C’è un luogo che si può definire più di altri il “centro delle Alpi”?

[Le Alpi svizzere dall’aereo. Foto di Leonhard Niederwimmer da Pixabay.]
Ci sono molte località che, un po’ per proprie convinzioni variamente legittime (o no), un po’ – be’, soprattutto – per suggestivo e accattivante  marketing turistico, si definiscono “il centro delle Alpi” o “al centro delle Alpi. Sono ovviamente libere di farlo e in ogni caso stabilire quale possa essere il centro della catena alpina, posto che ci sarebbe innanzi tutto da decidere cosa intendere con tale formula, è a dir poco arduo e nella sostanza pure parecchio vano.

Tuttavia, a ben vedere, c’è un luogo che per ragioni più giustificabili di molte altrui, dacché obiettivamente fondate, può sostenere di essere il/al centro o un centro della catena alpina: è il nodo orografico compreso tra la Val Bregaglia, l’Engadina e la Val Sursette, più nota come Surses (romancio) o Oberhalbstein (tedesco). È una zona con vette importanti ma non così eccezionali, visto che la più alta è il Piz Lagrev, di “solo” 3164 metri; però, come detto, delimita tre valli di notevolissima importanza geografica e storica, unite da altrettanti valichi fondamentali per i transiti attraverso le Alpi: il Passo del Maloja, il Passo dello Julier e il Passo del Settimo, i primi due frequentati almeno dall’epoca romana se non prima, il Settimo addirittura dall’Età del Bronzo ovvero da almeno 4000 anni.

[L’alta Val Sursette nel 1977 con il Lago di Marmorera, alle spalle la zona del Passo del Settimo e, sullo sfondo (verso sud), le montagne del gruppo Masino-Disgrazia. Fonte: ETH Library Zurich, Image Archive / WIH_FLs15-281, CC BY-SA 4.0.]
[Tratto di pavimentazione d’origine romana lungo la strada del Passo del Settimo. Foto di Jean-Louis Pitteloud, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Proprio a questa epoca – ovvero a circa il 2000 a.C. – risalgono le tracce di insediamenti abitativi stabili nella Val Sursette: tra i più importanti c’è quello di Padnal-Savognin, un villaggio nel quale si stima abitassero circa cento persone composto da capanne a schiera, costruite a palo e a traliccio e adagiate su un avvallamento, con dotazione di stalle, magazzini, cisterne per la raccolta dell’acqua e officine metallurgiche. Ciò in quanto la zona del Surses è tra le più importanti della Alpi per l’estrazione preistorica dei metalli, oggi fatta oggetto di numerose campagne archeologiche che hanno anche rilevato le testimonianze del rilevante traffico di merci e persone dal versante settentrionale delle Alpi a quello meridionale che qui, evidentemente, aveva una delle sue direttrici transalpine principali, il che rende il territorio che vi sto raccontando ancora più meritorio di essere considerato “centrale” nella geografica storica della catena alpina.

[Gôt Sot, nella parte bassa della Val Sursette, con dietro (verso nord) i paesi di Tinizong e Savognin. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Peraltro, pare che la zona sia stata identificata e percepita come agevole per valicare le Alpi, nonché da abitare, in epoche ancora più preistoriche e non solo dai nostri antenati, visti i numerosi ritrovamenti delle orme dei dinosauri lasciate 200 milioni d’anni fa sulle pareti del Piz Ela, del Tinzenhorn o del Piz Mitgel, montagne che sovrastano la Val Sursette. Come se ogni creatura dotata di senno che si sia trovata in zona nel corso del tempo ne abbia intuito l’importanza strategica, seguendo linee di transito percepite come utili e convenienti alla propria sussistenza tanto nomade quanto stanziale.

