Chissà se ci fosse ancora, la funivia di Valcava…

Quella che vedete nell’immagine è la copia di una suggestiva locandina della Funivia di Valcava, aperta nel 1928, la prima costruita in Lombardia e seconda in tutta Italia, un vero e proprio gioiello ingegneristico dell’epoca le cui cabine, dal centro di Torre de’ Busi, raggiungevano i 1240 metri della località sull’Albenza con un percorso della durata di undici minuti lungo 2680 metri e un dislivello di 800 metri. Grazie alla funivia, e alla sua vicinanza con Milano (l’Albenza è il rilievo montuoso di oltre 1400 metri di quota più vicino in assoluto al centro del capoluogo lombardo), Valcava divenne una delle prima stazioni sciistiche delle Alpi centrali e una località di villeggiatura rinomata e frequentata tutto l’anno, come indicava la locandina nelle «Caratteristiche del luogo»: in primavera per la celeberrima fioritura dei narcisi, che attirava gitanti da tutta la Lombardia (e attira ancora oggi, anche se non come allora), in estate per la frescura alpestre e la possibilità di effettuare numerose facili escursioni, in autunno per il transito degli uccelli le cui rotte migratorie alpine attiravano cacciatori in quantità (e meno male che oggi non è più così!) e infine in inverno per la pratica dello sci sia alpino che nordico, dato che Valcava ospitava pure un piccolo trampolino per il salto – attività allora assai diffusa anche sulle montagne italiane, oggi invece relegata a pochissimi praticanti anche per l’assenza di impianti. D’altro canto allora le nevicate a Valcava, nonostante la quota modesta, risultavano abbondanti e durature grazie a temperature inferiori rispetto a quelle odierne e malgrado l’esposizione a ovest, come dimostra l’immagine sottostante: un’altezza neve di 80 centimetri e una temperatura di 0.4°C misurate l’11 di aprile sono dati che da lustri nemmeno in pieno inverno si possono registrare!

Notate pure come la fruizione turistica delle montagne fosse ai tempi già ecosostenibile (senza saperlo!) ben più di quanto ci si vanti oggi. Esisteva un «servizio cumulativo», che oggi si definirebbe «integrato», treno+bus+funivia con biglietto unico da Milano, che permetteva a chiunque dal centro città di godere dei campi di neve e dell’aria salubre di Valcava senza l’uso di mezzi a motore privati: una combinazione che oggi si tenta in molte località di reintrodurre, proprio per scopi di sostenibilità e di decongestionamento delle strade dal traffico sempre più ingente, ma con grosse resistenze di una società come la nostra che fa del possesso di una o più auto proprie una “rivendicazione identitaria”, quasi. Certo, allora pochi possedevano un’autovettura, dunque l’uso dei mezzi pubblici era pressoché inevitabile; ma dal boom economico in poi gli italiani sono diventati quasi tutti “benestanti” (rispetto a ciò che erano prima), l’auto se la sono potuta acquistare in tanti e la sostenibilità più o meno voluta del turismo è andata a farsi benedire. Infatti fu proprio l’auto, ovvero la costruzione della strada asfaltata che dalla fine degli anni Settanta supera il passo di Valcava nonché la possibilità automobilistica per tutti di frequentare località montane più lontane tanto quanto rinomate e attrezzate nonché meno soggette al cambiamento climatico che già allora cominciava a manifestarsi, a contribuire alla fine della funivia, che chiuse definitivamente nel 1977 e venne smantellata l’anno successivo. D’altro canto il predominio crescente dell’auto contribuì, nel periodo del boom economico, alla chiusura di altre linee di trasporto pubblico che oggi, probabilmente, avrebbero potenzialità turistiche enormi: cito giusto le vicine (a Valcava) ferrovie delle valli bergamasche, Valle Brembana e Valle Seriana, che infatti oggi sono state o stanno per essere parzialmente ripristinate anche in ottica di trasporto pubblico metropolitano per la città di Bergamo e il suo hinterland.

