
Progettata dall’archistar (anzi, dalla non-archistar, per come egli si definisce e per come ha voluto far intendere durante la recente Biennale di Architettura di Venezia) Rem Koolhaas insieme a Joshua Prince-Ramus, la sede centrale del sistema bibliotecario cittadino di Seattle “si propone come una risposta alla domanda “che cos’è una libreria?”. Un file-store di libri, una vetrina per le nuove tecnologie di informazione, un luogo per l’apprendimento, riflessione, discussione, un luogo di conoscenza. La conclusione dovrebbe essere una libreria come la conoscenza, uno spazio dinamico.”


Un luogo certamente affascinante, ennesimo progetto che si fa carico di rappresentare un media architettonico a sostegno della lettura e della sua presenza/diffusione in pubblico, la cui imponenza – altrove discutibile (come suppongo in tanti penseranno) – non è affatto fuori luogo, in mezzo ai grattacieli del centro cittadino.
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I ritratti troppo normali di Alessandra Ariatti: quando c’è molto più “senso” ove non pare che invece ci sia…
Guardate l’immagine qui sotto:

Beh! – suppongo direte, probabilmente, – una fotografia ordinarissima come milioni d’altre!
Vero, anzi no. Perché in realtà è un dipinto.
Già, una delle opere iperrealistiche – ma proprio iper! – di Alessandra Ariatti, artista reggiana della quale trovate un’esposizione (fino al prossimo Febbraio) presso la Colleziona Maramotti (i signori Max Mara, per capirci), proprio a Reggio Emilia.
Un iperrealismo talmente curato che per lunghi istanti viene difficile da distinguere rispetto alla fotografia, il quale rivela una notevole tecnica pittorica ma che, ho notato, viene parecchio criticato sui vari social nei quali gli articoli sulla suddetta mostra sono stati pubblicati. Sostanzialmente, l’accusa principale che viene mossa ad Alessandra Ariatti è quella di produrre qualcosa che, appunto, la fotografia sta facendo ormai quasi da due secoli, rendendo “inutile” una tale forma pittorica: un’arte “scarica”, priva di “contenuti espressione vissuto” (cito quanto ho letto tra i “critici”) proprio perché riproducente pari pari la piattezza della fotografia ordinaria, quella prodotta da chiunque con qualsiasi macchina digitale da pochi euro se non con qualsivoglia telefono cellulare.

Invece, a mio parere, le opere di Ariatti un senso ce l’hanno. Ove la fotografia ha inseguito la pittura fino a raggiungerla e superarla, non solo in termini di quantità ma pure di qualità e di valore artistico tanto da essere ormai considerata “arte” al pari di ciò che tale è sempre stato nobilmente considerato, forse ora la pittura non può che fare lo stesso al contrario, visto come il resto dell’arte pittorica in circolazione, d’altro canto, sia parecchio comatosa e sostanzialmente priva di sviluppi interessanti – proprio in tema di “senso artistico”, peraltro – a parte rare eccezioni e al punto che amici galleristi particolarmente drastici la considerino ormai morta, o quasi. Si osserva che opere così iperrealiste sono vuote, prive di “contenuti espressione vissuto”: e se lo scopo di Alessandra Ariatti fosse proprio quello di cogliere, attraverso un tale esasperato iperrealismo, la mancanza di contenuti-espressione-vissuto ormai assolutamente tipica della vita quotidiana di tanta “gente comune”, illuminandone la sostanza attraverso l’uso del media “classico” della pittura e così evitando la quasi inesorabile banalizzazione invece generata dalla fotografia nazional-popolare (quella disponibile a tutti, come dicevo poco fa), ormai cosa divenuta tanto normale da essere per così dire conformistica?

