Proprio non ce la facciamo a capirla (a meno di andare tutti alle Svalbard)

[Panorama di Ny-Ålesund, tratto da www.facebook.com/nyalesundresearch.]
La ticinese Tessa Viglezio è una scienziata giovane (è nata nel 1997) ma dal curriculum notevole e già prestigioso. Laureata in biologia e con un master in Ecologia e Conservazione, è stata capo della stazione italiana di ricerca polare “Dirigibile Italia” del CNR a Ny-Ålesund, sulle isole Svalbard, mentre ora lavora per il Consorzio internazionale Sios, che gestisce il sistema integrato di osservazione dei territori artici delle Svalbard le cui misurazioni supportano le ricerche scientifiche sul sistema meteoclimatico e ambientale del nostro pianeta.

[Tessa Viglezio in un’immagine tratta da www.facebook.com/dirigibileitalia.]
Intervistata da Andrea Bertagni sul “Corriere del Ticino”, ha formulato – da scienziata tanto quanto da Sapiensalcune considerazioni estremamente significative sul clima attuale e sul rapporto tra le Alpi e noi abitanti dei loro territori. Eccone alcune:

«Alle isole Svalbard i ritmi non sono frenetici come quelli europei, è tutto molto più lento. Anzi, non tutto. Il cambiamento climatico è ad esempio avvenuto in modo molto più veloce». Le temperature sono drasticamente salite, mettendo a rischio gli stessi abitanti, che avendo costruito le loro case sul permafrost, sono costretti a ristrutturare continuamente, visto che il permafrost si sta riducendo molto velocemente rendendo il terreno instabile.

«Quando torno a casa, mi rendo conto che in Svizzera e in Ticino il cambiamento climatico non è avvertito come un problema urgente come invece succede alle Svalbard dove è sotto gli occhi di tutti. Me ne rendo conto e un po’ mi rattristo perché c’è poca consapevolezza che prima o poi i suoi effetti arriveranno e si manifesteranno in tutto il suo clamore anche in Svizzera». Non che qualcosa non stia già succedendo, come dimostrano lo scioglimento dei ghiacciai alpini o l’innalzamento generale delle temperature. Ma se il surriscaldamento del clima costringe già oggi a ricostruire casa forse la presa di coscienza è diversa. Senza il forse. E il fenomeno appare in tutta la sua reale forza e presenza. «È solo questione di tempo prima o poi gli effetti del cambiamento non potremo fare a meno di vederli con i nostri occhi anche in Svizzera e in Ticino.

[Tessa Viglezio con il collega glaciologo Jacopo Pasotti al lavoro negli ambienti polari delle Svalbard. Immagine tratta dal profilo Instagram di Jacopo Pasotti.]

Nel frattempo potrebbero essere messi in campo azioni e strumenti capaci di rallentare l’innalzamento delle temperature e tutto quello che si porta dietro. «Abbiamo le tecnologie e le capacità di innovazione, usiamole anche per il clima».

Così Tessa Viglezio chiude le proprie considerazioni, con una speranza che è però anche un appello alle istituzioni pubbliche affinché agiscano finalmente e concretamente per contrastare le conseguenze della crisi climatica. D’altro canto pure sulle Alpi tali conseguenze, con i disastri che ne conseguono, si fanno sempre più frequenti e distruttive: basti pensare alle frane da fusione del permafrost, alle esondazioni di fiumi e torrenti che si fanno viepiù violente, ai fenomeni estremi come la tempesta Vaia, eccetera. Probabilmente noi qui, a differenza degli abitanti delle isole Svalbard, siano meno sensibili, più distratti, convinti che in un modo o nell’altro ce la possiamo sempre cavare, troppo viziati per percepire e elaborare il rischio. O forse, mi viene da temere, non abbiamo (più) la stessa relazione con il territorio nel quale abitiamo che invece le genti delle Svalbard ancora conservano, non ci sentiamo più legati ad esso, all’ambiente naturale del quale abbiamo dimenticato di fare parte. Così, inevitabilmente, non sappiamo più cogliere i segnali d’allarme che il territorio e l’ambiente ci inviano attraverso i fenomeni in rapida estremizzazione, e di questa svagatezza diffusa la politica – a livello globale salvo rarissime eccezioni, purtroppo – se ne approfitta per soprassedere al problema, liquidandolo con tante belle parole ma con ben pochi fatti concreti: le tante COP sul clima susseguitesi nel corso degli anni lo dimostrano bene.

[L’altipiano di Fellaria, nel Gruppo del Bernina, uno dei pochi ambienti “polari” delle Alpi lombarde. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Servizio Glaciologico Lombardo.]
Dobbiamo arrivare a subire i disagi degli abitanti delle Svalbard e vederci trasformare, degradare, rovinare i territori nei quali abitiamo per essere più consapevoli di ciò che sta succedendo a noi e all’intero nostro pianeta e dunque per intimare alla classe politica di smetterla di blaterare e invece agire con decisione e rapidità al fine di scongiurare conseguenze ancora più deleterie della crisi climatica? O preferiamo continuare a pensare che, anche stavolta, «andrà tutto bene»?

Cosa fare con lo sci?

Lo sci, la sua industria turistica e la realtà montana attuale: che fare?