Ma c’è un’altra storia peculiare che la locandina lì sopra racconta: lo fa in modo indiretto ma non per questo meno importante, in senso generale e per le sorti di Valcava. La locandina è infatti datata 1 settembre 1939 e presenta gli orari fino al 15 luglio del 1940: è dunque l’ultima che venne diffusa prima dell’entrata in guerra dell’Italia, proclamata il 10 giugno di quell’anno. Il secondo conflitto mondiale si fece sentire in modo drammatico a Valcava, che divenne sede di postazioni di avvistamento contraereo e poi luogo di scontri anche cruenti tra truppe fasciste e milizie partigiane; ma il conflitto determinò conseguenze anche per l’attività della funivia, che da poco dopo la fine della guerra vide andare in calando l’appeal turistico per la crescente concorrenza di altre località e al contempo cominciò a manifestare il progressivo deterioramento degli impianti, delle funi e, di conseguenza, l’aumento dei costi di manutenzione al fine di garantirne l’efficienza e la sicurezza.

Forse oggi la funivia di Valcava, adeguata ai tempi e fruita come mezzo di trasporto sostenibile e integrato per il turismo dolce sulle montagne tra Milano, la Brianza, il Lago di Como (al cui brand si potrebbe agganciare), Bergamo e le valli orobiche, in unione ad altre attrattive turistiche in voga oggi, tornerebbe ad avere successo. D’altro canto la bellezza del luogo e di ciò che sa offrire ai suoi visitatori – in primis un panorama tra i più vasti della Lombardia – non subiscono di certo il passare del tempo e nemmeno quello delle mode turistiche: probabilmente basterebbe la salita in funivia di qualche influencer e dei relativi post su Instagram e Tik Tok per fare nuovamente di Valcava una meta turistica gettonata. Con tutti i rischi del caso, ovviamente, i quali richiederebbero una gestione attenta del luogo e delle sue specificità.

Ma si tratta soltanto di un vuoto pourparler: la realtà odierna di Valcava è diversa, non per questo meno bella di un tempo però meno affascinante forse sì, temo; arrivare lassù in auto è senza dubbio comodo ma altrettanto ordinario e, obiettivamente, infastidente al paesaggio locale, quando nelle belle giornate estive non c’è angolo carrabile, e pure qualche lembo di pascolo, che non diventi parcheggio (a volte selvaggio) per le auto dei gitanti in cerca di comode tintarelle. Almeno, che possa risultare meno affascinante di un tempo (pur senza cadere in ottusi passatismi) è ciò che si può pensare osservando e visitando tutto ciò che resta dell’ardita funivia: i vecchi sostegni in cemento che spuntano dai boschi e la stazione di arrivo che conserva una delle cabine: piccola, apparentemente fragile, niente a che vedere con le funivie supertecnologiche e performanti di oggi dei grandi resort turistici.

Eppure, è stata una semplice scatola di metallo appesa a due funi che ha saputo fare almeno un buon pezzo di storia del turismo lombardo e forse avrebbe continuato a farla virtuosamente tutt’oggi, chissà.

N.B.: le foto dell’articolo, al netto di quelle storiche e delle altre prodotte da me, sono di Alessia Scaglia e della Pro Loco Valcava.

Vi ricordate quando c’era la neve? Ci “sarà” ancora, domenica 12 aprile a Carenno!

[I campi da sci di Valcava, inverno 1957.]
Quando c‘era la neve (ricordate?), le montagne erano ben diverse da cosa sono oggi che di neve ce n’è sempre meno e quando c’è resta poco al suolo. Ma, a fronte di un tale profondo e per molti versi ancora sottovalutato cambiamento, cosa possiamo fare? Quale può essere il futuro di chi in montagna ci abita stanzialmente e di chi ci sale saltuariamente da turista?

