Il progetto “Montagna Italia”? Condanna i territori montani a un vivacchiare perenne e sterile

Leggo sulla stampa (vedi sopra ad esempio) che ammontano a 2.360.900 Euro i fondi che il Ministero del Turismo, nell’ambito dei fondi Piano Sviluppo e Coesione (PSC) rientranti nel progetto “Montagna Italia”,  ha destinato in favore della valorizzazione turistica, del potenziamento delle infrastrutture e della fruizione sostenibile dei territori montuosi della Lombardia.

Cioè, per essere chiari, tutta la montagna lombarda ha a disposizione un importo inferiore a quello che viene speso (e sovente finanziato dalla stessa Regione) per realizzare una sola seggiovia, e non delle più grandi:

[Tabella tratta da www.funivie.org.]
«Con ‘Montagna Italia’ puntiamo a rafforzare il sistema montano italiano» dichiara il Ministro del Turismo. A me pare invece che qui il “principio” ormai da tempo utilizzato sia quello espresso da quel noto detto milanese: piutòst che negót, mèi piutòst, “piuttosto che niente, meglio piuttosto”. Ma così non si rafforza affatto la montagna italiana, semmai la si condanna a un eterno vivacchiare, a un tirare avanti zoppicando, probabilmente funzionale a rendere i territori montani inevitabilmente costretti a sottostare alle mire dell’industria turistica, che infatti viene ben di più finanziata dagli enti pubblici (in Lombardia e non solo), nel frattempo facendo credere di sostenerla e addirittura di “rafforzarla”.

Tuttavia, se la politica spesso e volentieri mente, i numeri non mentono mai e, come detto, rendono da subito chiare le cose. La montagna italiana abbisogna e merita molto di più di quelle “mancette” che sembrano elargite solo per tenerla zitta e buona: innanzi tutto alle nostre montagne serve la volontà politica di sostenerle veramente, inoltre occorre la visione necessaria a progettare per esse e le loro comunità il miglior futuro possibile. E non solo possibile ma necessario, vista la realtà che stiamo affrontando. La politica del piutòst che negót, mèi piutòst non alimenta la rapida rinascita ma la lenta agonia delle nostre montagne. Lo si sappia, quanto meno.

La bresaola può ancora essere definita un cibo tipico e identitario della Valtellina?

[Immagine tratta da www.informacibo.it, sito che a differenza di molti altri riferisce chiaramente sulla reale provenienza delle carni bovine con le quali vengono prodotte le bresaole.]
Non posso che essere contento di leggere (qui) che è in aumento la produzione e l’export della Bresaola della Valtellina, i cui numeri nel 2024 hanno nuovamente raggiunto i livelli pre-pandemici. Ne ho scritto proprio di recente di questo sublime alimento “tipicamente” valtellinese, marchiato Igp, sul fatto che la gran parte della carne bovina utilizzata per il suo confezionamento viene dal Sudamerica: ciò è inevitabile, se si vuole accrescere costantemente il livello di produzione, ora giunto a 12.600 tonnellate/anno. Semplicemente, non c’è abbastanza carne in Europa, tanto meno in Valtellina ovviamente, per produrre così tante bresaole – infatti l’articolo de “La Provincia Unica TV” sopra linkato segnala anche la presenza di questo problema circa l’approvvigionamento della materia prima per le aziende che le producono.

Tuttavia, se non vogliamo osservare la questione dal punto di vista dell’autenticità del prodotto, come fanno tanti e ho fatto io stesso nel mio precedente articolo (la Bresaola della Valtellina può ancora essere considerata valtellinese, con Igp o senza, se la sua carne viene dall’altra parte del mondo?), è inesorabilmente necessario considerarla sotto l’aspetto della coerenza culturale (il cibo è cultura, è bene ricordarlo) riguardo un alimento che, appunto, viene continuamente definito “tipico”, “tradizionale”, “identitario” e via dicendo. In buona sostanza: come si possono ancora conciliare questi termini e soprattutto il senso che viene loro riconosciuto, a una produzione di oltre 12.600 tonnellate in aumento costante anno dopo anno?

