Dopo la fine del mondo? Resteranno solo polvere e fondamentalisti (Terry Pratchett & Neil Gaiman dixit #2)

«Sembra tutto così tranquillo» disse. «Secondo te come andrà a finire?»
«Be’, l’estinzione mediante guerra termonucleare ha sempre goduto di parecchio credito. E devo ammettere che i pezzi grossi si stanno comportando piuttosto bene, al momento.»
«Collisione con un asteroide?» chiese Azraphel. «Per quanto ne so, ora come ora va molto di moda. Un colpo dritto all’Oceano Indiano, una gran bella nuvola di polvere e gas, e tanti saluti a tutte le forme di vita più evolute.»
«Caspita» esclamò Crowley, sempre attento a mantenersi al di sopra del limite di velocità. Tutto faceva brodo.
«Idea insopportabile, non è vero?» disse Azraphel, scuro in volto.
«Tutte le forme di vita più evolute falciate in un attimo.»
«Terribile.»
«Niente altro che polvere e fondamentalisti.»
«Questa era cattiva.»
«Scusa. Non ho resistito.»

(Terry Pratchett, Neil Gaiman, Buona Apocalisse a tutti!, pagg.110/111, Arnoldo Mondadori Editore 2007, collana “Strade Blu”, traduzione di Luca Fusari; orig. Good Omens, 1990.)

Quindi, cari asteroidi in rotta di collisione con la Terra, alieni malvagi, Maya al prossimo tentativo o chi altri, se c’è da fare tabula rasa vedete di farlo compiutamente. Sennò è inutile, eh!
(E comunque QUI potete leggere la recensione del suddetto romanzo…)

L’Inferno è vuoto, e tutti i diavoli sono qui (Terry Pratchett & Neil Gaiman dixit #1)

Crowley aveva sempre saputo che, nel momento in cui il mondo fosse finito, lui ci sarebbe stato, visto che erra immortale e non aveva alternative. Ma sperava che quel momento giungesse il più tardi possibile.
Perché, in fondo, gli uomini gli piacevano. Difetto non da poco, essendo un diavolo.
Certo, aveva sempre fatto del suo meglio per rovinare le loro vite, dal momento che era il suo lavoro, ma nessuna delle sue diavolerie aveva mai retto il confronto con quelle escogitate dagli uomini stessi. Sembrava un loro talento naturale. Forse era una specie di difetto di costruzione. Nascevano in un mondo ostile, e spendevano tutte le energie a loro disposizione per renderlo ancora peggiore. Col passare degli anni, Crowley si era trovato sempre più in difficoltà a inventare atti diabolici che spiccassero nel desolante panorama di una cattiveria generalizzata. Più di una volta nell’ultimo millennio gli era venuta voglia di inviare Laggiù un messaggio, dicendo: “Sentite un po’, forse è il caso che lasciamo perdere, chiudete pure Dite, Pandemonium e tutto il resto, e trasferiamoci addirittura quassù, tanto qui ormai mettono in pratica tutto ciò che vorremmo architettare noi, e sono persino in grado di compiere gesta a cui noi non avremmo nemmeno pensato, anche con l’aiuto di elettrodi. Hanno tutto ciò che manca a noi. Hanno l’immaginazione. E l’elettricità, ovviamente”. Uno di loro l’aveva anche scritto, no? “L’Inferno è vuoto, e tutti i diavoli sono qui”.

(Terry Pratchett, Neil Gaiman, Buona Apocalisse a tutti!, pag.43, Arnoldo Mondadori Editore 2007, collana “Strade Blu”, traduzione di Luca Fusari; orig. Good Omens, 1990.)

Eh già… Lo sostengo da sempre che Satana dovrebbe chiederci i danni, morali e materiali!
E comunque a breve, qui nel blog, la recensione del libro suddetto…

I libri che vivono sul presente non avranno mai un futuro (Harold Bloom dixit)

Per scegliere che cosa continuare a leggere e insegnare, mi attengo soltanto a tre criteri: lo splendore estetico, il vigore intellettuale e la saggezza. Le pressioni della società e le mode giornalistiche possono anche oscurare, per un certo tempo, questi criteri; ma appunto, si tratta sempre di periodi limitati, e alla fine le opere che non riescono a trascendere il loro particolare contesto storico sono destinate a non sopravvivere. La mente finisce sempre per tornare al suo bisogno di bellezza, di verità, di comprensione.

(Harold Bloom, “Sapienza” in La saggezza dei libri, trad. Daniele Didero, Collana “Saggi”, Rizzoli, 2004; Collana “Saggi”, BUR, Milano, 2007.)