Da un lato lo sci rappresenta ancora un’economia importante per molte località se non quella preponderante, assicura posti di lavoro, genera indotto locale; dall’altro lato, sciare diventa sempre meno sostenibile sia dal punto di vista climatico-ambientale e sia da quello economico, il suo mercato è maturo e non cresce più, il suo sostentamento drena risorse pubbliche che nelle stesse località potrebbero essere impiegate in altri campi.

Poste tali evidenze, secondo voi quale atteggiamento in senso generale bisogna/bisognerebbe assumere nei confronti dell’industria dello sci?

Fatemi sapere le vostre libere e franche opinioni, qualsiasi esse siano: favorevoli, contrarie, dubbiose, propositive, radicali, risolutive…

Grazie di cuore da subito a chiunque lo farà!

La conversione ecologica e la consapevolezza climatica

[La tabella riporta tutte le variazioni delle temperature mensili rispetto a quella media del periodo pre-industriale (1850-1900) dal gennaio 1970 al giugno 2024, rese anche cromaticamente per evidenziarne gli scostamenti.]

La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile.

Così affermava nel 1994 Alexander Langer. Sono passati 30 anni e verrebbe da pensare che la questione, invece di progredire, sia arretrata al livello precedente: come si può affermare la consapevolezza sociale sul cambiamento climatico e sui suoi effetti? Domanda la cui risposta è necessaria per giustificare l’osservazione di Langer: senza tale consapevolezza che si fa nozione realmente acquisita temo che nessuna conversione ecologica sia possibile, così come nessuna autentica tutela del nostro patrimonio naturale.

In buona sostanza: perché pur a fronte dell’evidenza innegabile del cambiamento climatico molte persone continuano a comportarsi, nei fatti, come se nulla fosse?

Al netto delle prese di posizione palesemente ideologiche come quelle espresse dalla politica, che sono l’espressione di un mero giochetto ipocrita e infantile, e tolti i negazionisti climatici che sono ormai come i terrapiattisti, è interessante – seppure parecchio desolante – chiedersi perché, a quanto pare, in tanti non capiscono o preferiscono ignorare la questione.

Può essere per semplice ignoranza, dato che la sostanza della questione è scientifica e matematica, dunque qualcosa che molti ritengono a prescindere di non poter capire (anche quando si tratta di fare due più due)?

È per paura di quanto sta accadendo e per la sensazione di impotenza che ne deriva, che fa girare a molti lo sguardo e la mente dalla parte opposta pur di non essere inquietato?

Oppure perché il cambiamento climatico impone un conseguente cambiamento tanto nelle nostre convinzioni sul mondo quanto negli stili di vita che conduciamo e, come sovente accade, ogni cambiamento ci genera agitazione e insofferenza perché ad uscire (forzatamente) dalla nostra comfort zone sappiamo ciò che possiamo perdere ma non ciò che potremmo trovare di nuovo?

O forse perché la nostra condizione di “razza dominante” sul pianeta ci fa ritenere più o meno consciamente sicuri di potercela cavare sempre, anche di fronte a qualcosa contro il quale al momento possiamo fare poco o nulla?

È invece semplice (e aberrante) superficialità, apatia, menefreghismo, egoismo, nichilismo? Un pensare a sé stessi e all’oggi che tanto «del doman non v’è certezza»?

In effetti, nessuno oggi può dire con sicurezza assoluta cosa il cambiamento climatico provocherà al nostro pianeta e alle nostre vite, se non attraverso modelli previsionali inevitabilmente dotati di una dose di incertezza. Di contro, tale realtà non giustifica alcun atteggiamento né menefreghista e nemmeno catastrofista, ma neanche il fare spallucce e girarsi dall’altra parte è giustificabile. Eppure è ciò che molti – Sapiens come tutti gli altri – sostanzialmente fanno pur di fronte alla palese realtà dei fatti, appunto.

Perché?

P.S.: non l’ho scritto in quanto l’avrei dato per scontato, ma forse è bene precisarlo: non si tratta di una questione ambientalista (considerarla solo in questo modo è alquanto dannoso) ma culturale, profondamente culturale. E di seguito è politica, sociale, economica, morale, civica, etica eccetera, ma tutto, in principio, nasce ovvero deve scaturire da una matrice assolutamente culturale. Sia ben chiaro questo.

Alexander Langer e la “conversione ecologica” desiderabile

La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile. Ma come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile?
[Colloqui di Dobbiaco, 01 agosto 1994.] Personalmente, una delle prime cose a cui penso riguardo Alexander Langer, nato oggi a Vipiteno nel 1946, è quel suo passaggio dei Colloqui di Dobbiaco di trent’anni fa e all’interrogativo contenuto, che mi pare ancora senza risposta. Per ciò da quello di Langer ne scaturisce un altro, di interrogativo, a cui dovremmo rispondere: perché, a fronte dell’inequivocabile realtà che stiamo vivendo e affrontando, in quarant’anni come civiltà non siamo socialmente evoluti a sufficienza da rendere non solo e non più desiderabile ma necessaria la conversione ecologica? P.S.: per approfondire il concetto di “conversione ecologica” di lange, cliccate qui; per visitare il sito della Fondazione Alexander Langer e, tra le altre cose leggere i suoi scritti, cliccate qui. Infine, per l’intera giornata odierna “L’AltraMontagna” dedica a Langer articoli, approfondimenti, ricordi.