Ultrasuoni #14: The (International) Noise Conspiracy

C’erano una volta i Refused, considerati da molti la migliore hardcore band europea – in verità ci sono ancora dacché si sono riformati e vi parlerò sicuramente di loro, presto. Poi, ad un certo punto, i tizi dei Refused hanno pensato che per il momento la loro vena creativa si fosse esaurita, e che avessero bisogno di suonare altra musica. Così, detta molto in soldoni, sono nati i The (International) Noise Conspiracy (nome sublime), un altro pilastro del rock scandinavo, i quali mettendo a frutto l’esperienza dei Refused e arricchendola con una straordinaria preparazione musicale generale, nel 2001 pubblicano A New Morning, Changing Weather, a sua volta una pietra miliare non solo dello Scandinavian Rock ma dell’intera produzione recente. È un album nel quale, infatti, si può trovare condensata in undici brani e poco più di 40 minuti quasi tutta la storia del rock: da quello primordiale degli anni Sessanta al beat, al garage rock, al punk, all’hardcore ovvero da Elvis agli MC5, agli Stooges, Animals, Rolling Stones, Sex Pistols, Dead Kennedys fino alle produzioni più recenti, il tutto arricchito da inserti inattesi quali tastiere e strumenti a fiato e conservando comunque un notevole e quasi inopinato appeal commerciale, che ha reso la band famosissima in Nord Europa ma pure negli USA. Ascoltatevi ad esempio brani come Up For Sale,

oppure Capitalism Stole My Virginity,

e, come ho scritto, coglierete un sacco di riferimenti all’intera storia del rock in un suono super dinamico che sembra datato ma che alla fine vi sorprende per la sua freschissima e fremente contemporaneità. Ma tutto A New Morning, Changing Weather gira alla perfezione, con ogni elemento al punto giusto nel momento giusto: un album tra i più divertenti da ascoltare per omaggiare una così sublime band, ora che non c’è più e si è di nuovo “tramutata” nei Refused – dei quali vi dirò, ribadisco!

Lou Ottens

[Foto di Dmitriy Demidov su Unsplash.]
Ecco, per dire: io Lou Ottens non sapevo chi fosse, fino a ieri sera. O forse l’avevo sentito nominare, anni fa, dimenticandomelo rapidamente. E invece, a ben vedere, essendo la musica una delle passioni più forti e formative nel corso della mia esistenza, e avendo vissuto appieno, negli anni dell’adolescenza, l’epoca d’oro delle musicassette, dalle quali ascoltavo musica e la scambiavo con “amici di penna” di tutto il mondo (quello che si chiamava tape trading, una roba che sembra parte del Mesozoico, a pensarci oggi), ed essendo Ottens l’inventore delle suddette musicassette, be’, non posso che concludere che Lou Ottens sia stato uno dei personaggi maggiormente fondamentali, per dare forma e sostanza all’esistenza del sottoscritto.

Ma credo proprio, riguardo a quanto ho appena scritto, che fondamentale Ottens lo sia stato per qualche altra centinaia di milioni di persone nel mondo. Un uomo che ha fatto la storia del nostro tempo, insomma, ben più di altre figure che riteniamo “storiche” ma, volendone paragonare l’importanza concreta, quotidiana e collettiva, con presupposti assai meno essenziali, in fondo.
Se poi si considera che Ottens diede il proprio contributo anche all’invenzione del compact disc, lo “Chapeau!” bisogna ancor più considerarlo doveroso e imperituro.

Cliccate sull’immagine per leggere un’articolata storia della nascita delle musicassette e del lavoro di Ottens al riguardo, da “Il Post”.

Ultrasuoni #12: Turbonegro, Apocalypse Dudes

TURBONEGRO! Basta la parola – il nome, anzi!

E se non bastasse, potrei dire “la più grande rock band in assoluto a cavallo del secolo” – e non intendo solo per l’ambito hard rock ma per il rock’n’roll in senso lato.

E se non fosse sufficiente ancora, potrei aggiungere: potenti, originali, teatrali, scenografici, energici ed energizzanti, entusiasmanti, estremi ma al contempo assolutamente pop, ironici, sarcastici, sboccati, licenziosi, divertenti, tecnicamente pregevoli, fenomenali dal vivo, antisistema ma pure “istituzionali” (se ne chieda conto al Municipio di Oslo!)…

…vero e proprio monumento nazionale norvegese e pietra miliare del rock scandinavo, famosissimi a livello mondiale (lo dimostrano i loro 2036 (!) fan club sparsi per il pianeta, detti Turbojugend), dotati della quella rarissima facoltà di scrivere brani apparentemente semplici, da tre-accordi-tre, eppure perfetti, con un “tiro” straordinario, di quelli che già alla seconda volta che li ascolti li canticchi o che ti metti a saltellare al loro ritmo in modo istintivo e insopprimibile.