Personalmente, da puro appassionato d’arte che gira per musei e mostre soprattutto per diletto e non per interesse e/o obbligo professionale, concordo con la visione alquanto pessimistica di quegli amici galleristi sulla pittura contemporanea. Ergo, ritengo che una proposta come quella di Alessandra Ariatti sia ben più originale – dal punto di vista concettuale – di tanta altra produzione pittorica ormai avviluppata su sé stessa e priva di qualsiasi effettiva vitalità espressiva. Certo, non è la prima che si impegna con l’arte iperrealista e non sarà l’ultima, eppure lo fa in un modo quanto meno più genuino, sincero e logico di tanti altri artisti. “E’ vero, vengo dal mondo della campagna, ma non dipingo nella stalla con la stufa a legna per scaldarmi, come ha scritto qualcuno, cercando di creare la mitologia di una ‘donna-scimmia’… sono una ragazza normale che ha la passione della pittura e dipinge quando ha tempo, non più di una dozzina di quadri l’anno.” (cit.)
Cliccate sulle immagini per visitare il sito web della Collezione Maramotti e conoscere più dettagli su Alessandra Ariatti e sulla sua mostra.
Charta Editrice è morta! No, Charta Editrice è (in qualche modo) ancora viva, grazie alla Biennale di Venezia e alla Library of Congress di Washington
Non ci riconosciamo più in un mondo dove trionfa la finanza invece del lavoro e la competizione sconfina sempre di più nella concorrenza sleale e nel conflitto di interesse, come sempre più spesso avviene in Italia. Non ci piace questo mercato sempre più distorto, diseguale, ingiusto e corrotto, in un Paese dove vivere e lavorare nella legalità sembra quasi un lusso per pochi utopisti, una fissazione romantico-sentimentale. La nostra serietà e la nostra etica ci hanno lentamente ma inesorabilmente buttato fuori dal mercato.
Così ha scritto lo scorso dicembre 2013 Giuseppe Liverani, fondatore della casa editrice milanese Charta, nell’annunciare la fine della sua storia, durata 21 anni e mezzo. Una sorta di testamento morale di imperituro valore e – a mio modo di vedere – potenza immensa, attiva e reattiva, per come denota la triste (o forse dovrei dire maledetta) realtà attuale del comparto editoriale nostrano con una fotografia tanto autentica quanto implacabile – oltre che autorevole – ma d’altro canto per come, in quelle parole, si può cogliere un’energia che bisogna augurarsi venga raccolta da altri soggetti in grado di rimettere in sesto – industrialmente e, forse soprattutto, eticamente – quel fondamentale comparto culturale. O che almeno ci vogliano provare, altrimenti la stessa fine toccata a Charta toccherà pure a tutti gli altri, e a noi che con quel mondo abbiamo a che fare.

