue dal metodo marxista perché partiva dai fenomeni empirici senza applicarvi schemi o sistemi dati: c’è un approccio complesso e molto problematizzato che oggi è acquisito in quasi tutte la discipline ma all’epoca assolutamente innovatore. In particolare nell’analisi dei fenomeni sociali Reclus non utilizza la chiave economica al di sopra di tutte le altre questioni: prende in considerazione una larga serie di ambiti e di strumenti, ha un approccio interdisciplinare, con l’idea di una interazione dinamica fra il genere umano e l’ambiente.
Jacques Défossé ha sottolineato la svolta che si è verificata negli ultimi decenni ad opera di molti geografi, che hanno scelto di occuparsi di pianificazione e progettazione territoriale, e di una serie di questioni come il rapporto fra la popolazione, l’ambiente e le risorse. La disciplina geografica si propone di nuovo, “reclusianamente”, come una scienza utile, che tenta di farsi carico dei problemi politici, ecologici e sociali dell’immediato futuro: in generale, dare delle risposte sul mondo.
È stata anche inaugurata, nel dipartimento di geografia dell’università Jean Moulin, una esposizione con pannelli sulla vita e le opere di Reclus, e una mostra di lettere, oggetti appartenuti al geografo ed alcune edizioni di raro pregio delle sue opere, in collaborazione con la famiglia.
Essendo impossibile rendere conto in questo spazio di tutti gruppi di studio e gli incontri plenari, citeremo qualche intervento fra i più significativi.

Reclus e l’ambiente

Nell’atelier “Fabbrica e ottica dell’oggetto geografico” è stata perfettamente tempista la relazione di Yves-François Le Lay sui fiumi. Riguardava gli scritti sul Mississippi e la zona di New Orleans, visitate da Reclus negli anni 50 del XIX secolo. C’è uno studio attento e dettagliato delle opere necessarie alla salvaguardia di un tale bacino idrografico, nonché dei problemi della stabilità idrogeologica di una città come New Orleans: uno dei tanti aspetti profetici che sono stati sottolineati (forse anche all’eccesso) nell’opera di Reclus.
La tensione fra la necessità da una parte della vita e della giustizia sociale e dall’altra la salvaguardia e gestione dell’ambiente è stata sottolineata nelle relazioni sul pensiero urbano di Reclus, presentate da Paul Claval e Ignacio Homobono. Lo studio della storia della città attuale, specchio delle contraddizioni di classe, serve qui a costruire la città del futuro, idea che ha avuto una forte influenza sul pensiero urbanistico del XX secolo.

Reclus, l’educazione, le mappe.

L’Universitè Nouvelle, poi, teneva stretti contatti con la Scuola Moderna di Ferrer y Guardia ispirando analoghi esperimenti, purtroppo non sempre abbastanza studiati, in diverse parti d’Europa.
Anche di questa esperienza si è parlato in un atelier, ricordando quanto Reclus considerasse importante agire sulla formazione e l’istruzione. Al punto che all’Institut des Hautes Études si affianca per qualche tempo una Ecole des Petites Études frequentata in primo luogo dai numerosi rampolli della famiglia Reclus, che a Bruxelles si era trasferita in massa (il fratello Elie insegnava come antropologo, il nipote Paul si può considerare l’unico vero allievo del geografo).

a791b248630617f0835e76865d51165bFra le altre cose, Henri Nicolaï e Soizic Alavoine-Muller hanno studiato quella che è stata definita l'”utopia geografica” alla quale si lavorava nel laboratorio di cartografia: Reclus non credeva nella carta geografica, che è falsa perché riduce la realtà selezionandola secondo i criteri ideologici della ragion di Stato, non a caso tutti gli istituti cartografici nazionali sono stati fondati monopolizzati dai militari. Il sogno (solo progettato) era presentare all’esposizione universale di Parigi un enorme globo in rilievo, di 127,5 metri di diametro, con una rappresentazione reale del mondo in scala 1:100.000.
Il laboratorio produsse comunque globi, e atlanti con proiezioni sperimentali. Da notare che nonostante la critica della mappa, che già caratterizzava Ritter e che sarà poi uno dei “piatti forti” dalla geografia radicale negli anni ’70, le opere reclusiane sono ricche di carte tematiche (in alcuni casi “geopolitiche”) estremamente innovative.