Domenica 12/04 dalle ore 15.00 sarò a Carenno (Lecco) per parlare dei «bei tempi» in cui “C’era la neve”, cioè di quando sulle nostre montagne si poteva sciare ovunque e il turismo ha trasformato la vita dei montanari del tempo, e di come oggi si possa “Abitare il cambiamento” indotto dalla crisi climatica, che rende lo sci sempre più insostenibile, e dalle nuove sensibilità diffuse tra chi frequenta le montagne che puntano a una fruizione turistica più dolce e consapevole. Dialogherò con Nicola Pigazzini, geologo e grande conoscitore delle montagne, in un incontro organizzato da Ca’ Martì – Il Museo e la Valle dei Muratori nell’ambito della campagna “ConoSCIamo” e dei Giochi della Cultura 2026.

Nell’occasione sarà inaugurata la mostra fotografica “C’era la neve – Immagini e racconti” a cura dell’Associazione Gruppo Muratori e Amici di Ca’ Martì: le grandi nevicate del passato, le tradizioni e le feste dell’inverno, le sfide di chi doveva lavorare anche al gelo: tutte le sfumature che la Val San Martino, ove si trova Carenno (e sui cui monti si trova Valcava, una delle prime stazioni sciistiche della Lombardia), assumeva quando c’era la neve e che rivivranno nell’allestimento di fotografie di abitanti, villeggianti e turisti che abbiano nel loro archivio immagini del passato a tema “Neve” e “Inverno”. Per ciò l’Associazione chiede di contribuire a chiunque abbia immagini del genere: gli interessati possono contattare gli organizzatori e inviare i propri scatti ad amicicamarti@gmail.com.

Da quando è stata abitata stanzialmente e fino a poco più di mezzo secolo fa, la montagna ha rappresentato – salvo rarissime eccezioni – un contesto di vita dura, sussistenziale, priva di agi e ricca di problemi, nel quale la Natura l’ha sempre fatta da padrona. Eppure, tali condizioni difficili hanno pure contribuito a elaborare culture, saperi, cognizioni e consapevolezze che non solo hanno consentito all’uomo di vivere in quota ma di farlo spesso in equilibrata armonia con l’ambiente naturale – al netto di quelli che emigravano per lavorare altrove ma quasi sempre, durante o dopo la vita lavorativa, tornavano alle loro montagne.

Poi è arrivata l’industrializzazione, il primo turismo, quindi – con il tragico intervallo di due conflitti mondiali – il boom economico e quel turismo, diventato di massa, è salito sui monti a far vacanza, portandovi un’economia improvvisa e florida che ha svoltato la vita di molti montanari. Ma lo ha fatto sia in bene che in male, cioè consentendo a molti di loro un benessere impensabile ma pure alienandoli dalla loro storia, dalla cultura e dai saperi che arricchivano la loro stanzialità abitativa in quota e corrompendo la relazione culturale e antropologica che li legava alle loro montagne, le quali per questo, nel frattempo, venivano sempre più turistificate e sfruttate, soprattutto dall’industria monoculturale dello sci.

[Un’altra veduta dei campi da sci di Valcava nel 1963. Immagine tratta da qui.]
Quindi, con un’ennesima svolta nel corso della storia, è arrivata la crisi climatica con le sue drammatiche conseguenze in costante divenire: in tanti luoghi lo sci è diventato insostenibile, tanto climaticamente quanto economicamente e comunque non più in grado di garantire il benessere di prima. Non solo: ove si tenti di preservarne il business a suon di soldi pubblici, si ottiene soprattutto un ulteriore degrado ambientale e sociale. I dati demografici delle località sciistiche, anche quelle apparentemente ancora floride, lo dimostrano bene: dalla montagna si fugge come se non più di prima del turismo di massa e della sua invero illusoria ricchezza, e gli indici strutturali rimarcano la grave crisi demografica, dunque pure economica e sociale, che sta attraversando la montagna italiana. Ciò, nonostante le terre alte rappresentino in potenza il miglior laboratorio di innovazione sociale e di resilienza climatica che abbiamo a disposizione: infatti si assiste da qualche anno a dinamiche di restanza e a un crescente movimento di ritorno, ma si tratta ancora di numeri bassi e, anche per questo, di fenomeni pressoché ignorati dalla politica che se ne guarda bene dal sostenerli concretamente.