[La Val Sursette in veste invernale vista verso nord dal Piz Grevasalvas, vetta tra Surses e Engadina. Foto di Capricorn4049, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Ma il fattore che fa della zona tra Bregaglia, Surses e Engadina un centro autentico delle Alpi e dell’intero continente europeo è quello idrografico, peraltro già piuttosto noto e citato. E il “centro del centro” è il Piz Lunghin, sommità che chiude il suddetto nodo orografico verso meridione i cui tre versanti guardano le altrettante valli sottostanti. Ciò comporta che l’acqua che dal Lunghin divalla a sud-ovest sul versante di Bregaglia finisce nella Maira/Mera, poi nel Liro, quindi nell’Adda, nel Po e nel Mar Mediterraneo; l’acqua che scende verso est e l’Engadina va nell’Inn, quindi nel Danubio e dunque nel Mar Nero; l’acqua che fluisce a nord verso il Surses va nel bacino del Reno e dunque nel Mare del Nord e nell’Oceano Atlantico. Ovvero, i tre grandi bacini marini che contornano e definiscono la geografia dell’Europa della quale, per ciò, il “modesto” Piz Lunghin (alto solo 2780 metri) rappresenta il principale baricentro idrografico.

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla. Elaborazione mia su base Google Earth.]
Ecco, mi piace pensare che proprio seguendo il corso dell’acqua, fondamentale elemento di vita, che da queste montagne si origina per definire la geomorfologia dell’intero continente, anche gli animali e gli uomini siano arrivati, transitati, confluiti, defluiti, ripartiti e ritornati lassù seguendo il corso del tempo e della storia come linee di forza tanto materiali, incise nelle valli e sui fianchi montani, quanto immateriali, proprio come flussi primari della vita possibile sulle Alpi in epoche che sembrano così lontane, pensandoci oggi, eppure durante le quali già stava prendendo forma la grande civiltà alpina. Che tra le vette della Bregaglia, dell’Engadina e della Val Sursette può ben dire di avere uno dei suoi storici fulcri nodali, un “centro geoantropologico” oggi certamente meno imprescindibile di un tempo per i nostri viaggi ma nel quale – forse più che altrove per ciò che vi ho raccontato fino a qui – incontrare e poter dialogare con il Genius Loci delle Alpi e per ciò ancora profondamente affascinante.

Proprio non ce la facciamo a capirla (a meno di andare tutti alle Svalbard)

[Panorama di Ny-Ålesund, tratto da www.facebook.com/nyalesundresearch.]
La ticinese Tessa Viglezio è una scienziata giovane (è nata nel 1997) ma dal curriculum notevole e già prestigioso. Laureata in biologia e con un master in Ecologia e Conservazione, è stata capo della stazione italiana di ricerca polare “Dirigibile Italia” del CNR a Ny-Ålesund, sulle isole Svalbard, mentre ora lavora per il Consorzio internazionale Sios, che gestisce il sistema integrato di osservazione dei territori artici delle Svalbard le cui misurazioni supportano le ricerche scientifiche sul sistema meteoclimatico e ambientale del nostro pianeta.

[Tessa Viglezio in un’immagine tratta da www.facebook.com/dirigibileitalia.]
Intervistata da Andrea Bertagni sul “Corriere del Ticino”, ha formulato – da scienziata tanto quanto da Sapiensalcune considerazioni estremamente significative sul clima attuale e sul rapporto tra le Alpi e noi abitanti dei loro territori. Eccone alcune:

«Alle isole Svalbard i ritmi non sono frenetici come quelli europei, è tutto molto più lento. Anzi, non tutto. Il cambiamento climatico è ad esempio avvenuto in modo molto più veloce». Le temperature sono drasticamente salite, mettendo a rischio gli stessi abitanti, che avendo costruito le loro case sul permafrost, sono costretti a ristrutturare continuamente, visto che il permafrost si sta riducendo molto velocemente rendendo il terreno instabile.