Ecco, un’altra bella frase da incidere a caratteri cubitali sui muri delle redazioni di molte case editrici! Le quali invece hanno fatto in modo, negli ultimi tempi – non da sole, certo, ma senza dubbio senza troppo contrastare il fenomeno, quando non essendone parte primaria – che quel bisogno della mente di bellezza, di verità e di comprensione mutasse in disinteresse, se non in fastidio. Perché è ovvio, se la mente sa comprendere bellezza e verità, ancor più saprà riconoscere bruttezze e falsità, ovvero due delle peculiarità fondamentali con le quali si è voluto corrompere e plasmare il nostro mondo contemporaneo.

Un po’ di lettura vale bene qualche rischio… (David Ohle dixit)

Prima di prendere il pedalbus per andare dal barbiere, Moldenke si fermò a un chioschetto di rotolibri, dove prese un’edizione commestibile dell’autobiografia di Arvey, La Collinetta Erbosa. “Questa sa di ciliegia” gli spiegò il venditore. “E parecchio. In più hanno corretto tutti i refusi”
“Me la tengo per il viaggio in pedalbus”.
“Mi raccomando” lo avvertì il venditore. “Non si dimentichi la nuova ordinanza. Vietato leggere sui pedalbus. E guardi che la fanno rispettare. E’ l’ultima trovata di Ratt, e se ti beccano può finire davvero male.”
(…)
La tentazione di mettersi a leggere La Collinetta Erbosa era inevitabile. Moldenke riusciva a sentirne l’odore, perfino il gusto, un invitante aroma dolce, come di melassa, che saliva dal rotolibro. E poi, se l’avesse tenuto in mano un altro po’, si sarebbe sciolto, diventando appiccicosissimo. Tutto sommato, concluse, un po’ di lettura valeva bene qualche rischio. Senza rifletterci ulteriormente, con gesto istintivo ruppe il sigillo di paraffina, prese la linguetta in bocca e cominciò a leggere e mangiare a mano a mano che il testo si srotolava.

(David Ohle, L’era di Sinatra, pagg.156-159, ISBN Edizioni, 2007, traduzione di Matteo Colombo; orig. Age of Sinatra, 2004)

Libri commestibili… Un’idea potenzialmente efficace per aumentare la lettura, almeno dalle nostre parti?
In ogni caso, a breve qui sul blog, la recensione di L’era di Sinatra.

Quando la poesia sgorga come sterco da un vitello da latte… (Jørn Riel dixit)

Quella primavera Anton divenne meditabondo. Non che fosse insoddisfatto della sua esistenza, anzi, al contrario, ma aveva cominciato a scrivere poesie e si era fatto l’idea che cose del genere andassero strappate a forza dalle profondità più remote dell’anima. (…)
Per Anton quella primavera fu davvero speciale. Le poesie sgorgavano da lui come sterco da un vitello da latte, e man mano che scavava nelle profondità del proprio animo anche la loro qualità migliorava. Herbert, che era sempre stato un fervente ammiratore del suo romanzo, guardava alla poesia con molta apprensione.
“Non è il tuo terreno di caccia, Anton. Questi scarabocchi sono minutaglia per un cacciatore come te. Riponi i versi sullo scaffale, e scrivi un nuovo romanzo.”
“Ma vengono da sé”, spiegava Anton, “che io lo voglia o no. E’ il torrente primaverile del cuore, Herbert: non si può imbrigliare così alla buona.”
Herbert era comprensivo, ma anche preoccupato. Perché con le poesie era sempre la stessa cosa. Aveva visto molti eccellenti cacciatori assaliti dalla stessa nostalgia. All’inizio scrivevano fischiettando, poi imparavano quella fuffa a memoria, in seguito li coglieva il bisogno improvviso e inderogabile di andare in Danimarca, per consegnare tutto l’ambaradan nelle mani di quale altro svitato. Un gran casino, la poesia. Guardate Anton: si era comportato benissimo per anni. Non c’era stato il minimo accenno a stranezze di sorta. E poi di colpo, ecco che la slavina delle poesie si era abbattuta su di loro.

(Jørn Riel, Viaggio a Nanga, Iperborea 2012, traduzione di Maria Valeria D’Avino, pagg.154-155)

Beh, immagino che molti poeti, autentici o sedicenti tali (forse soprattutto questi ultimi), storceranno non poco il naso nel sentire paragonata la propria arte a un siffatto bucolico scarto biologico… D’altro canto è vero, e bisogna riconoscerlo a Riel e alla sua creatività, che la vena poetica sovente è proprio così: qualcosa di biologico, appunto, nel senso di strettamente legato alla vita e alla sua più profonda essenza interiore. E in fondo, se vogliamo continuare sulla metaforica e rustica via indicataci dallo scrittore danese, non si può ignorare l’evidenza che quel “prodotto” del vitello da latte sia quanto di più vitale, in senso organico, e fertile che la terra possa ricevere per fiorire di altra nuova vita… Proprio ciò che deve e/o dovrebbe essere la poesia, quella autentica ovviamente, per l’intera produzione artistica letteraria.