Posta tale situazione, e visti i citati cambiamenti in atto sia nel clima che nelle dinamiche socioeconomiche, diventa sempre più importante chiedersi: come possiamo tornare ad abitare la montagna in modo responsabile? Il turismo è sempre dannoso per i nostri territori montani, oppure può diventarvi solidale? Hanno senso i progetti di valorizzazione delle zone sciistiche in un paese che chiude, anno dopo anno, i propri impianti sciistici, o le ingenti risorse pubbliche investite sarebbero da spendere in modi più consoni alla realtà attuale e ai bisogni delle comunità di montagna?

[Il Grande Albergo del Pertüs, sopra Carenno, nei primi anni del Novecento.]
Potrebbe anche essere che qualche buona risposta a queste domande possa scaturire proprio dalle azioni che i nostri avi svolgevano sui monti in inverno, quando di neve ne cadeva a metri dall’autunno fino alla primavera inoltrata: azioni che affrontavano i cicli della Natura senza volerli modificare ma, in un certo senso, assecondandoli nel rispetto della loro dominanza oltre che dei paesaggi nei quali si viveva. Una dominanza che tutt’oggi nemmeno noi Sapiens iper tecnologici sappiamo realmente (e fortunatamente) contrastare.

Vi aspettiamo dunque a Carenno, domenica 12 aprile, per un viaggio affascinante fatto di immagini, narrazioni, considerazioni e riflessioni sulla realtà della montagna contemporanea e su chiunque come noi ci viva e la frequenti con autentica passione e consapevole sensibilità. E rinnovo l’invito a contribuire con le vostre immagini, se ne avete, alla mostra: inviatele a amicicamarti@gmail.com. Grazie di cuore a tutti!

In memoria della Funicolare di Regoledo, un’opera all’avanguardia già più di un secolo fa

[Veduta del bacino dell’alto Lago di Como dal Sentiero del Viandante nei pressi di Regoledo, febbraio 2026.]
I numerosi escursionisti che percorrono il Sentiero del Viandante, l’affascinante e panoramico itinerario che, sospeso fra la montagna e la sponda orientale del Lago di Como, va da Lecco fino a Colico per poi proseguire in bassa Valtellina fino a raggiungere Morbegno, a una mezz’ora o poco più da Bellano attraversano un breve ponte immerso nel fitto bosco, al punto che quasi non sembra un ponte e ancor meno si accorgono di cosa scavalchi: si direbbe un corso d’acqua ma completamente in secca e dall’andamento stranamente rettilineo.

Nei pressi, un cartello metallico anch’esso non così evidente dacché corroso dal tempo rivela “l’arcano”: quello superato dal piccolo ponte era il vallo lungo il quale correva la linea della Funicolare di Regoledo, aperta in origine nel 1890 al servizio del Grand Hotel Regoledo (tra i più lussuosi dell’epoca, reso celebre dalle sue cure idroterapiche) e considerata ancora oggi un gioiello ingegneristico assoluto. Infatti immagino che anche a molti dei camminatori – almeno quelli italiani, visto che ce ne sono anche tanti stranieri – che superano il ponte senza rendersene conto, la storia dell’impianto di Regoledo sia nota, in particolare il suo ingegnoso sistema di trazione a contrappeso d’acqua: le due vetture erano dotate di serbatoi riempiti alternativamente da 3600 litri di acqua, così che, grazie a un sistema di argani, la vettura più pesante trainava verso monte quella leggera e, all’incrocio delle due (che avveniva proprio in prossimità del ponte attraversato dal Sentiero del Viandante), i passeggeri venivano trasbordati dall’una all’altra vettura e l’acqua travasata da quella superiore a quella inferiore, in modo da invertire il peso e la trazione delle cabine (per saperne di più sulle peculiarità tecniche dell’impianto potete consultare la sitografia in calce all’articolo). Purtroppo le vicende belliche legate ai due conflitti mondiali ostacolarono l’attività e il successo della Funicolare nonché del Grand Hotel di Regoledo, così che nel giugno del 1960 l’impianto venne definitivamente chiuso.