«Quando torno a casa, mi rendo conto che in Svizzera e in Ticino il cambiamento climatico non è avvertito come un problema urgente come invece succede alle Svalbard dove è sotto gli occhi di tutti. Me ne rendo conto e un po’ mi rattristo perché c’è poca consapevolezza che prima o poi i suoi effetti arriveranno e si manifesteranno in tutto il suo clamore anche in Svizzera». Non che qualcosa non stia già succedendo, come dimostrano lo scioglimento dei ghiacciai alpini o l’innalzamento generale delle temperature. Ma se il surriscaldamento del clima costringe già oggi a ricostruire casa forse la presa di coscienza è diversa. Senza il forse. E il fenomeno appare in tutta la sua reale forza e presenza. «È solo questione di tempo prima o poi gli effetti del cambiamento non potremo fare a meno di vederli con i nostri occhi anche in Svizzera e in Ticino.

[Tessa Viglezio con il collega glaciologo Jacopo Pasotti al lavoro negli ambienti polari delle Svalbard. Immagine tratta dal profilo Instagram di Jacopo Pasotti.]

Nel frattempo potrebbero essere messi in campo azioni e strumenti capaci di rallentare l’innalzamento delle temperature e tutto quello che si porta dietro. «Abbiamo le tecnologie e le capacità di innovazione, usiamole anche per il clima».

Così Tessa Viglezio chiude le proprie considerazioni, con una speranza che è però anche un appello alle istituzioni pubbliche affinché agiscano finalmente e concretamente per contrastare le conseguenze della crisi climatica. D’altro canto pure sulle Alpi tali conseguenze, con i disastri che ne conseguono, si fanno sempre più frequenti e distruttive: basti pensare alle frane da fusione del permafrost, alle esondazioni di fiumi e torrenti che si fanno viepiù violente, ai fenomeni estremi come la tempesta Vaia, eccetera. Probabilmente noi qui, a differenza degli abitanti delle isole Svalbard, siano meno sensibili, più distratti, convinti che in un modo o nell’altro ce la possiamo sempre cavare, troppo viziati per percepire e elaborare il rischio. O forse, mi viene da temere, non abbiamo (più) la stessa relazione con il territorio nel quale abitiamo che invece le genti delle Svalbard ancora conservano, non ci sentiamo più legati ad esso, all’ambiente naturale del quale abbiamo dimenticato di fare parte. Così, inevitabilmente, non sappiamo più cogliere i segnali d’allarme che il territorio e l’ambiente ci inviano attraverso i fenomeni in rapida estremizzazione, e di questa svagatezza diffusa la politica – a livello globale salvo rarissime eccezioni, purtroppo – se ne approfitta per soprassedere al problema, liquidandolo con tante belle parole ma con ben pochi fatti concreti: le tante COP sul clima susseguitesi nel corso degli anni lo dimostrano bene.

[L’altipiano di Fellaria, nel Gruppo del Bernina, uno dei pochi ambienti “polari” delle Alpi lombarde. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Servizio Glaciologico Lombardo.]
Dobbiamo arrivare a subire i disagi degli abitanti delle Svalbard e vederci trasformare, degradare, rovinare i territori nei quali abitiamo per essere più consapevoli di ciò che sta succedendo a noi e all’intero nostro pianeta e dunque per intimare alla classe politica di smetterla di blaterare e invece agire con decisione e rapidità al fine di scongiurare conseguenze ancora più deleterie della crisi climatica? O preferiamo continuare a pensare che, anche stavolta, «andrà tutto bene»?

Il famoso e identitario “Fritto misto di pesce del Bernina”

[La Cima Motta, 2336 m, nel comprensorio sciistico di Chiesa in Valmalenco. Foto di Zbigniew Rutkowski, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Durante la 26esima edizione delle Giornate del Turismo Montano che si sono svolte a Trento lo scorso novembre, è emersa una delle sfide principali che dovrà affrontare da qui al prossimo futuro il turismo montano: quella di sviluppare un racconto identitario dei territori di montagna, la narrazione dunque non solo dei servizi offerti ma anche – e soprattutto – delle specificità culturali, delle tradizioni, dei prodotti locali e delle esperienze autentiche che si possono vivere nelle terre alte e che rendono ciascun luogo montano unico e peculiare. Uno storytelling peraltro sempre più richiesto e apprezzato da chi decide di passare le proprie vacanze e trascorrere del tempo in montagna.

