Nell’anno in corso i Cripple Bastards, uno dei più importanti gruppi musicali italiani – e, nel loro genere, a livello mondiale – compiono 35 anni di carriera (proprio nel corso del mese di marzo, per la precisione). Tre decenni e mezzo di arte sonora estrema, di coerenza artistica e attitudinale, di lucidità espressiva, di potenza, veemenza, intensità, classe. Una pietra miliare del grindcore e una leggenda della musica contemporanea nonché, per il sottoscritto, a modo loro una notevole ispirazione spirituale.
Con l’augurio fervido che la leggenda possa continuare a lungo fino a trasformarsi in mito – sempre alla velocità della luce, ovviamente!
Tutto questo gran ritorno a sonorità anni Ottanta che colgo nettamente in tanta musica pop odierna ascoltata sulle varie radio, anche da parte di artisti molto giovani (evidentemente dotati di produttori più “maturi”), mi piace molto per un motivo fondamentale: perché mi fa rendere conto quanto i suoni originali, quelli di quarant’anni fa, siano sostanzialmente inimitabili e insuperabili, nonostante la tecnologia contemporanea a supporto delle produzioni di oggi, anche perché dotati, gli originali, di un carisma artistico eccezionale.
[Immagine tratta da www.virginradio.it.]In questi giorni sto ascoltando un “best of” dei Simple Minds, band tra le più influenti di quel decennio anche se, forse, non tra le prime che si potrebbero citare in tema di notorietà assoluta, e quel carisma eccezionale scaturisce da ogni brano o quasi, sia da quelli della prima parte di carriera, considerata eccelsa, che del seguito, quando alcuni enormi successi (Don’t You (Forget about Me), Alive And Kicking) li hanno fatto considerare “mainstream”, anche troppo per alcuni. Eppure io trovo classe sublime sia in uno dei brani simbolo della prima fase (e un po’ di tutto il Synth-pop del tempo), New Gold Dream (81/82/83/84), che diede anche il titolo al loro album del 1982…
che ad esempio in All The Things She Said, non tra i brani più celebri ma comunque un perfetto esempio del loro Pop rock elettronico, armonicamente perfetto o quasi, a tratti epico (ascoltatevi la parte finale), dotato d’un’anima elettrica (comunque i Minds venivano dal punk) eppure assolutamente popular:
Un gran pezzo, insomma, che proprio nel non essere considerato tra i più celebri della band dimostra la grandezza generale dei Simple Minds e la loro capacità di creare brani comunque capaci di lasciare una traccia forte e indissolubile nel panorama musicale degli ultimi decenni – come numerose altre band di quell’epoca, grandissime come forse nessun altra ha saputo (o potuto) essere nei lustri successivi. Dei brani di oggi che riecheggiano così platealmente le sonorità Eighties, quanti sapranno rimanere nel tempo e nella memoria collettiva allo stesso modo?
Gli SNFU sono stati, a mio modo di vedere, uno dei gruppi musicali che più hanno incarnato ed esaltato la definizione, un tempo assai utilizzata, di «underground band». Autentica e riconosciuta leggenda dell’hardcore punk anni ’80, ammirati da tanti altri gruppi anche di generi musicali diversissimi, musicisti sopraffini capaci di inventare brani che più dinamici e trascinanti non si può e al contempo pazzi scatenati, dotati di una verve umoristico-demenziale (tutti i loro album hanno titoli composti da sette parole, per dire) alla quale molto contribuiva la presenza di Mr.Chi Pig, il mitologico cantante, personaggio eccentrico in tutto a partire dalla genetica (nato in Canada da genitori tedesco e cinese) e tutto questo che ha reso gli SNFU una delle live band migliori della storia, peculiarità addirittura sancita dalla votazione popolare della rivista americana “Flipside” nel 1987 e dal relativo titolo (davanti a gruppi come Red Hot Chili Peppers e Fugazi, mica pizza e fichi), con concerti scatenati e divertentissimi. Eppure, nonostante tutto ciò, chi se li ricorda?
I forget è uno dei brani più rappresentativi della folle genialità degli SNFU – oltre a essere uno dei più belli e irresistibili dell’hardcore punk – ma no, che dico! Della storia del rock: iperdinamico, potente, veloce, melodico, ricco di finezze strumentistiche e con un testo spiazzante, che raccontava la malattia (Alzheimer) della madre del cantante con un’ironia niente affatto irriguardosa, anzi, capace di far riflettere al riguardo. Ascoltatevelo, e poi ditemi se sarete riusciti a restare fermi e impassibili:
Dopo tanto tempo mi sono riascoltato, in questi giorni, Twilight Of The Thunder God degli Amon Amarth, e ho ritrovato intatte le sensazioni dei primi ascolti: uno degli album più ispirati in assoluto del metal estremo del 21° secolo, potente, ottimamente suonato, ricco di grandi ispirazioni melodiche e armoniche, epico, evocativo, nonché sorta di compendio di mitologia norrena sia nella musica, che offre frequentissimi riferimenti alla tradizione scandinava seppur declinati in chiave metal, che nei testi, i quali paiono tante saghe vichinghe concentrate e esaltate dal più consono contorno musicale. Ascoltatevi il brano che dà il nome all’album e lo apre…
…oppure la battagliera Tattered Banners and Bloody Flags, che pare suonata direttamente dal ponte di un dreki:
…o ancora la sublime Varyags of Miklagaard, che oltre a essere – a mio parere – uno dei pezzi più belli in assoluto del genere melodic death metal, è un vero e proprio saggio di storia che racconta della celeberrima (ma da noi pressoché ignota) Guardia Variaga, milizia scelta composta da guerrieri scandinavi al servizio del califfo di Miklagaard, o Мikligarð, che era il nome in lingua norrena di Costantinopoli:
Insomma, come ho detto, Twilight Of The Thunder God è uno dei più ispirati album di musica estrema degli ultimi vent’anni, e non a caso raggiunse la cinquantesima posizione della Billboard 200, la classifica dei dischi più venduti negli USA – cioè sul continente nordamericano: una sorta di nuova “conquista vichinga” dopo quella originaria dell’anno Mille, confermata in maniera indubitabile proprio di recente! E dunque: lunga vita ai guerrieri del Monte Fato!