Diffidate sempre degli scrittori, se non volete correre “rischi”… (Friedrich Dürrenmatt dixit #2)

cop_Il giudice e il suo boiaLo scrittore era seduto davanti a una finestra gotica; indossava calzoni alla zuava e una giacca di pelle. Quando i due entrarono su voltò sulla sua sedia, senza abbandonare lo scrittoio cosparso di fogli di carta. Non si alzò anzi li salutò a malapena, e chiese immediatamente che cosa voleva da lui la polizia. “E’ poco cortese,” penso Bärlach, “non gli piacciono i poliziotti; agli scrittori non sono mai piaciuti i poliziotti.” Il Vecchio decise di essere prudente, anche se Tschanz non si sentiva troppo incoraggiato da quell’accoglienza. “Prima di tutto, non lasciarsi osservare, altrimenti c’è il rischio di comparire in qualche libro,” pensarono pressappoco ambedue.
(Friedrich Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia, Feltrinelli, Milano, 2004, pag.71)

E’ vero. Più che non piacciano i poliziotti, agli scrittori (beh…!), è vero semmai che si corra sempre il “rischio” di finire in qualche loro libro. Ma sappiate: anche se starete ben nascosti nell’ombra, il rischio lo correrete comunque. Di personaggi sfuggenti ovvero indistinti, da distinguere dunque a nostro modo, noi scrittori abbiamo sempre bisogno. Ma in fondo credo che sia un rischio pure piacevole, da correre…

La forza delle idee, la forza delle parole (Björn Larsson dixit #3)

Molti credevano che il difficile, nello scrivere, fosse avere qualcosa da dire, mentre in realtà era dirlo con forza, precisione ed eleganza che era problematico.
Nessuno scrive solo perché ha una vita interessante o ricca – anzi, in genere l’esistenza degli scrittori è piuttosto noiosa – ma semplicemente perché sa scrivere. Le esperienze personali non sono altro che una scorta di materiali tra cui scegliere – se si sa farlo, il che non è affatto garantito – quelli universalmente rilevanti, sempre che si sia in grado di metterli nero su bianco.

(Björn Larsson, I poeti morti non scrivono gialli, Iperborea 2011, pag.256)

cop_Poeti-morti-non-scrivono-gialliE’ da quando ho letto questo passaggio di Larsson, ormai settimane fa, che vi rifletto sopra. Concordo, nel principio, con quanto affermato dallo scrittore svedese, ma è anche vero – a mio parere – che in certi (o in molti?) casi vi sono testi che non appaiono scritti con forza, precisione ed eleganza forse proprio perché, in fin dei conti, non hanno molto da dire. Ovvero, se fosse pur vero che l’esistenza di uno scrittore è piuttosto noiosa (beh, gente come Bukowski o Hemingway – giusto per fare due nomi – non credo la penserebbe così!), egli sa scrivere anche perché sa dire, e ricava da ciò l’energia necessaria per farlo bene. Ci dice e ci racconta di questa sua forza espressiva, insomma, della sua eleganza e dello stile: è in verità una grandissima forma di eloquenza letteraria, questa, che ci fa comprendere come (anche senza essere scrittori, in fondo) è necessario che si abbia l’energia, noi tutti, per dire. Cioè, per pensare, per avere ed esprimere la nostra idea, forte tanto da poter essere espressa con pari forza. Poi si può certo essere più o meno bravi nello scriverla, e magari tanto bravi da diventare scrittori dopo averla scritta ma, appunto, qualcosa da dire dobbiamo averla tutti. Cosa apparentemente ovvia eppure, io credo, sempre più rara. Se non già rarissima.

Una domanda a tutti gli autori letterari che leggono questo post – ma non solo…

Vorrei sottoporre una domanda a tutti gli autori di letteratura (in qualsiasi forma) che leggono le mie cose qui nel blog o che si trovano a passare da esso occasionalmente / incidentalmente, e pure a chi è lettore frequente – ma è in fondo una domanda aperta a chiunque voglia rispondervi…:

ritenete che la personale miglior qualità letteraria (in senso generale) sia raggiungibile scrivendo il più possibile – per non porre freno alcuno alla creatività – oppure scrivendo il meno possibile – per raffinare e rifinire al massimo quanto scritto?