Ecco infatti come la Valmalenco decide al volo di partecipare a tale così importante sfida turistica:

[Articolo pubblicato da “Il Giorno” il 4 dicembre scorso, si veda anche qui.]
«A Cima Motta apriremo un ristorante di pesce, gestito da due cuochi di Pantelleria!» Ma certo, cosa c’è di più tradizionale e identitario per una valle delle Alpi Retiche?

Be’, sarebbe da standing ovation se fosse la gag di uno spettacolo comico… ma non lo è, no.

Per la cronaca, e per chi non conosca il luogo, Cima (o Monte) Motta è il secondo punto più alto del comprensorio sciistico di Chiesa in Valmalenco e lo stabile nel quale si vorrebbe aprire il “ristorante di pesce” è parte della vecchia stazione di arrivo dell’ovovia ormai dismessa da decenni: un fabbricato parecchio vetusto che sarebbe da ristrutturare radicalmente oppure da abbattere, eliminandone l’attuale desolante visione.

In ogni caso, al netto di ciò e pure della “simpatia” che potrebbe suscitare l’iniziativa malenca, capirete bene quali cortocircuiti culturali inneschi lo sci di oggi nel disperato tentativo di restare attrattivo e contrastare l’inesorabile agonia alla quale viene sottoposto dalla crisi climatica e dalle circostanze socioeconomiche attuali – nel mentre che, con tali iniziative bislacche, temo proprio che invece acceleri la propria fine. D’altro canto vorrei proprio sapere chi sia lo sciatore che sale in alta Valmalenco, al cospetto dei ghiacciai del Bernina e a due passi dalla Svizzera, agognando di mangiare un fritto misto di pesce siciliano. Chissà se nel frattempo a Pantelleria giungeranno turisti desiderosi di gustarsi un ottimo piatto di pizzoccheri o di sciatt valtellinesi?!

Mi sa che, a pensarci bene, l’unico «fritto» qui sia lo sci, ormai diventato un «misto» di imprenditoria turistica sgangherata e alienazione culturale sconcertante in balìa degli effetti della crisi climatica, già.

Trasformare le criticità in opportunità. La frana di Lanzada e una potenziale bella lezione per tutte le nostre montagne

Qualche tempo fa vi ho scritto della frana, “piccola” ma impressionante, caduta in Valmalenco sul versante montuoso ove transita la strada che da Lanzada sale verso Franscia e Campo Moro, rimasta gravemente danneggiata il che ha imposto l’isolamento della zona a monte, assai rinomata e frequentata sia in estate che in inverno anche grazie alla presenza di numerosi rifugi.

Al riguardo, su “montagna.tv”, Michele Comi offre una delle sue intriganti riflessioni su come l’evento, al netto degli evidenti disagi che genera (la strada non riaprirà che nella primavera prossima, se tutto va bene) e nella fortuna che non vi sono state vittime, può diventare l’occasione per ritrovare un rapporto più autentico con la montagna e dire addio al mordi e fuggi:

Ora che la strada è interrotta, possiamo provare a rallentare, rinunciare alla toccata e fuga giornaliera, prenderci il tempo necessario per attraversare la montagna dal basso. Due, tre giorni d’avventura. Un viaggio che parte dal fondovalle, attraversa i piani altitudinali uno dopo l’altro e ci rimette in sintonia con il ritmo dell’ambiente.