In ogni caso, al netto della sua notevole ingegneria, trovo che la Funicolare di Regoledo sia stato un impianto eccezionale, e a suo modo attualissimo, per due altri motivi che ne farebbero tutt’oggi un mezzo di trasporto all’avanguardia nonostante sia stato concepito la bellezza di 125 anni fa.

In primis, perché la Funicolare in origine era mossa da un argano elettrico ma, per eliminare alcuni inconvenienti tecnici che nel frattempo si erano manifestati, nel 1901 venne decisa la trasformazione della trazione al sistema ad acqua, poi realizzata nel 1903, che la pose tra le prime di questo genere in Italia. Dunque quello di Regoledo era un impianto totalmente a zero emissioni, “100% green” si direbbe oggi: qualcosa che è ancora parecchio difficile trovare in circolazione, anche tra i mezzi di trasporto contemporanei a trazione alternativa a quella termica la cui energia potrebbe essere prodotta in modi non completamente ecosostenibili.

Inoltre, peculiarità ancora più avanguardistica e altrettanto rara da constatare oggi, a Regoledo venne messo in atto un sistema di trasporto perfettamente integrato e, nella sua concezione, incredibilmente moderno: la stazione di partenza della Funicolare fu edificata accanto alla linea ferroviaria che da Milano portava in Valtellina e, all’uopo, si realizzò anche una fermata per i convogli in transito. Entrambe poi si trovavano a pochi metri da un apposito imbarcadero per i piroscafi che facevano servizio sul Lago di Como, dal cui attracco si saliva rapidamente alle stazioni ferroviaria e della funicolare. Così il turista che giungeva in treno da Milano o in battello da Como e dal bacino del Lago di Como poteva salire a godere i lussuosi servizi alberghieri e termali di Regoledo muovendo pochi passi e usufruendo di un efficientissimo sistema di trasporti pubblici integrato, come detto. All’epoca si trattava di una necessità, vista l’ancora scarsa diffusione delle autovetture (d’altronde appena nate) e la scomodità dei viaggi in carrozza lungo la tortuosa strada litoranea lariana; oggi sarebbe una attrazione turistica dall’appeal e dalle potenzialità enormi, proprio anche in forza della sua ecosostenibilità assolutamente consona alla sensibilità ambientale diffusa oggi. Di questi tempi, quando una mobilità pubblica così integrata sia disponibile, viene presentata come qualcosa di innovativo se non di rivoluzionario; be’, a Regoledo era la norma già più di 120 anni fa!

Ma, come detto, nel 1960 tutto finì, guarda caso negli anni in cui vennero chiuse altre infrastrutture di trasporto pubblico su rotaia (penso alle ferrovie delle valli bergamasche, per non andare troppo lontano da Regoledo) che oggi avrebbero un potenziale a favore dei territori e del turismo enorme. Ma c’era il boom economico e agli italiani viepiù “benestanti” venne imposto il dominio dell’automobile, al quale peraltro si sottoposero volentieri (ancora oggi l’Italia è il paese con il tasso di motorizzazione più alto dell’Unione Europea); anche a Regoledo si poteva salire comodamente a bordo della propria auto e ciò fece trascurare il fatto che con la soppressione di quelle opere la collettività perdeva un patrimonio tecnologico, infrastrutturale e un’attrazione turistica che oggi, lo ribadisco, per mille motivi risulterebbe quasi inestimabile.

Per tutto ciò, essendo transitato di recente lungo quella tratta del Sentiero del Viandante e, pur conoscendo la storia della Funicolare, anche io non mi sono accorto subito di averla sotto i piedi passando sul ponte citato poco fa (ho notato il cartello esplicativo, per fortuna!), mi è spiaciuto parecchio constatare lo stato di totale abbandono del vallo lungo il quale correvano i binari, diventato una discarica di alberi abbattuti, rami crollati, pietre e materiale terroso franato dalle sponde, così come del viadotto che caratterizzata un altro tratto della linea (visibile in alcune delle immagini qui presenti), oggi totalmente avvolto dalla vegetazione e in stato di crescente degrado strutturale.

