Ciò che realmente ci distingue dalle bestie da sempre – e, si spera, per sempre… (Dino Buzzati dixit)

Buzzati_photo_smallLe storie che si scriveranno, i quadri che dipingeranno, le musiche che si comporranno, le stolte pazze e incomprensibili cose che tu dici, saranno pur sempre la punta massima dell’uomo, la sua autentica bandiera (…) Quelle idiozie che tu dici saranno ancora la cosa che più ci distingue dalle bestie, non importa se supremamente inutili, forse anzi proprio per questo. Più ancora dell’atomica, dello Sputnik, dei razzi intersiderali. E il giorno in cui quelle idiozie non si faranno più, gli uomini saranno diventati dei nudi miserabili vermi come ai tempi delle caverne.
(Dino Buzzati, Il mago in Il Colombre e altri cinquanta racconti, Mondadori, 1a ed.1966)

Ha ragione, Buzzati: sono quelle cose che a volte molti considerano idiozie a distinguerci – non a renderci più intelligenti, che tale pretesa è pura arroganza ovvero concreta ignoranza, ma a distinguerci, questo sì, dalle “bestie”. Sperando appunto che gli uomini non perdano questa loro preziosa prerogativa, e ancor più che non la corrompano al punto da renderla prova evidente, essa stessa, di primitiva miseria e cavernicola incultura. E a notare certe cose pseudo-artistiche spacciate per “capolavori” o quasi e così imposti al pubblico (ma che con l’arte, visiva, letteraria, musicale o che altro hanno meno a che fare di un diavolo in paradiso), viene purtroppo il dubbio che quel rischio paventato lo si stia correndo veramente…

Diffidate sempre degli scrittori, se non volete correre “rischi”… (Friedrich Dürrenmatt dixit #2)

cop_Il giudice e il suo boiaLo scrittore era seduto davanti a una finestra gotica; indossava calzoni alla zuava e una giacca di pelle. Quando i due entrarono su voltò sulla sua sedia, senza abbandonare lo scrittoio cosparso di fogli di carta. Non si alzò anzi li salutò a malapena, e chiese immediatamente che cosa voleva da lui la polizia. “E’ poco cortese,” penso Bärlach, “non gli piacciono i poliziotti; agli scrittori non sono mai piaciuti i poliziotti.” Il Vecchio decise di essere prudente, anche se Tschanz non si sentiva troppo incoraggiato da quell’accoglienza. “Prima di tutto, non lasciarsi osservare, altrimenti c’è il rischio di comparire in qualche libro,” pensarono pressappoco ambedue.
(Friedrich Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia, Feltrinelli, Milano, 2004, pag.71)

E’ vero. Più che non piacciano i poliziotti, agli scrittori (beh…!), è vero semmai che si corra sempre il “rischio” di finire in qualche loro libro. Ma sappiate: anche se starete ben nascosti nell’ombra, il rischio lo correrete comunque. Di personaggi sfuggenti ovvero indistinti, da distinguere dunque a nostro modo, noi scrittori abbiamo sempre bisogno. Ma in fondo credo che sia un rischio pure piacevole, da correre…

La forza delle idee, la forza delle parole (Björn Larsson dixit #3)

Molti credevano che il difficile, nello scrivere, fosse avere qualcosa da dire, mentre in realtà era dirlo con forza, precisione ed eleganza che era problematico.
Nessuno scrive solo perché ha una vita interessante o ricca – anzi, in genere l’esistenza degli scrittori è piuttosto noiosa – ma semplicemente perché sa scrivere. Le esperienze personali non sono altro che una scorta di materiali tra cui scegliere – se si sa farlo, il che non è affatto garantito – quelli universalmente rilevanti, sempre che si sia in grado di metterli nero su bianco.

