I poeti? Sono dei minchioni! (Mark Twain dixit)

Suvvia, finiamola! E’ da quando son nato che leggo queste sciocchezze nelle poesie, nei racconti e altre simili balordaggini! Pietà per il povero marinaio! Sì, va bene, ma non nel senso che intendono le poesie. Pietà per la moglie del marinaio! Anche questo va bene, ma non nel senso inteso dai poeti. Pensate un po’: chi, fra tutti gli uomini, conduce la vita più sicura? Il povero marinaio. Date un’occhiata alle statistiche e vedrete. Dunque, non sprecate la vostra pietà per i pericoli, i disagi e le privazioni del povero marinaio. Lasciate che lo facciano quei minchioni dei poeti.

(Mark Twain, Appunti sparsi su una gita di piacere, Passigli Editori Firenze, 1992, p.29)

tom-selleck-as-mark-twain-martha-booysenBeh, quantunque le motivazioni che utilizza Twain – col suo solito meraviglioso e mordace stile – per sostenere quanto sostiene sui poeti siano quanto meno insolite, almeno per noi, oggi, devo inevitabilmente concordare con lui sulla sostanza di molti (troppi) presunti/pretesi poeti contemporanei, che con le loro dabbennaggini spacciate per poesia e ancor più con la boria di definirsi poeti, appunto, giustificano tutt’oggi pienamente il giudizio del grande scrittore americano. Assolutamente.

P.S.: qui potete leggere la personale recensione del testo da cui la citazione è tratta.

Davide Brullo (a cura di), “Maledetti Italiani. Dieci autori per una controantologia del Novecento”

P.S.: (Pre Scriptum): ribadisco una volta ancora quanto sostenuto qualche post fa – e lo farò di nuovo in futuro, se ne avrò l’occasione: personalmente, in tutta sincerità, 9 presunti “poeti” su 10 (sono magnanimo… Vorrei dire 99 su 100!) io li manderei a lavorare in miniera e nei livelli più profondi, in modo che non scrivano più quelle cose che poi hanno il coraggio di spacciare per “poesia”. Affermai ciò anche qualche tempo fa, qui nel blog, in un post tanto ironico nella forma quanto assolutamente serio nella sostanza.
Posto che – non sono certo io a stabilirlo, qui e ora – la poesia è la forma d’arte letteraria più alta e nobile mai generata dall’uomo, veramente troppa gente s’è creduta capace di scrivere versi poetici improvvisandosi, appunto “poeta”, palesandosi invece come totalmente all’oscuro di cosa sia veramente la poesia, del suo senso artistico, letterario, antropologico, della sua struttura e della tecnica necessaria, della sua storia passata e presente. Di tutto, in buona sostanza, scrivendo così inevitabilmente “versi” rispetto ai quali pure un biglietto con le cose da comprare nel negozio sotto casa risulterebbe più poetico.
Quanto meno, prima di proporre pubblicamente ciò che si è scritto – e magari pretenderne pure una produzione editoriale – tutta ‘sta massa di poeti dovrebbe profondamente e intensamente studiare la materia poetica, dall’era classica fino a quella contemporanea, in modo da capire se quanto scritto possa almeno sostenere un qualche confronto con ciò che è già stato fatto oppure no. A meno che quei suddetti presunti poeti non ritengano di essere tali per genesi divina, e/o indubitabilmente pregni d’un afflato poetico che nemmeno Dante o Leopardi o chi altro di considerabilmente grande… A meno che non siano dei gran presuntuosi, in buona sostanza. Cosa che temo parecchio, ahinoi, dacché in tali condizioni coloro che si proclamano difensori del verso poetico in realtà finiranno per ucciderlo definitivamente. Se non l’hanno già fatto…
La recensione qui sotto tratta di un altro ottimo testo che chiunque si prefigga di trattare la materia poetica dovrebbe leggere, ad esempio – e ne trovate/troverete altre, di recensioni a ottimi testi, nella pagina relativa, qui nel blog. Ma è inutile dire che di simili libri ottimi e necessari ce ne sono certamente altri, in libreria – magari su quegli scaffali nascosti e pieni di polvere negli angoli più bui, visto che ormai la poesia è relegata in tali anfratti, non certo in bella vista…