[Le zone di Campo Moro, con l’omonima diga, e di Campagneda sovrastata dal Pizzo Scalino, rimaste isolate a seguito della frana di Lanzada.]
In effetti, posto che la strada di collegamento alle zone di Campo Franscia e Campo Moro fu realizzata negli anni Cinquanta del Novecento e aperta al traffico privato negli anni Sessanta, è come se tutta l’area ora isolata sia stata rimandata indietro nel tempo di quasi un secolo, quando lassù vi si poteva giungere solo a piedi peraltro lungo mulattiere che in molti tratti rappresentano veri capolavori di ingegneria vernacolare, come la definisco io. In tal senso è ovviamente comprensibile la decisione di alcuni dei rifugi posti a monte della frana di chiudere fino a che la strada non verrà ripristinata, ma è altrettanto ammirevole la scelta dei gestori del Rifugio Zoia, a Campo Moro, di tenere invece aperto, sicuramente per le festività natalizie e poi in base alle circostanze del momento: chi salirà lassù potrà godere di una dimensione alpestre più unica che rara, di quieti e silenzi quasi impossibili da ritrovare altrove sulle nostre iper-antropizzate Alpi, di un’esperienza che, facilmente, diventerà indimenticabile. Chapeau ai ragazzi dello Zoia!

[Il Rifugio Zoia.]
In generale, mi viene da ampliare il principio delle riflessioni di Michele Comi a tutto il contesto montano, che quasi sempre tende a subìre troppo – suo malgrado – le difficoltà e le criticità che ne caratterizzano la realtà corrente. Credo che uno dei paradigmi da cambiare, in tema di vita nei territori montani, sia anche questo: comprendere se e come certe criticità sovente croniche delle quali la montagna soffre non possano essere trasformate in specificità e dunque in potenziali opportunità, in considerazione del fatto che la montagna è differente da ogni altro luogo e comunque non potrà mai godere degli stessi agi dei territori più urbanizzati se non attraverso stravolgimenti materiali e immateriali così profondi dei propri territori e della propria anima da rischiare non solo l’omologazione più banalizzante ma pure l’annientamento dell’identità peculiare, del senso stesso di essere «montagna» e, dunque, della propria esclusiva attrattività.

Questo (serve dirlo?) non significa che gli abitanti dei territori montani debbano essere condannati a vivere in maniera meno agiata rispetto a quelli dei contesti cittadini, ma significa che non si può sempre pensare di infrastrutturare le montagne a (bieca) imitazione delle città solo perché così si rende la vita più comoda ai turisti, che invece devono finalmente tornare a comprendere che, ad esempio, un rifugio di montagna innanzi tutto non è un albergo e, ancor più, che per essere ciò che è deve richiedere di essere raggiunto in maniera consona e equilibrata al luogo in cui si trova: con una bella e rinfrancante camminata su un vero sentiero, con l’adeguata attenzione al territorio che si attraversa, portandosi in spalla uno zaino con tutto ciò che occorre alla frequentazione autentica dei territori in quota… così come con la considerazione che il villaggio nel quale si alloggia non è un quartiere periferico di una grande città ma un luogo che proprio in ciò che non ha sa offrire molto di ciò che manca alle città. Che non sono negozi parcheggi locali notturni discoteche o che altro ma la dimensione montana vera, il silenzio, la tranquillità, il cielo stellato senza inquinamento luminoso, la magia del bosco, la fatica del sentiero e la soddisfazione di averlo percorso fino alla meta, le chiacchiere scambiate con altri escursionisti lungo quel sentiero, la visione sfuggente di un selvatico, le multiformi geografie alpestri e la vastità dei panorami da lassù visibili… insomma, non credo serva continuare perché chiunque potrebbe andare avanti per ore.

[Uno dei Laghi di Campagneda con il Pizzo Scalino.]
Trasformare le criticità in opportunità, senza piangersi addosso e/o aspettare che la politica intervenga o altri soggetti facciano “cose”, quasi sempre calandole dall’alto senza interlocuzione con le comunità, ma riflettere, meditare, analizzare, capire come le proprie specificità montane possano e sappiano rendere i luoghi speciali, ognuno a suo modo unico e dotato di proprie potenzialità geografiche, economiche, sociali, culturali delle quali poter fruire e poi offrire ai visitatori come valori aggiunti del luogo. Sarebbe una piccola/grande rivoluzione per le nostre montagne, di sicuro non semplice da mettere in atto ma altrettanto certamente più difficile da dirsi che da farsi se mancano la visione necessaria e almeno la volontà di provare di cambiare quelle carte – sempre le stesse, in effetti – fino a oggi sul tavolo montano.