La tradizionalità di un alimento, quando abbia anche una matrice culturale e persino identitaria come nel caso della bresaola per la Valtellina, non può accordarsi con un obiettivo basato sulla quantità produttiva, anche quando tale obiettivo non vada a inficiarne la qualità. Al netto della provenienza delle carni – in questo caso inevitabile, come detto – si tratta di una scelta culturale: puntare su una maggiore tipicità del prodotto e sulla relativa qualità limitandone la produzione e la filiera ad essa dipendente, oppure aumentare la produzione e il commercio del prodotto ma con ciò inesorabilmente annacquandone (o infirmandone?) la tipicità identitaria. Meno bresaole e maggiormente costose ma più valtellinesi oppure più bresaole, un mercato più ampio ma meno valore identitario valtellinese.

Entrambe le scelte sono legittime, per carità, ma alla base, ribadisco, vi è una questione culturale su base locale: una decide di restare coerente con tale cultura, l’altra decide che non gli interessa più: delle conseguenze dell’una o dell’altra, alla lunga più che il prodotto ne godrà o ne soffrirà il territorio, è bene tenerlo presente.

Snowland, a oltre 2200 metri di quota un festival musicale oltre i limiti

Snowland è un’esperienza immersiva a tutti gli effetti, un weekend in cui musica, sci, divertimento e neve si fondono in un contesto spettacolare come quello di Livigno […] Sarà uno spettacolo vero e proprio, attendiamo migliaia di persone […] Lo scorso anno furono 15mila gli spettatori che ballarono al Passo Eira […] E la notte c’è l’after party. Da mezzanotte fino all’alba ci sarà musica e divertimento per tutti.

Oggi comincia Snowland, festival di musica elettronica e hip hop che si svolgerà per tre giorni, fino a sabato 26, al Passo d’Eira, sopra Livigno. Le citazioni al riguardo che avete letto lì sopra sono tratte da qui.

Il Passo d’Eira è a 2.208 metri di quota.

Di principio non ho nulla contro questi eventi, se ben fatti e altrettanto ben gestiti, e la zona in questione è già ampiamente antropizzata e contaminata, stante il passaggio della trafficatissima strada che dalla Valtellina porta a Livigno.

Tuttavia, ogni volta che leggo di questi eventi, l’impressione vivida è che ci si spinga sempre un po’ oltre i limiti. Quei limiti che un luogo a oltre 2.200 metri di quota dovrebbe imporre a prescindere: limiti ambientali, ecologici, di decenza, di rispetto nei confronti dell’ambiente montano circostante, di presenza umana e impronta antropica.

Certo, meglio lì che sulla cima di una vetta immacolata o in mezzo a un bosco incontaminato, maun gran bel «ma» sorge spontaneo, comunque. E in generale, mi viene da pensare, certi limiti di legge a eventi del genere quando si svolgano negli ambienti naturali andrebbero messi, quanto meno per evitare che ogni circostanza simile si trasformi in un precedente pericoloso per ulteriori iniziative ancora più impattanti.

In ogni caso, il senso del limite fondamentale, come sempre, è innanzi tutto quello che la nostra coscienza, l’intelligenza e il buon senso dovrebbero saper elaborare e concretizzare, in montagna più che mai: ed è un’elaborazione culturale, prima che altro. Che in base a ciò ci sia da rallegrarsi oppure da preoccuparsi lo lascio stabilire a voi.

La bresaola della Valtellina e il Gran Zeb(R)ù

[Immagine tratta da www.foodweb.it.]
L’amica Cla, commentando l’articolo che qui sul blog qualche giorno fa ho dedicato alla “Giornata del Made in Italy” e a certe contraddizioni di tale definizione, che ho manifestato scrivendo dei “tradizionalissimi” pizzoccheri valtellinesi, mi ha giustamente ricordato che «Anche tutta la carne per bresaola arriva dal Brasile». La bresaola ovvero l’altro grande alimento tipico e identitario della Valtellina, dotato di marchio “IGP – Indicazione geografica protetta”, sul quale ovunque si possono leggere le più varie elegie in merito alla sua tradizionalità assoluta e su quanto sia rappresentativo dell’identità gastronomica valtellinese.

Già.