maledetti_italiani-copAh, che bello tornare dopo un po’ a leggere poesia, e godere di quella dolce sensazione di rarefazione, quasi di solitudine, come entrare in una dimensione parallela con tutto quanto il mondo (dei lettori) che resta fuori, in tutt’altre letture affaccendato… Insomma, ora, senza esagerare nel sollazzo, non si trovano certo in giro frotte di lettori che dichiarino di essere impegnate nel leggere opere di poesia piuttosto che l’ultimo (nomi a caso, e con tutto il rispetto) Dan Brown, Ken Follett o peggio (e senza rispetto alcuno, sono sincero!) Moccia… (Ohmmamma! L’ho scritto veramente! Scusatemi tanto, vi prego!) Eppure, sono convinto da sempre, le suggestioni che offre un considerevole libro di poesia forse mai nessun romanzo saprà ugualmente regalare…
In ogni caso torno alla poesia, come dicevo, con Maledetti Italiani, dieci autori per una contro antologia del Novecento (Il Saggiatore – Net), nella quale Davide Brullo raccoglie 10 poeti “di secondo piano”, se così si può dire, la cui produzione (non così celebre e celebrata come quella dei nomi più noti, per questo “di secondo piano”) si è appunto rivelata nell’ambito del ventesimo secolo. Davide Rondoni, in quarta di copertina, la definisce “un’antologia di spostati, di gente che si trova ai bordi”, e in effetti lo stesso titolo dato alla raccolta farebbe pensare ad un qualcosa di assai “diverso” rispetto a quanto del Novecento poetico italiano si conosce maggiormente…

Leggete la recensione completa di Maledetti Italiani cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Filippo Bettini, Roberto Di Marco, “Terza Ondata. Il Nuovo Movimento della Scrittura in Italia”

P.S.: (Pre Scriptum): ribadisco di nuovo quanto sostenuto qualche post fa – e lo farò ancora in futuro, se ne avrò l’occasione: personalmente, in tutta sincerità, 9 presunti “poeti” su 10 (sono magnanimo… Vorrei dire 99 su 100!) io li manderei a lavorare in miniera e nei livelli più profondi, in modo che non scrivano più quelle cose che poi hanno il coraggio di spacciare per “poesia”. Affermai ciò anche qualche tempo fa, qui nel blog, in un post tanto ironico nella forma quanto assolutamente serio nella sostanza.
Posto che – non sono certo io a stabilirlo, qui e ora – la poesia è la forma d’arte letteraria più alta e nobile mai generata dall’uomo, veramente troppa gente s’è creduta capace di scrivere versi poetici improvvisandosi, appunto “poeta”, palesandosi invece come totalmente all’oscuro di cosa sia veramente la poesia, del suo senso artistico, letterario, antropologico, della sua struttura e della tecnica necessaria, della sua storia passata e presente. Di tutto, in buona sostanza, scrivendo così inevitabilmente “versi” rispetto ai quali pure un biglietto con le cose da comprare nel negozio sotto casa risulterebbe più poetico.
Quanto meno, prima di proporre pubblicamente ciò che si è scritto – e magari pretenderne pure una produzione editoriale – tutta ‘sta massa di poeti dovrebbe profondamente e intensamente studiare la materia poetica, dall’era classica fino a quella contemporanea, in modo da capire se quanto scritto possa almeno sostenere un qualche confronto con ciò che è già stato fatto oppure no. A meno che quei suddetti presunti poeti non ritengano di essere tali per genesi divina, e/o indubitabilmente pregni d’un afflato poetico che nemmeno Dante o Leopardi o chi altro di considerabilmente grande… A meno che non siano dei gran presuntuosi, in buona sostanza. Cosa che temo parecchio, ahinoi, dacché in tali condizioni coloro che si proclamano difensori del verso poetico in realtà finiranno per ucciderlo definitivamente. Se non l’hanno già fatto…
La recensione qui sotto tratta di un altro ottimo testo che chiunque si prefigga di trattare la materia poetica dovrebbe leggere, ad esempio – e ne trovate/troverete altre, di recensioni a ottimi testi, nella pagina relativa, qui nel blog. Ma è inutile dire che di simili libri ottimi e necessari ce ne sono certamente altri, in libreria – magari su quegli scaffali nascosti e pieni di polvere negli angoli più bui, visto che ormai la poesia è relegata in tali anfratti, non certo in bella vista…