Ovviamente so bene che una manutenzione conservativa della linea della Funicolare sarebbe qualcosa di tanto costoso quanto inutile, visto che non avrebbe senso pensare di ripristinarne il servizio (nonostante l’attrattività internazionale del brand “Lago di Como” ma, d’altro canto, dovendo registrare lo svanimento nel tempo del richiamo turistico di Regoledo… sarebbe una bella utopia, insomma). Tuttavia, è veramente un peccato lasciare che ciò che resta di un autentico gioiello ingegneristico, per certi aspetti unico in Italia e forse in Europa, e della sua storia così peculiare per la riva lecchese del Lago di Como oltre che per quella del turismo sui laghi alpini italiani, vada totalmente alla malora trasformandosi viepiù in una moderna rovina archeologica dimenticata da tutti, destinata nel prossimo futuro a sparire completamente. Resta solo da sperare che almeno gli escursionisti in transito lungo il Sentiero del Viandante e sul ponte sotto il quale correvano le vetture della Funicolare ne possano serbare la memoria e immaginarne il fascino, d’antan eppure così avanguardistico.

N.B.: l’articolo che avete letto è stato redatto anche grazie alla seguente sitografia:

Centotrentaquattro, duecentoventitré, duecentoventisei…

No, non sto dando i numeri. O forse sì, dipende dai punti di vista e il mio, in tal caso, è montano, posto sulla sommità di una delle montagne sopra casa dalla quale ho una amplissima visuale dell’arco alpino occidentale, dalle vette della Svizzera centrale fino a quelle delle Alpi marittime, tra Piemonte e Francia.

E in questa mia visuale sono due i riferimenti fondamentali e ineludibili che la definiscono, referenziandola geograficamente e dandogli prospettiva e profondità spaziali.

Il primo, verso nord-ovest, si trova a poco meno di 134 chilometri di distanza in linea d’aria (stimata con gli strumenti di misurazione avanzata di Google Earth) dal punto di osservazione nel quale ho scattato l’immagine: è il Finsteaarhorn, la massima vetta dell’Oberland bernese, alta 4274 metri. Pur se circondata da molte altre vette importanti e elevate, la sua piramide aguzza e slanciata verso il cielo, che ricorda quella del Cervino, è inconfondibile.

Verso sud-ovest, invece, l’altro fondamentale marcatore georeferenziale del mio panorama alpino occidentale è il Monviso, la cui possente piramide alta 3841 metri è simile a quella del Finsteraarhorn ma più isolata e per ciò visivamente “inevitabile”, nonostante la maggior distanza: dallo stesso mio punto di osservazione e di scatto delle immagini fotografiche dista 226 chilometri circa.

Tra le due vette la distanza è di circa 223 chilometri e comprende il più importante settore delle Alpi, quello con la gran parte dei quattromila, dei massicci più imponenti e dei maggiori ghiacciai. Osservando le due montagne dal punto in cui ho scattato le immagini, le linee della mia visuale sorvolano, verso il Finsteraarhorn, una messe di valli alpine e prealpine tra le quali la Val Maggia, la Formazza, il Goms, i laghi di Como, di Lugano e il Maggiore sulla verticale della città di Locarno, una miriadi di bacini lacustri montani, di corsi d’acqua d’ogni taglia, di vette più o meno elevate. Mentre, verso il Monviso, il mio sguardo sorvola la gran parte della Pianura Padana lombardo-piemontese con l’alta Brianza, la valle del Ticino, le piane agricole tra Novara e Vercelli, i rilievi collinari del Monferrato, la città di Torino sfiorata a meridione e la Rocca di Cavour a settentrione, le pianure pinerolesi e la valle dell’alto Po.