Peccato che, come giustamente ha denotato Cla, la gran parte delle bresaole in commercio vengano prodotte con carne congelata di zebù, un bovino che viene allevato in Sudamerica, soprattutto in Brasile, ma che è originario dell’Asia e dell’Africa: quanto di più lontano dalle montagne e dai pascoli della Valtellina, in buona sostanza!

La colpa di tale “inganno”legalizzato, perché di questo formalmente si tratta – è del disciplinare del marchio IGP il quale, nonostante parli di “indicazione geografica” in riferimento a un ben specifico territorio, in tal caso la Valtellina, riporta che le bresaole, per acquisire il marchio, devono solamente essere lavorate nella tradizionale zona di produzione che comprende l’intero territorio della provincia di Sondrio. In parole povere, per produrre la bresaola e poterla definire un alimento “tipico” e “tradizionale” della Valtellina basta che venga elaborato e stagionato nel territorio valtellinese utilizzando qualunque tipo di carne bovina, anche quella che di valtellinese non ha un bel niente.
Non è una truffa, visto che, grazie alla sua ambiguità, il disciplinare IGP non viene violato, è più un sotterfugio furbesco, questo sì. L’ennesimo.

Insomma: anche in questo caso il “Made in “Italy”, il “cibo tradizionale, “l’identità gastronomica” e tutto il resto di simile e di tanto osannato dal marketing turistico e commerciale vanno parecchio a farsi benedire. Inoltre, detto tra noi: Igp, Dop, Docg… bah!

Ovviamente, tutto ciò non toglie che la bresaola, dunque la carne di zebù con la quale è fatta, è buonissima e sia un gran piacere gustarsela (lo immagino bene pur essendo io vegetariano). Che lo si faccia con gran profusione ma al contempo senza troppa ipocrisia!

Comunque c’è una buona “soluzione” all’inganno suddetto: per fare in modo che la bresaola valtellinese fatta con una carne che di valtellinese non ha nulla diventi più valtellinese di quanto non sia, basta cambiare di pochissimo il nome di una delle più belle e celebri montagne della Valtellina! Si tira via una sola lettera e tutto è a posto:

Alé! 😆

(Chi non l’ha capita mi scriva che gliela spiego!)

«Gli abissi sotto l’idillio» alpino nelle opere di tre dei più grandi scrittori del Novecento

[L’ampia sella del Passo dello Stelvio, punto di incontro tra i territori di Valtellina, Canton Grigioni e Alto Adige/Südtirol. Foto di Uwelino, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
La montagna come ambito di bellezza assoluta, luogo dell’anima, fonte di meraviglia e gioia… Sovente la consideriamo così, la montagna, un po’ per passione e sentimento sinceri e un po’ per convenzione, peraltro questa alimentata anche dalle narrazioni di molti grandi scrittori.

Di contro, ci sono stati scrittori altrettanto grandi che la montagna l’hanno raccontata in modi molti diversi se non antitetici a quelli appena detti: ad esempio Arthur Schnitzler, Guido Morselli e Thomas Bernhard. Il primo rileggendo la montagna psicanaliticamente, o per meglio dire freudianamente, e facendone la culla dell’elemento “perturbante” (unheimlich) costituito dalla sensazione di angoscia e paura al cospetto dell’estraneità di ciò che appare noto e familiare. Morselli ambientandovi uno dei suoi celeberrimi racconti devianti e distopici nel quale mette in scena una “drammaturgia della casualità” (come la definì Max Frisch) antitetica alla logica delle cose che verrebbe da ritrovare nella natura montana. Bernard raccontandola in maniera metaforicamente simbolica e iperbolica come un luogo di chiusura, di claustrofobia inevitabile, dove tutto «è perdita di tempo e quindi infelicità».

Tutti e tre, guarda caso, hanno scelto come contesto geografico delle loro opere le montagne tra la Valtellina, il (Sud) Tirolo e i Grigioni, quasi che identificassero in questa zona una sorta di “anima profonda” delle Alpi, nella quale ritrovare sicuramente la più estatica bellezza alpestre ma pure e non di meno «gli abissi sotto l’idillio», come racconta bene questo bell’articolo di Mattia Mantovani su “Rsi.ch” (leggetelo cliccando sull’immagine):