cop_terzaondataDopo il fondamentale La Poesia Italiana d’Avanguardia di Fausto Curi – e proseguendo nello studio dell’avanguardia letteraria italiana dal dopoguerra in poi – Terza Ondata di Filippo Bettini e Roberto Di Marco, edito da ES/Synergon di Bologna, è certamente uno dei testi più interessanti e utili che si possano trovare sul mercato, dichiarando apertamente il suo contenuto (e lo scopo che si propone) fin dal proprio titolo ovvero analizzare e soprattutto presentare una significativa selezione di autori di quel movimento letterario avente la sua massima luce nei primi anni ’90 del secolo scorso e denominato “Terza Ondata” – nome che intende identificarlo come, appunto, terzo considerabile movimento di letteratura sperimentale e avanguardistica dopo le prime avanguardie storiche di inizio Novecento e dopo la neoavanguardia del dopoguerra, avente il proprio simbolo nel celebre Gruppo 63 di Sanguineti e C. – peraltro terzo e per ora ultimo movimento d’avanguardia letteraria ad oggi, mi pare di poter dire…

Leggete la recensione completa di Terza Ondata cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Fausto Curi, “La Poesia Italiana d’Avanguardia”

P.S.: (Pre Scriptum): lo sostengo da tempo e lo ribadisco, qui: personalmente, in tutta sincerità, 9 presunti “poeti” su 10 (sono magnanimo… Vorrei dire 99 su 100!) io li manderei a lavorare in miniera e nei livelli più profondi, in modo che non scrivano più quelle cose che poi hanno il coraggio di spacciare per “poesia”. Affermai ciò anche qualche tempo fa, qui nel blog, in un post tanto ironico nella forma quanto assolutamente serio nella sostanza.
Posto che – non sono certo io a stabilirlo, qui e ora – la poesia è la forma d’arte letteraria più alta e nobile mai generata dall’uomo, veramente troppa gente s’è creduta capace di scrivere versi poetici improvvisandosi, appunto “poeta”, palesandosi invece come totalmente all’oscuro di cosa sia veramente la poesia, del suo senso artistico, letterario, antropologico, della sua struttura e della tecnica necessaria, della sua storia passata e presente. Di tutto, in buona sostanza, scrivendo così inevitabilmente “versi” rispetto ai quali pure un biglietto con le cose da comprare nel negozio sotto casa risulterebbe più poetico.
Quanto meno, prima di proporre pubblicamente ciò che si è scritto – e magari pretenderne pure una produzione editoriale – tutta ‘sta massa di poeti dovrebbe profondamente e intensamente studiare la materia poetica, dall’era classica fino a quella contemporanea, in modo da capire se quanto scritto possa almeno sostenere un qualche confronto con ciò che è già stato fatto oppure no. A meno che quei suddetti presunti poeti non ritengano di essere tali per genesi divina, e/o indubitabilmente pregni d’un afflato poetico che nemmeno Dante o Leopardi o chi altro di considerabilmente grande… A meno che non siano dei gran presuntuosi, in buona sostanza. Cosa che temo parecchio, ahinoi, dacché in tali condizioni coloro che si proclamano difensori del verso poetico in realtà finiranno per ucciderlo definitivamente. Se non l’hanno già fatto…
La recensione qui sotto tratta di un ottimo testo che chiunque si prefigga di trattare la materia poetica dovrebbe leggere, ad esempio. Ma è inutile dire che di simili libri ottimi e necessari ce ne sono certamente altri, in libreria – magari su quegli scaffali nascosti e pieni di polvere negli angoli più bui, visto che ormai la poesia è relegata in tali anfratti, non certo in bella vista…

cop_poesia_italiana_avanguardiaIl frequente personale lavoro su alcuni progetti già editi o in progress di poesia sperimentale/ avanguardista (errato accostare i due termini, ma lo faccio qui solo per una immediata e pur superficiale comprensione) mi ha “imposto” il gradito dovere di leggere uno dei testi fondamentali sulla produzione poetica italiana di ricerca del Novecento, La Poesia Italiana d’Avanguardia di Fausto Curi, editato nel 2001 da Liguori Editore: un testo certamente “tecnico” e specifico, del quale tuttavia voglio scrivere appunto per l’importanza che riveste nella saggistica di settore e per l’interesse dell’appassionato di poesia e di letteratura in generale, anche solo per chi ne voglia approfondire certa parte di storia, di tecnica, di senso. Fausto Curi, professore di letteratura italiana moderna e contemporanea nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, è sicuramente uno dei maggiori conoscitori della letteratura italiana novecentesca, soprattutto sul lato poetico, e testimoniano ciò i tanti testi pubblicati al proposito; trattare di avanguardie, e farlo compiutamente, non è mai semplice, posta la fondante anarchia che quasi sempre le caratterizza in ogni loro aspetto, e in questo suo La Poesia Italiana d’Avanguardia Curi cerca di tracciare per la prima volta una rotta da seguire attraverso l’avanguardia poetica italiana…

Leggete la recensione completa de La poesia italiana d’avanguardia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Il congresso dei Poeti Estinti

citta_notte_sughi

Le strade sudavano tutte d’oscuri timori,
E pioveva angoscia, mescendosi nel fango
Ove tremavano i piedi degli autori –
Vecchi nobili d’un ormai perduto rango.