Un esempio significativo al riguardo lo offre lo stesso Michele Comi nel proprio articolo su “montagna.tv” in merito a quanto accaduto in Valmalenco:

Provare a pensare che un singolo minibus può trasportare gli occupanti di molte vetture e liberare dai parcheggi intere cataste di lamiere, oltre ad esporre molto meno le persone ai pericoli di crollo, che non potranno mai essere del tutto eliminati. È un inizio semplice, concreto. Perché non provare ad agire sui comportamenti, e non soltanto sulle opere di contenimento e difesa?

[Il Gruppo del Bernina riflesso in un laghetto nella Valle di Scerscen.]
Ecco. Godere di questi mesi di silenzi profondi e salvifici, lassù oltre la frana di Lanzada, e capire come farne un privilegio peculiare del luogo non facendoci più andare così tante autovetture private come prima, invece che una calamità perché le autovetture private non ci possono andare come prima. Cambiare paradigma, prospettiva, visione, consapevolezza. È difficilissimo da fare solo se non vogliamo farlo. Se invece volessimo, chissà, potrebbero aprirsi dei mondi straordinari che avevamo a portata di mano ma non eravamo capaci di vedere.

Anche la Valmalenco partecipa alla gara per l’impianto di risalita più dissennato delle Alpi!

[Veduta panoramica del Sasso Nero, soprastante l’Alpe Palù e il lago omonimo.]
In Valmalenco, nel comprensorio sciistico di Chiesa (provincia di Sondrio) con l’approvazione dell’atto integrativo del Patto Territoriale da oltre 20 milioni di euro, si dà il «via libera» alla realizzazione, tra altre cose alcune delle quali sicuramente positive, di «un nuovo impianto di risalita dall’arrivo dell’impianto “Bocchel del Torno” (2.336 metri d’altitudine) a Cima Sasso Nero (2.900 metri d’altitudine) per un importo totale di 4,5 milioni di euro di cui 4 circa finanziati da Regione Lombardia» e «dell’ampliamento della pista blu all’Alpe Palù e la realizzazione di una nuova pista da gara in località Alpe Palù-Barchi e Prati Pedrana per un importo totale di circa 2,5 milioni di euro di cui il 90% (2,3 milioni) finanziato da Regione Lombardia».

Il tutto, secondo l’Assessore alla Montagna della Giunta Regionale lombarda in carica, «per accrescere l’attrattività e fruibilità (della Valmalenco), dotandosi di strutture e servizi in grado di attirare, con un occhio alla sostenibilità ambientale, turisti e sportivi.»

[L’attuale seggiovia che raggiunge la zona soprastante il Bocchel del Torno, dalla cui stazione a monte partirebbe la nuova seggiovia per il Sasso Nero. Immagine tratta da www.skiforum.it.]
A tale proposito, se per il secondo intervento sarebbe utile sapere quanti alberi dei boschi di conifere presenti sui versanti coinvolti saranno tagliati e, nel caso, come verranno rimpiazzati, è il primo intervento che inquieta parecchio per quanto, sotto vari aspetti, risulti insensato; avevo già sostenuto tale opinione in questo articolo del maggio scorso. “Insensato” cioè letteralmente privo di senso, come già osservava lo stesso CAI valtellinese mesi fa:

La costruzione di questa nuova seggiovia quadriposto per rendere fruibile un versante in alta quota per attività di freeride (fuoripista in neve fresca), è però contrastante con le condizioni nivologiche di quella zona: si tratta di versanti soleggiati e rocciosi dove la neve spesso scarseggia o si trasforma rapidamente in crosta, risultando inadatta per poter essere sciata in freeride. Basti pensare che, nella stagione 2024-2025, caratterizzata da poche precipitazioni, una seggiovia al Sasso Nero avrebbe potuto operare soltanto pochi giorni, lontanissima dalle ottimistiche previsioni di 150 giorni di esercizio annuo ipotizzate nel Patto. Anche se si pensasse di realizzare una pista battuta, i limiti risultano comunque evidenti, infatti il muro della pista a valle evidenzia che, anche la pista battuta, ogni stagione, a causa del disgelo pomeridiano, nella notte si trasforma in una lastra di ghiaccio prima di ogni altra pista del comprensorio. Non si tratta solo di un errore tecnico, ma di una contraddizione culturale e politica. È opportuno ricordare che lo stesso “Patto Territoriale” (Allegato 1, pag. 68) raccomanda di tenere in debita considerazione gli effetti del cambiamento climatico e di promuovere un modello di sviluppo improntato alla sostenibilità integrale (Allegato 1, pag. 42). […] E allora? Come si giustifica un progetto così fragile, costoso, impattante e realizzato a discapito di altre opere più importanti per la Valmalenco?

D’altro canto, anche senza leggere le considerazioni del tutto obiettive del CAI valtellinese, qualsiasi frequentatore della zona che abbia salito il Sasso Nero in inverno o che lo abbia osservato da valle sa benissimo che la montagna, così esposta a meridione e dunque costantemente in pieno Sole, già da anni (ovvero ben prima che le conseguenze della crisi climatica diventassero evidenti) resta priva di neve o quasi oppure, come osserva il CAI, se pur nevicasse molto le condizioni della neve sarebbero costantemente opinabili per la pratica dello sci.

[Il versante del Sasso Nero lungo il quale salirebbe la nuova seggiovia; come si vede, la zona anche se innevata è ricca di rocce scoperte la cui presenza peraltro accelera la fusione del manto nevoso. Immagine tratta da www.skiforum.it.]
Dunque, perché insistere con un impianto talmente insensato che, per quanto appena rimarcato, genererà soltanto l’inutile devastazione della montagna, uno dei balconi panoramici in quota più belli sulla Valmalenco e sul gruppo del Bernina? Perché svenderne in modi talmente scriteriati la sua bellezza e le valenze naturalistiche e paesaggistiche, buttandoci 4,5 milioni di Euro (nel 2022, ora probabilmente di più)? Che senso ha? Come può essere ambientalmente sostenibile un impianto del genere, e come potrebbe accrescere l’attrattività del luogo, se invece in buona sostanza ne deturpa una parte importante del territorio degradandone di conseguenza l’immagine turistica?

Anche lo stesso CAI Valmalenco si è espresso in maniera critica sul progetto della nuova seggiovia, e, giusto a proposito dell’attrattività che l’impianto si dice accrescerebbe, ha evidenziato a sua volta che

Una nuova seggiovia, inserita in un contesto in cui ci sono così tante cose che potrebbero essere sistemate, non andrebbe ad aumentare la percezione del valore della ski-area, ma anzi andrebbe ancor più ad aumentare la mancanza di coordinamento, lo squilibrio e la disarmonia che già oggi sono evidenti nella ski-area.

[Veduta panoramica e “didattica” del Sasso Nero, tratta da www.paesidivaltellina.eu.]
Ribadisco: la montagna è un ambito tanto meraviglioso e di grandi potenzialità quanto fragile e delicato, oggi ancora di più in forza della crisi climatica in divenire e delle fenomenologie socioeconomiche e demografiche in corso da tempo, i cui problemi complessi non possono avere soluzioni troppo semplici e mal pensate, decontestuali, prive di relazione con i territori e le loro realtà, proposte per fini diversi da quelli atti ad uno sviluppo territoriale autenticamente organico e dotato di visione nel tempo, anche per non sprecare risorse pubbliche che potrebbero essere ben investite in altri interventi più consoni, puntuali e veramente utili ai bisogni delle comunità locali. Altrimenti, invece di contrastarlo, non si farà altro che accelerare il degrado – ambientale, economico, sociale, umano – dei territori montani. Un’eventualità che le nostre montagne non si meritano affatto.