La “buona” scuola è anche una forma di cultura mentale

Qualche giorno fa, in risposta al mio articolo Quando tra il dire e il fare c’è di mezzo la buona scuola (un articolo di Tullio De Mauro) nel quale il noto linguista disquisiva sul sistema scolastico italiano paragonandolo, seppur indirettamente, a quello finlandese – notoriamente tra i migliori del mondo – Faby, curatrice del blog Soliloquio in compagnia, ha scritto un interessante e significativo commento, che a mio modo di vedere riassume ed evidenzia bene alcuni dei punti nodali della “questione scuola” contemporanea.
Ve lo ripropongo ora trasformandolo a sua volta in articolo, appunto per come lo trovi assai meritorio di attenzione e di qualsiasi ulteriore contributo aggiuntivo. Mi viene solo da aggiungere una cosa: si sta parlando di scuola, ovvero di uno dei pilastri fondamentali di una società. Tutti dovremmo tenere ben presente questa cosa, e in primis coloro i quali hanno facoltà di decidere politicamente su di essa, quando invece spesso, negli ultimi anni, l’hanno maneggiata e continuano a maneggiarla come fosse un qualcosa di fastidioso, di ingombrante, di trascurabile se non per mere (e assolutamente bieche) ragioni di convenienza partitica. Come fosse una sorta di scatola, che se messa in verticale piuttosto che in orizzontale o se colorata di rosso piuttosto che di blu di verde potrebbe pure essere gradevole e gradita da qualcuno, ma il cui contenuto sembra non interessare nessuno, neanche chi ne è/sarebbe – istituzionalmente – direttamente responsabile.

4_9 ONLINE NEWS KOULUTUSJARJESTELMATvirgoletteSi potrebbe disquisire per ore sul nostro sistema scolastico. Vediamo la Finlandia come un esempio a cui tendere ma, a mio avviso, ne siamo lontani mille miglia, non per mancanza di capacità, ma per mancanza di mezzi concessi. Finché lo Stato italiano si ostinerà a non incentivare la cultura e la responsabilità del sapere la scuola da sola non può farcela. E qui metto dentro il calderone tutta una serie di questioni che allo stato attuale rimangono irrisolte: mancanza di fondi, inadeguatezza delle infrastrutture in cui lavorare, numero abnorme di alunni per classi in cui dentro mettici pure BES, DSA ecc ecc, poco rispetto dei ruoli, troppa turnazione degli insegnanti a causa del precariato, perciò poca continuità nel metodo d’insegnamento. La scuola finlandese ha locali adeguati e a norma per ospitare ragazzi e insegnanti, si lavora per piccoli gruppi in cui il singolo è seguito e valorizzato, esiste il rispetto esteso alle varie personalità della scuola e il rispetto per il materiale e i locali messi a disposizione. Noi abbiamo classi ghetto (parlo per esperienza), in cui non riesci a curare le eccellenze perché devi rallentare per seguire ragazzi più bisognosi. Le aule sono piccole, ci sono problemi in caso di evacuazione per terremoti o incendi. Il sistema classe non è aperto perché ancora non c’è la cultura della responsabilità. Il ragazzo da noi studia perchè è obbligato e non perchè lo ritiene una risorsa. Infine i genitori remano contro, pensando che gli insegnanti non educhino i loro figli, ma creino abusi di potere se li rimproverano e li riportano all’ordine…. Cosa cambiare per primo, per eguagliare il sistema finlandese? Forse il nostro modo di pensare.

Per un’educazione scolastica che crei uomini veramente liberi (Élisée Reclus dixit #2)

Il nostro insegnamento sarà integrale, razionale, misto e libertario: integrale perché tenderà allo sviluppo dell’essere armonico (…); razionale perché sarà basato sulla ragione e conforme ai principi della scienza attuale e non sulla fede, sullo sviluppo della dignità e dell’indipendenza personale e non  su quello della pietà e dell’ubbidienza, sull’abolizione delle finzioni religiose, causa eterna ed assoluta di asservimento; misto perché favorirà la coeducazione dei sessi (…); libertario perché gioverà al’immolazione progressiva dell’autorità a favore della libertà, lo scopo finale dell’educazione essendo il formare degli uomini liberi.

(Élisée Reclus (con altri), Manifesto europeo anarchico per la fondazione di scuole libertarie, 1896. Citato in Federico Ferretti, Il mondo senza la mappa. Élisée Reclus e i geografi anarchici, Edizioni Zero in condotta, 2007)

Ho già espresso QUI il mio parere su Élisée Reclus, e questa ulteriore citazione serve anche a dare maggior forza a quanto ho scritto. Per leggere invece la personale recensione del saggio di Federico Ferretti dedicato al grande geografo francese, cliccate sull’immagine qui sotto – una perfetta rappresentazione grafica del pensiero politico di Reclus e la miglior distinzione da qualsiasi altro superficiale luogo comune sul tema (è in lingua spagnola, ma credo risulterà perfettamente comprensibile a tutti).
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