(Björn Larsson, I poeti morti non scrivono gialli, Iperborea 2011, pag.256)

cop_Poeti-morti-non-scrivono-gialliE’ da quando ho letto questo passaggio di Larsson, ormai settimane fa, che vi rifletto sopra. Concordo, nel principio, con quanto affermato dallo scrittore svedese, ma è anche vero – a mio parere – che in certi (o in molti?) casi vi sono testi che non appaiono scritti con forza, precisione ed eleganza forse proprio perché, in fin dei conti, non hanno molto da dire. Ovvero, se fosse pur vero che l’esistenza di uno scrittore è piuttosto noiosa (beh, gente come Bukowski o Hemingway – giusto per fare due nomi – non credo la penserebbe così!), egli sa scrivere anche perché sa dire, e ricava da ciò l’energia necessaria per farlo bene. Ci dice e ci racconta di questa sua forza espressiva, insomma, della sua eleganza e dello stile: è in verità una grandissima forma di eloquenza letteraria, questa, che ci fa comprendere come (anche senza essere scrittori, in fondo) è necessario che si abbia l’energia, noi tutti, per dire. Cioè, per pensare, per avere ed esprimere la nostra idea, forte tanto da poter essere espressa con pari forza. Poi si può certo essere più o meno bravi nello scriverla, e magari tanto bravi da diventare scrittori dopo averla scritta ma, appunto, qualcosa da dire dobbiamo averla tutti. Cosa apparentemente ovvia eppure, io credo, sempre più rara. Se non già rarissima.

La scrittura è curiosità – per fortuna o purtroppo… (George Simenon dixit)

Sempre, in tutta la mia vita, ho avuto grande curiosità per ogni cosa, non solo per l’uomo, che ho guardato vivere ai quattro angoli della terra, o per la donna, che ho inseguito quasi dolorosamente tanto era forte, e spesso lancinante, il bisogno di fondermi con lei; ero curioso del mare e della terra, che rispetto come un credente rispetta e venera il suo dio, curioso degli alberi, dei più minuscoli insetti, della più piccola creatura vivente, ancora informe, che si trova nell’aria o nell’acqua.
(George Simenon, da Memorie intime, traduzione di Laura Frausin Guarino, Adelphi, 2003, p.51)

cop_memorie-intime-SimenonA volte si tende facilmente a pensare che la scrittura – o l’arte dello scrivere, dovrei dire – sia soprattutto figlia della fantasia, e senza dubbio ciò è vero. Ma, come denota bene Simenon, è forse (per me è certamente) ancor più figlia della curiosità, dell’interesse verso ogni cosa, dell’osservare tutto e tutti, della volontà di conoscere e sapere, di ammirare e capire, del domandarsi di tutto e cercare per tutto una buona risposta, del crescere e acquisire con l’età una certa saggezza eppur restando sempre come dei bambini curiosi verso ogni cosa, e come se ogni cosa intorno fosse nuova, mai vista, sconosciuta, anche quando fosse ciò di più ovvio, banale e quotidiano che ci sia.
In fondo, la fantasia è a sua volta figlia della curiosità, e in ogni cosa senza di questa la prima non può che finire, inevitabilmente, per inaridirsi, spegnersi, o alla meglio per arrotarsi su sé stessa.
Ergo, ha ragione quel grande scrittore che George Simenon fu: la letteratura sarà tanto più buona quanto più si nutrirà di una sconfinata e irrefrenabile curiosità.
Rovescio della medaglia, al proposito: se troppi a questo mondo continueranno a dimenticare – come già ora fanno – quanto sia inestimabilmente prezioso essere curiosi, la suddetta buona letteratura avrà certamente vita (sempre più) dura nel farsi notare, in mezzo a tanti libroidi che non richiedono curiosità ma, ben più spesso, indifferenza – soprattutto nei confronti del valore e del senso autentico della lettura – e apatia, nello scegliere cosa leggere… Ma questa, probabilmente, è un’altra storia. La solita storia.

L’arte, se non ci sa sconvolgere l’animo, non è tale (Andrej Tarkovskij dixit)

Tarkovsky_small-imageL’arte si rivolge a tutti nella speranza di essere, prima di tutto, sentita, di suscitare uno sconvolgimento emotivo.
(Andrej Arsen’evič Tarkovskij, citato in Francesca Pirani, Tarkovskij. La nostalgia dell’armonia, Le Mani-Microart’S, 2009)

Ha ragione, Tarkovskij: l’arte deve sconvolgerci l’animo, e sovvertire le nostre certezze, e aprirci gli occhi troppo spesso chiusi, e illuminarci la mente e il pensiero. Se ciò non accade, probabilmente non siamo di fronte a “vera” arte. Ma quando accade, allora l’arte è in senso assoluto lo strumento di visione e di comprensione della realtà più potente che l’uomo possegga. Indispensabile usarlo, e abusarne.