La domanda in sé è banale e profonda – se così si può dire – allo stesso tempo. Tratteggia quelli che, sostanzialmente, sono i limiti “pratici” entro i quali si muove l’autore letterario, e che a modo loro Snoopy_writerrappresentano, con ovvie varianti, due “scuole di pensiero” sulle quali mi sono trovato spesso a disquisire con amici autori (del campo letterario in primis ma anche altrove: nell’ambito artistico, ad esempio…), di valore e accezione equivalenti (dacché prettamente legati al modus operandi personale) ma su cui, nonostante tutto, mi sono sempre trovato a riflettere, chiedendomi se tutto sommato non ve ne sia una che possa essere più “redditizia” (termine improprio, ma che uso qui per mera comodità e chiarezza) dell’altra…
Che ne pensate? In base alle vostre esperienze personali (che tali sono e restano comunque, senza alcuna pretesa di assolutezza, ovvio), ritenete che si possa, se non rispondere, dissertare su quella domanda? A quale delle due “scuole di pensiero” voi appartenete?
Potete rispondere commentando questo post oppure, se preferite, a luca@lucarota.it
Per la cronaca, io in principio appartenevo senza dubbio alla scuola “alta produzione”, ma poi col tempo ho preso a traslare sempre di più verso la parte opposta…
Grazie di cuore fin d’ora per i contributi che vorrete manifestarmi!

Gianni Brera, “Il corpo della ragassa”

(P.S./Pre Scriptum: leggete QUI una necessaria nota personale su Gianni Brera e su questa recensione.)

Il_corpo_della_ragassa_copBen pochi non conoscono Gianni Brera come il più grande giornalista sportivo italiano della storia; non molti sanno che egli fu anche scrittore di romanzi e racconti, con una produzione ovviamente non cospicua, dacché ricavata nei ritagli di tempo del lavoro giornalistico sportivo. Eppure, Brera fu uno scrittore prestato al giornalismo, e non viceversa – per la smodata passione che nutrì per il calcio fin da ragazzo, e perché con lo scrivere sui giornali poteva campare negli anni duri del dopoguerra; fu scrittore, appunto, e Il Corpo della Ragassa ce lo rivela grande: semplice nello stile eppure nobile, raffinato ed anche forte nella costruzione narrativa, colmo di senso e sensualità, divertente e malinconico all’occorrenza ma nel modo più aulico possibile…

Leggete la recensione completa di Il corpo della ragassa cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