Una porzione di mondo geograficamente complessa e paesaggisticamente affascinante, insomma, racchiusa dal grande arco delle Alpi occidentali (e più a sud dall’Appennino ligure): per me, che lo osservo da qui, quello che richiama e poi accoglie ad ogni fine giornata il Sole che ricambia l’ospitalità indorandone l’orizzonte in modi spesso stupefacenti. Per questo trovo sia oltre modo affascinante osservare le vette alpine che spiccano sulle linee dell’orizzonte, e farlo da una di esse così da equilibrare il piano della prospettiva (pur tra le differenze altitudinali, ovviamente). Non è solo una questione estetica, legata alla bellezza della visione panoramica, ma è come osservare innumerevoli cairn, marcatori referenziali che identificano e segnano le geomorfologie alpine, che definiscono posizioni, distanze, allineamenti, reticoli visivi, relazioni orografiche con tutti i paesaggi che ci stanno dentro, al contempo definendo e identificando dove sono io che osservo, rispetto a quella visione tanto quanto all’intera zona, regione, macro-scala territoriale.

[Un altro scorcio delle Alpi occidentali – con in mezzo le Prealpi comasche – visto dalle mie montagne.]
Ci dicono dove siamo, le montagne, ci mettono a posto nella loro geografia alla cui complessità le loro vette danno ordine nonostante l’apparente posizione casuale e, per così dire, ci aiutano a stare al mondo – una cosa, in fondo, a sua volta sovente legata al caso. Anche per questo, io credo, la visione dei panorami alpini ci è tanto affascinante e rasserenante: perché ci relaziona a quel pezzo di mondo in cui stiamo e non ci fa sentire smarriti nelle sue vastità.

P.S.: le foto del Finsteraarhorn e del Monviso le ho fatte io, che non sono un fotografo, con il mio smartphone, recente ma non troppo. So che non sono nulla di che, ma siate comprensivi al riguardo.

 

C’è un luogo che si può definire più di altri il “centro delle Alpi”?

[Le Alpi svizzere dall’aereo. Foto di Leonhard Niederwimmer da Pixabay.]
Ci sono molte località che, un po’ per proprie convinzioni variamente legittime (o no), un po’ – be’, soprattutto – per suggestivo e accattivante  marketing turistico, si definiscono “il centro delle Alpi” o “al centro delle Alpi. Sono ovviamente libere di farlo e in ogni caso stabilire quale possa essere il centro della catena alpina, posto che ci sarebbe innanzi tutto da decidere cosa intendere con tale formula, è a dir poco arduo e nella sostanza pure parecchio vano.

Tuttavia, a ben vedere, c’è un luogo che per ragioni più giustificabili di molte altrui, dacché obiettivamente fondate, può sostenere di essere il/al centro o un centro della catena alpina: è il nodo orografico compreso tra la Val Bregaglia, l’Engadina e la Val Sursette, più nota come Surses (romancio) o Oberhalbstein (tedesco). È una zona con vette importanti ma non così eccezionali, visto che la più alta è il Piz Lagrev, di “solo” 3164 metri; però, come detto, delimita tre valli di notevolissima importanza geografica e storica, unite da altrettanti valichi fondamentali per i transiti attraverso le Alpi: il Passo del Maloja, il Passo dello Julier e il Passo del Settimo, i primi due frequentati almeno dall’epoca romana se non prima, il Settimo addirittura dall’Età del Bronzo ovvero da almeno 4000 anni.