E la Luna tondeggiava il suo biancore
Allungando quelle ombre oltre il tempo;
Le stelle – chissà come – di nessun luccicore
Brillavano, languide e inquietanti al contempo.

L’un s’alzo nel fosco e disse: “Signori!
Di che ci lamentiamo? Del nostro vuoto funerale
O degli intensi tanto quanto mai compresi ardori
O del destino nostro, comunque infernale?

In fondo questo era il comune desiderio:
Con mille grazie abbiam tornito la nostra voce,
E poi rimata, e poi cantata: fu spesso un putiferio,
I nostri credi dal legno della vita cavarono una croce.”

Un altro si rizzò con gran fierezza antica:
“E colpa aver dobbiamo? Questa e’ ingiustizia,
E’ un sopruso! Che dica il mondo quel che dica,
Sol perché cantammo noi bellezza con perizia

Ci diedero dei folli, giullari senza speranza,
Finché qualcuno disse – Non era in fondo male!
Peccato fossi morto! Che vengan con possanza
Al diavolo, laggiù, farei vedere loro che cosa invero vale!”

“Suvvia, miei cari estinti” disse un terzo,
“Almeno noi sapemmo vivere in bellezza!
Malvisti, poi dannati, sul cuore dello sferzo
Il segno sì profondo dell’uman stoltezza,

Ma vivi, certo vivi, in sella a nostra vita!
Giammai viver vorrei come granello nel deserto,
In moto sol con il più teso vento, e smarrita
L’anima, in un gran labirinto senza sbocco certo!

Giammai, giammai! Vivemmo nel dolore
E con dolor morimmo, ma vivemmo! Le stelle
Illuminarono il nostro cuor colmo d’amore,
E avemmo poi le Muse eccelse qual sorelle;

Volammo oltre il cielo, fino al sogno,
E intuimmo ch’è la realtà la massima utopia:
Così noi la cantammo, e il nostro cuor indegno
Fu ritenuto, animato da bizzarra disarmonia.

Bene! Così noi ci elevammo sopra il pantano
Di questo immondo mondo, di debolezza
Nostra forti: a un sogno utopico e assai lontano
Ci siamo accostati, noi soli abbiamo vinto la stoltezza!”

Le voci rincorrevano altre voci, nella città
Deserta e buia rappresa nella notte ove la Luna
Fissava nel suo avorio la gran meschinità
Di mille ombre incapaci di scovar fortuna

Che per le vie melmose andavano guardinghe
Nulla udendo, nulla vedendo, neppur la vita
Loro: ed i poeti estinti ancor vociavan lor arringhe
Senza assenso – la notte su di essi era infinita.

Versi_Irregolari_blogComponimento tratto dal mio Versi Irregolari (2007, Maremmi Editore Firenze/L’Autore Libri, Collana Biblioteca ’80 – Poeti, ISBN 88-517-1242-5, € 16,80).
Versi d’amore, di Passione, di Dolore, di Morte, così recita la copertina interna del volume: 88 componimenti poetici divisi equamente nelle quattro sezioni sopra citate, una evoluzione stilistica che dagli stilemi classici punta lontano, finanche a forme poetiche avanguardistiche e innovative, attraverso le quali sfuggire alla “regolare” ordinarietà del mondo lasciando che l’occhio estetico che la poesia offre possa scovare e analizzare nuovi punti di vista sulla vita umana, rivelandone l’essenza più profonda, più vera e pura, scevra da qualsiasi conformismo e convenzionalismo che oscura la bellezza della vita stessa, la prima e più preziosa arte.
Cliccate sull’immagine del libro qui sopra per averne ogni informazione utile e per sapere dove/come acquistarlo. Buona lettura, e lunga vita alla poesia!
(Opera in testa al post: Alberto Sughi, Città di notte, 1959)