In onore di Gianni Brera scrittore, tra i più grandi del Novecento

gianni_brera_imageDa pochi giorni sono passati vent’anni esatti dalla morte di Gianni Brera – lasciò questo mondo il 19 Dicembre 1992, vittima incolpevole di un terribile incidente stradale. E’ pressoché inutile rimarcare come Brera sia oggi considerato il più grande giornalista sportivo (e non solo) italiano, autentico maestro per tutti i più giovani colleghi da mezzo secolo a questa parte e comunque insuperato, dacché probabilmente insuperabile. Senza assolutamente voler fare una marchetta a La Repubblica, è d’uopo citare che il quotidiano milanese celebra e commemora in questo anniversario il grande maestro (di giornalismo, sportivo e non) Parola_di_Brera-copGianni Brera con un bel volume che ne raccoglie innumerevoli scritti – cliccate sulla copertina qui accanto per conoscere ogni dettaglio sul volume – e d’altronde lo fa a buon diritto, vista la lunga militanza di Brera nella sua redazione.
Tuttavia qui ora, con questo post, vorrei ancor più (ri)mettere in luce quanto Gianni Brera fu anche grande, grandissimo scrittore eppure poco celebre e celebrato in tale veste, inopinatamente offuscata dalla sua fama giornalistica. Firmò tre soli romanzi di narrativa (più il racconto Brambilla e la squaw, uscito da poco per Frassinelli, che leggerò a breve) e pochi altri scritti che non fossero di carattere sportivo, ma pur con tale esigua produzione – e forse proprio per via di essa, per aver saputo palesarsi tanto grande in così (relativamente) poche pagine edite – può e deve essere considerato, a mio modesto parere, uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento.
In verità scoprii la produzione puramente letteraria di Gianni Brera solo qualche anno fa, peraltro piuttosto casualmente e constatando poi che praticamente nessuno o quasi (almeno allora) era a conoscenza del fatto che il più grande giornalista sportivo italiano è stato anche, appunto, uno dei più grandi scrittori italiani del secolo scorso. Mi ricordo, quand’ero ragazzino, una trasmissione su TeleLombardia del lunedì sera, nella quale Brera riceveva telefonate in diretta di tifosi con le cui risposte commentava la precedente domenica calcistica… E’ inutile rimarcare l’insuperabile signorilità del suo discorrere e la distanza (anni luce!) dalla volgarità di tutti i beceri programmi contemporanei di simile argomento, ma la cosa che trovavo più affascinante della sua presenza in quella trasmissione, per me che mai sono stato un gran patito di calcio, era l’argutezza delle sue parole, la finezza e la sagacità dei suoi pensieri, nonché la capacità di trarre pur da argomenti del tutto futili un qualcosa di supremamente ammaliante. Bastava ad esempio che il tifoso la cui telefonata passava in diretta per porre la propria domanda o fare la propria considerazione nominasse il luogo da cui chiamasse e Brera, da quel grandissimo conoscitore della storia – lombarda in primis ma non solo – che era, imbastisse un micro-trattatello storico, geografico, etnologico o antropologico con il quale, grazie a poche, deliziose e pregnanti parole, sapeva tratteggiare una sorta di quadro di quel luogo, della sua gente, delle usanze, delle storie e delle leggende… Era un po’ come viaggiare, una telefonata dopo l’altra, per tutta la Lombardia – territorio principalmente coperto dal segnale di quell’emittente – dacché il calcio diveniva il pretesto per Brera di discorrere su mille altre cose: in sostanza ciò che egli fece in innumerevoli scritti di sapore antropologico se non, a tratti, quasi filosofico, apparsi su tante testate e poi raccolti in alcune opere che potete oggi più di allora facilmente rintracciare nelle librerie sul web, ovvero ciò che ha poi saputo riporre nei romanzi ed elevare ad opere di stile, bellezza e suggestione sublimi.
Ecco, la ricerca e l’acquisto de Il Corpo della Ragassa, il primo romanzo che lessi, fu già allora una sorta di omaggio nostalgico per quel personaggio che seppe così attrarmi, con le sue storie, tutti i lunedì sera; come ulteriore e attuale omaggio, in occasione dell’appena trascorso anniversario, voglio ora riproporvi in alcuni post dei giorni prossimi (il primo domani) le “recensioni” che al tempo (era il 2006/2007, per intenderci) scrissi dei romanzi breriani – oltre all’appena citato Il Corpo…, quindi, anche di La ballata del pugile suonato e di Il mio vescovo e le animalesse, come anche di Storie dei Lombardi, altra opera (narrativa “a suo modo”, dacché in verità non è un romanzo) fondamentale per la comprensione e l’apprezzamento del piccolo/grande mondo letterario di Brera: primo, perché come detto sono tre (ovvero quattro) autentici gioielli di uno scrittore di rara, se non unica, preziosità, e secondo perché forse (mi illudo che, per pura passione breriana) anch’io nel mio piccolo piiiiiiiccolo – visto che di Brera e dei suoi romanzi ne parlai anche in Radio Thule – ho “contribuito” e vorrei ancora continuare a contribuire alla (ri)scoperta di un grandissimo, per certi versi insuperabile, personaggio della cultura italiana.