[L’alta Val Sursette nel 1977 con il Lago di Marmorera, alle spalle la zona del Passo del Settimo e, sullo sfondo (verso sud), le montagne del gruppo Masino-Disgrazia. Fonte: ETH Library Zurich, Image Archive / WIH_FLs15-281, CC BY-SA 4.0.]
[Tratto di pavimentazione d’origine romana lungo la strada del Passo del Settimo. Foto di Jean-Louis Pitteloud, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Proprio a questa epoca – ovvero a circa il 2000 a.C. – risalgono le tracce di insediamenti abitativi stabili nella Val Sursette: tra i più importanti c’è quello di Padnal-Savognin, un villaggio nel quale si stima abitassero circa cento persone composto da capanne a schiera, costruite a palo e a traliccio e adagiate su un avvallamento, con dotazione di stalle, magazzini, cisterne per la raccolta dell’acqua e officine metallurgiche. Ciò in quanto la zona del Surses è tra le più importanti della Alpi per l’estrazione preistorica dei metalli, oggi fatta oggetto di numerose campagne archeologiche che hanno anche rilevato le testimonianze del rilevante traffico di merci e persone dal versante settentrionale delle Alpi a quello meridionale che qui, evidentemente, aveva una delle sue direttrici transalpine principali, il che rende il territorio che vi sto raccontando ancora più meritorio di essere considerato “centrale” nella geografica storica della catena alpina.

[Gôt Sot, nella parte bassa della Val Sursette, con dietro (verso nord) i paesi di Tinizong e Savognin. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Peraltro, pare che la zona sia stata identificata e percepita come agevole per valicare le Alpi, nonché da abitare, in epoche ancora più preistoriche e non solo dai nostri antenati, visti i numerosi ritrovamenti delle orme dei dinosauri lasciate 200 milioni d’anni fa sulle pareti del Piz Ela, del Tinzenhorn o del Piz Mitgel, montagne che sovrastano la Val Sursette. Come se ogni creatura dotata di senno che si sia trovata in zona nel corso del tempo ne abbia intuito l’importanza strategica, seguendo linee di transito percepite come utili e convenienti alla propria sussistenza tanto nomade quanto stanziale.

[La Val Sursette in veste invernale vista verso nord dal Piz Grevasalvas, vetta tra Surses e Engadina. Foto di Capricorn4049, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Ma il fattore che fa della zona tra Bregaglia, Surses e Engadina un centro autentico delle Alpi e dell’intero continente europeo è quello idrografico, peraltro già piuttosto noto e citato. E il “centro del centro” è il Piz Lunghin, sommità che chiude il suddetto nodo orografico verso meridione i cui tre versanti guardano le altrettante valli sottostanti. Ciò comporta che l’acqua che dal Lunghin divalla a sud-ovest sul versante di Bregaglia finisce nella Maira/Mera, poi nel Liro, quindi nell’Adda, nel Po e nel Mar Mediterraneo; l’acqua che scende verso est e l’Engadina va nell’Inn, quindi nel Danubio e dunque nel Mar Nero; l’acqua che fluisce a nord verso il Surses va nel bacino del Reno e dunque nel Mare del Nord e nell’Oceano Atlantico. Ovvero, i tre grandi bacini marini che contornano e definiscono la geografia dell’Europa della quale, per ciò, il “modesto” Piz Lunghin (alto solo 2780 metri) rappresenta il principale baricentro idrografico.

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla. Elaborazione mia su base Google Earth.]
Ecco, mi piace pensare che proprio seguendo il corso dell’acqua, fondamentale elemento di vita, che da queste montagne si origina per definire la geomorfologia dell’intero continente, anche gli animali e gli uomini siano arrivati, transitati, confluiti, defluiti, ripartiti e ritornati lassù seguendo il corso del tempo e della storia come linee di forza tanto materiali, incise nelle valli e sui fianchi montani, quanto immateriali, proprio come flussi primari della vita possibile sulle Alpi in epoche che sembrano così lontane, pensandoci oggi, eppure durante le quali già stava prendendo forma la grande civiltà alpina. Che tra le vette della Bregaglia, dell’Engadina e della Val Sursette può ben dire di avere uno dei suoi storici fulcri nodali, un “centro geoantropologico” oggi certamente meno imprescindibile di un tempo per i nostri viaggi ma nel quale – forse più che altrove per ciò che vi ho raccontato fino a qui – incontrare e poter dialogare con il Genius Loci delle Alpi e per ciò ancora profondamente affascinante.