Lettura, vizio precoce (Gesualdo Bufalino dixit)

Lettura, vizio precoce: da ragazzo raccattavo i giornali unti di pesce che trovavo per strada, li facevo asciugare, li leggevo di notte.

(Gesualdo Bufalino, Il malpensante. Lunario dell’anno che fu, Bompiani, 1987.)

Con la speranza che, se così è, un tale vizio, giammai cattivo, sia come quello del lupo

Leggere per vivere (Gustave Flaubert dixit)

Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come fanno gli ambiziosi per istruirvi. No, leggete per vivere.

(Gustave Flaubert)

Da sempre sono convinto che la vita è (anche) un cammino culturale, perché genera cultura – le nostre azioni, i nostri pensieri, la nostra esistenza quotidiana generano cultura – e dunque, per questo, deve nutrirsi di cultura per potersi definire una vita veramente vissuta.
E – sono parimenti convinto – scrivendo quanto sopra ho pure descritto in modo indiretto cosa sia la libertà. Forse anche per questo la cultura è troppo spesso così bistrattata se non combattuta, da chi ci comanda.

Il “meraviglioso silenzio” dei libri (Paul Auster dixit)

Leggere per me era evasione e conforto, era la mia consolazione, il mio stimolante preferito: leggere per il puro gusto della lettura, per il meraviglioso silenzio che ti circonda quando ascolti le parole di un autore riverberate dentro la tua testa.

(Paul Auster, Follie di Brooklyn, Einaudi, 2005, trad. di Massimo Bocchiola)

E’ anche per – anzi, contro il terribile baccano nel quale il mondo contemporaneo sprofonda, per buona parte generato da un vuoto e stupido vociare, che noi dovremmo con ancora maggior forza ricercare e trovare il silenzio donato dalla lettura, come dice Auster, e lo speciale “dialogo” che in esso si crea con il libro, il suo autore, la sua storia, i personaggi e ogni altra cosa.

Dixit & dixit! (Un “divertissement citazionistico-letterario a scopo ludico-istruttivo”, per quando fuori piove e non avete di meglio da fare in casa…)

Un simpatico giochetto per appassionati (o pazzi, vedete voi!) bibliografi: prendete una domanda a caso, cercate argomenti e temi inerenti ad essa ovvero le opinioni di chi su di essi abbia dissertato (inutile dire che Wikiquote è uno degli strumenti oggi più immediati, a tal proposito), concatenate le più interessanti ed illuminanti, cercando di (ri)generare un percorso espressivo il più possibile sintetico e condensato tanto quanto logico e compiuto, indi vedete che è saltato fuori. Una specie di (se mi passate la definizione) divertissement citazionistico-letterario a scopo ludico-istruttivo, ecco.
Potrebbe pure essere un simpatico e spiritoso sistema per fondere insieme diversi prestigiosi saperi – what-is-art_photoquelli di grandi personaggi del passato che si citano per sfruttarne l’influenza culturale (ma a volte anche solo per fare i sapientoni…) – pure se di senso opposto, così da aumentarne la potenza illuminante e ricavarne per sé stessi una visione (sul tema trattato, in forma di risposta alla domanda posta) lucida e profonda più che quella fornita da una “normale” ricerca bibliografica…
Eccovi un esempio al proposito. Domanda, la prima che mi viene in mente: cos’è l’arte?
Via!
Dunque, l’arte, come la teologia, è una frode ben confezionata (1), ma d’altro canto fra tutte le menzogne è ancora quella che mente di meno. (2) In tal senso l’illusione dell’arte è far credere che la letteratura sia rappresentazione della vita ma in realtà accade l’opposto (3): non a caso sovente l’arte rispecchia lo spettatore, non la vita (4), e infatti la vera arte è dove nessuno se lo aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. L’arte è soprattutto visione e la visione, molte volte, non ha nulla in comune con l’intelligenza né con la logica delle idee (5). Anzi, l’arte non nasce mai dalla felicità (6), al punto che non essere mai soddisfatti: l’arte è tutta qui. (7) E’ come un’attesa, come fosse la forma più alta della speranza (8), che in fondo non ci insegna nulla, salvo il significato della vita. (9) Dunque, alla fine l’arte vera non è quel che sembra, bensì l’effetto che ha su di noi viventi (10): è la frode più preziosa che abbiamo per ingannare il destino “ordinario” e volare più in alto di esso per esserne padrone, non schiavo. (11)

I personaggi citati:
1: Philip K. Dick
2: Gustave Flaubert
3: Françoise Sagan
4: Oscar Wilde
5: Jean Dubuffet
6: Chuck Palahniuk
7: Jules Renard
8: Gerhard Richter
9: Henry Miller
10: Roy Adzak

E infine, l’11 è lo scrivente, che con tale giochetto ha cercato di mettere in dialogo i suddetti personaggi, e dalla sua costruzione logica ha provato a ricavarne un “buon” senso conclusivo.
Se sono soddisfatto di esso? No, mai. Mai essere soddisfatti (vedi 7)!
E via, dunque, con un altro analogo divertissement…

Che cos’è un libro? Certamente, non è solo un “libro”… (Giorgio Manganelli dixit)

Non so che sia un libro: ma penso che saggiamente agissero quei cuneiformi che, per via della chiodosa grafia, ne improntavano spessi e argillosi poi ben cotti mattoni; ogni pagina, trecento delle nostre. È inganno tipografico, che una pagina abbia lo spessore esiguo su cui, su entrambi i lati, si stampa. Direi che la pagina comincia da quella esigua superficie in bianco e nero, ma si dilunga e si dilata e sprofonda, ed anche emerge e fa bitorzoli, e cola fuori dai margini.
(Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, Einaudi 1977 – Adelphi 2002.)

Con efficace parallelismo storiografico, Manganelli conferma un concetto che ritengo indispensabilmente importante e condivisibile, cioè che un buon libro non è un mero oggetto contenente una Manganelli-scrittore_photostoria, ma è tutta una storia di suo e peraltro priva di limiti di tempo e di spazio, incomprimibile se non nell’immensa vastità della mente e della fantasia del lettore, che non passa mai, che non perde mai forza, lucentezza e valore anzi, che più passa il tempo e più quella si spande, perfettamente in grado di colmare qualsiasi eventuale spazio vuoto interiore del lettore che ne affronterà la lettura.
Questo è un buon libro. Questo deve essere – ovvero dovrebbe essere, dal momento che, purtroppo, certa produzione editoriale da ipermercato troppe volte oggi lo riduce spaventosamente a ciò che mai dovrebbe essere: ne più ne meno che un oggetto, appunto, fatto di banale carta e inchiostro il quale, una volta lettone il futile se non inutile (in senso letterario) contenuto, di un mero oggetto subisce la fine, divenendo uno scarto.