Cliccate sull’immagine degli Archivi della Biennale in testa al post per leggere il testo completo della lettera scritta da Liverani (da artribune.com)
Arte, storia, informazione, riflessione, responsabilità, verità. “La dignità prima del pane”, Lorenzo Manenti in mostra a Venezia
Lorenzo Manenti è, a mio modo di vedere, uno degli artisti più profondi in circolazione. Le sue opere ci parlano moltissimo e di tante cose, raccontano, narrano, spiegano, rivelano storie che condensano passato e presente – dunque inevitabilmente pure il futuro – come fossero macchine artistiche spazio-temporali atte a far viaggiare la mente e lo spirito, più che il corpo. Ci illuminano realtà in tutto e per tutto contemporanee – tanto
da essere cronaca quotidiana sui media – che tuttavia hanno radici nel passato tanto ineluttabili quanto spesso (troppo spesso, io temo) ignorate, e ci fanno riflettere su come molte delle apparenti e così credute “differenze” tra i popoli che oggi ci sembrano invalicabili, se non sovente motivo di odio e fonte di scontro, siano in realtà le stesse identiche cose, soltanto osservate da due punti di vista diversi.
Lorenzo Manenti e la sua esposizione La dignità prima del pane (titolo assai significativo, ispirato dalle vicende della “primavera araba” ma, a ben vedere, sempre più valido anche per il nostro mondo occidentale) saranno a Venezia, all’Oratorio di San Ludovico, fino al 24 Novembre prossimo, a cura di Elisa Genna e Vittorio Urbani.
Leggo dal comunicato stampa della mostra: “Qual è il senso di parole come “globalizzazione” o “democrazia”? (…) Manenti pone interrogativi che scavano nelle profondità dell’animo umano, e lo fa lavorando in maniera astratta e al tempo stesso rimanendo fedele ai modelli decorativi cui si ispira e indagandone i significati.”
E’ in fondo ciò che dicevo prima: sono interrogativi, e relative riflessioni, che probabilmente ci sembrano un mero prodotto dell’epoca contemporanea e delle sue vicende, ma che in realtà giungono da ben più lontano, da un passato nel quale il non saperci più riconoscere diviene elemento di distacco dal senso più virtuoso che si può dare del termine “umano”, e dalla civiltà che su quel senso è nata – o avrebbe dovuto nascere…
Potete leggere il comunicato stampa ufficiale della mostra cliccando su questo link: CS_Lorenzo_Manenti_Venice. Vi troverete anche tutte le informazioni utili per visitare la mostra e per averne ulteriori dettagli. La quale mostra, ve lo assicuro, è ben di più che una semplice esposizione di opere d’arte. Molto di più.
Francesco Lussana “OPEN”: a Venezia, nella 16a Esposizione Internazionale di Sculture e Installazioni
Ho l’onore di conoscere ormai da tempo Francesco Lussana e ancor più di aver potuto collaborare con lui in alcuni recenti eventi pubblici legati alla sua originale e intrigante produzione artistica, sulla quale – anche in relazione ai suddetti eventi – ho spesso dissertato nel blog (QUI potete trovare tutti gli articoli pubblicati). Vederlo quindi incluso nella mostra OPEN – Esposizione Internazionale di Sculture ed Installazioni che celebra la sua sedicesima edizione dal 29 agosto al 29 settembre a Venezia Lido e all’Isola di San Servolo parallelamente alla Mostra d’Arte Cinematografica nonché – soprattutto, direi – alla 55° Biennale di Venezia, con la curatela di Paolo De Grandis e Carlotta Scarpa, mi rende assai felice tanto quanto però non così sorpreso. Sì, perché l’ormai lungo percorso artistico intrapreso da Lussana –
delle cui peculiarità essenziali potete appunto leggere negli articoli pubblicati – è di tale fascino e profondità generali che questo riconoscimento mi risulta sotto molti aspetti ovvio, anzi, potrei pure dire indispensabile.
Francesco Lussana con la sua arte ha saputo generare un’armonia assolutamente rara tra elementi diversi del “fare” artistico, andando ben oltre le componenti primarie estetiche e tematiche dell’opera d’arte per inglobare nell’essenza di essa anche valenze di natura sociale, sociologica e antropologica. Il produrre arte come lavoro di Lussana si affianca e si fonde col suo lavoro in fabbrica che è a sua volta “arte” nel senso artigianale e manifatturiero del termine; l’uso pratico delle macchine ovvero degli strumenti della produzione industriale seriale muta sotto il suo controllo, si trasforma in un gesto ben più peculiare fino a ricuperare (o riscoprire) un’accezione primordiale, per così dire, di ritorno alla generazione di oggetti non più solo dotati d’una qualche funzione utilitaristica ma, al contrario, capaci di dialogare con chi li “incontra”, di raccontare lunghe storie, di trasmettere messaggi articolati e intensi che sovente esulano dal mero contesto artistico per giungere in ambiti più culturalmente profondi – dacché il lavoro industriale, tema fondamentale della sua riflessione artistica, non serve dire quanto sia soggetto assolutamente sociologico e antropologico! L’effetto ottenuto è duplice: la riaffermazione del lavoro come opera umana capace di produrre “arte”, e la valorizzazione dell’arte come opera umana nobile e nobilitante come è il lavoro (almeno nel principio e come dovrebbe sempre essere, anche e soprattutto nella nostra così caotica e critica era contemporanea). E’ un effetto assolutamente e autenticamente artistico, che legandosi poi alle numerose suggestioni di matrice estetica proprie dell’opera d’arte in senso “classico” e al carattere analitico di esse (ben tratteggiate da Serena Mormino nella presentazione dell’opera esposta a Venezia, QUI) contribuisce a fare del lavoro (appunto, termine che ora spero leggerete e comprenderete con un senso ben più ampio dell’usuale) e della produzione (idem) artistica di Francesco Lussana un’esperienza del tutto originale, come detto, e profondamente significativa nel panorama dell’arte contemporanea attuale.

Cliccate QUI per conoscere ogni dettaglio su OPEN (e, se volete, per scaricare il comunicato stampa), oppure cliccate sull’immagine lì sopra per visitare il sito web di Francesco Lussana, così da trovare – se mai fosse necessario – ancora ulteriori ottimi motivi per conoscere la sua arte e visitare, se vi è possibile, la mostra di Venezia. Ve la consiglio caldamente, ça va sans dire!