E se pure così non bastasse, be’, ascoltatevi Apocalypse Dudes, a detta di molti uno dei più grandi album di rock di sempre, pubblicato nel 1998 e semplicemente perfetto, con ogni suo elemento al posto giusto nel momento giusto ovvero con 13 brani uno più bello, divertente, esplosivo, irresistibile dell’altro; un album, peraltro, persino capace di superare un altro capolavoro rock come il precedente Ass Cobra.

Ecco, non serve dire null’altro ma ascoltare. Ma mi raccomando: attenti alla scimmia lì dietro!

Ultrasuoni #11: Paolo Fresu, Space Oddity

[Foto di Roberto Manzi, tratta dalla pagina facebook di Paolo Fresu.]
Posto il recente sessantesimo genetliaco, lo scorso 10 febbraio, non posso che a mia volta (e nel mio nulla) omaggiare una delle figure maggiori della musica vera italiana ed eccellenza artistica nazionale nel mondo, Paolo Fresu. Musicista che definire semplicemente “jazz” è come definire il mare “un bicchiere d’acqua”, elegante, eclettico, raffinato, colto ma d’altro canto dotato d’un grande appeal pop al punto da saper riempire le piazze con un genere, il jazz, che ha senza dubbio contribuito a far conoscere e apprezzare ad un pubblico assai meno preparato che altrove al riguardo.

La grande ed eclettica eleganza della sua musica è ben rappresentata dall’ultimo lavoro pubblicato, proprio in concomitanza dei suoi 60 anni: un cofanetto di 3 cd tra i quali uno contiene il personale omaggio di Fresu ad un mito che credo pochi accosterebbero facilmente all’universo jazz, David Bowie, la cui poliedrica e immortale grandezza, tuttavia, lo stesso Fresu rimarca come sia sempre stata molto attinente al jazz e alla sua cultura. Ne scaturisce la rilettura tanto rispettosa quanto particolare di alcuni dei brani celeberrimi di Bowie, tra i quali quello che, a mio parere, forse Fresu riesce a rendere maggiormente proprio pur salvaguardandone il fascino originale è Space Oddity – in qualche modo così indennizzando il pregio autentico del brano rispetto alla precedente “versione italiana” del 1970, quella caratterizzata dal (secondo me) pessimo testo che scrisse Mogol convincendo Bowie che fosse fedele al proprio quando invece non c’entra(va) nulla.

Ma, tali facezie a parte, l’intero omaggio bowieano di Fresu è alquanto pregevole e affascinante, rappresentando un emblematico “omaggio di rimando” a uno dei migliori artisti musicali italiani in assoluto, il cui ascolto risulta sempre un’esperienza rigenerante e riequilibrante. Insomma: we can be heroes just for one day and Fresu for sixty years!

Ultrasuoni #10: Gogol Bordello, Gypsy Punk

[Immagine tratta da Facebook.]
Un’altra band che mi sono trovato a riascoltare con gran godimento sonoro sono i Gogol Bordello, una delle creature musicali più originali del panorama contemporaneo con la sua miscela esplosiva di musica tradizionale tzigana e slava, punk, hard rock, folk, ska, dub, il tutto proposto con attitudine da cabaret e con un inopinato, quasi inspiegabile appeal commerciale, quantunque la proposta sonora della band risulti a molti troppo “deviata”, per non dire folle.

Un album come Gypsy Punks: Underdog World Strike, peraltro prodotto da un mostro sacro come Steve Albini e del quale vi propongo due brani, è perfetto per entrare nel mondo dei Gogol Bordello e comprenderne il pulsante “paciugo” sonoro, che in certi momenti sembra sul punto di deragliare verso il caos da osteria di quart’ordine per poi riorganizzarsi, placarsi e divenire melanconico, a tratti quasi struggente, e quindi ripartire ancora a far caciara etno-musicale, sempre e comunque orecchiabile seppur – ribadisco – molto poco ordinaria, in tutti i sensi. I “sovranisti” della musica li odiano, i “globalisti” li amano; io, che rifuggo da tali facili ergo vuote e bieche catalogazioni, trovo che la loro capacità di controllo, tecnica e artistica, di così tanti stili e influenze musical-culturali in così “poco spazio” – i tre/quattro minuti di un brano o anche meno, intendo dire – è veramente notevole e, appunto, tutta da godere.