[Bob Dylan raffigurato in un graffito su un muro di Manchester, UK. Foto di hugovk @ flickr, https://www.flickr.com/photos/hugovk/ – https://www.flickr.com/photos/hugovk/125953317/, CC BY-SA 2.0: fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]Oggi la gran parte del mondo della musica e milioni di fan in giro per il mondo rendono omaggio a Bob Dylan, nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Mito assoluto della musica contemporanea, inventore della figura del “cantautore” e del folk rock, poeta vincitore d’un Nobel, anzi, “menestrello del rock”, eccetera, approfitto di questo suo così importante genetliaco per dire (così confondendomi nella massa giubilante e sperando di apparire meno irriverente) che trovo da sempre Dylan uno degli artisti musicali più noiosi, soporiferi, sovente assai poco attraenti e a volte sconcertanti che abbia mai ascoltato. Trovo che abbia scritto cose sublimi ma pure cose a dir poco mediocri, e ho letto suoi versi veramente meravigliosi come altri che paiono scritti da un alunno di terza elementare, al punto da farmi chiedere se fosse lo stesso autore ad aver scritto gli uni e gli altri. Il che me lo fanno apparire – a me medesimo, ribadisco – certo non più mirabile di altri grandi artisti della musica o della parola scritta a lui coevi o successivi, la cui produzione ritengo in generale di qualità superiore e più costante nel tempo ma di contro molto meno osannati e culturalmente emblematizzati.
Ecco.
Detto ciò, non è assolutamente mia intenzione mettere in discussione la fama, la considerazione, l’influenza e la riverenza che Dylan ha accumulato nel tempo fino a oggi, tutte così indubitabilmente meritate, e ne riconosco pienamente il valore storico e culturale come lo può riconoscere il suo più grande fan (d’altro canto difesi pure l’assegnazione del Nobel a Dylan, parecchio criticata da tanti altri): primo, perché io non sono nessuno per permettermi ciò, e secondo perché non è quello che voglio affermare qui ora. E non è nemmeno una questione di “bastiancontrariaggine” o di mostrarsi alternativi e fuori dal coro contro la voce della maggioranza. Semmai, e molto semplicemente, voglio rimarcare che si può diventare grandi anche senza ascoltare Dylan e senza per questo apparire dei poveri idioti, forse.
Forse, eh, lo ripeto.
Dunque mi auguro di essere la classica eccezione che conferma la regola (ben felice di passare per un povero idiota, nel caso), e auguro a Bob Dylan di non farsi ascoltare da me per ancora moltissimi dischi e altrettanti innumerevoli anni.
Oggi è il 10 giugno ed esattamente 80 anni fa Benito Mussolini, il “Duce”, usciva sul balcone di Palazzo Venezia per annunciare la discesa in guerra dell’Italia a fianco della Germania nazista.
Ecco, c’è un momento di quel giorno, le cui immagini sovente vengono diffuse nei documentari sulla storia italiana e ancor più in occasione di questo anniversario, che trovo ogni volta invariabilmente sconcertante e spaventoso: l’urlo della folla accalcata nella piazza sottostante, la quale, appena Mussolini pronuncia le tragiche parole «la dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia» esplode in un grido da stadio, come ad aver appena saputo di un evento meraviglioso e felice mentre invece sta esultando freneticamente e festeggiando l’inizio di una catastrofica follia, una tragedia che costerà la vita a quasi 500.000 italiani e indescrivibile dolore a milioni d’altri.
Quel grido entusiastico, eccitato, quasi orgiastico, quantunque probabilmente imposto a tanti costretti dai fascisti con le minacce a presenziare nella piazza e “recitare” il copione già scritto, quel suono umano potente, esplosivo al seguito di parole così tragiche che fanno della sua eco la manifestazione acustica non della gioia patriottica ma del terrore più indecente, è una delle cose più terribili, tristi e raggelanti che la storia dell’Italia abbia dovuto registrare.
Sperando che resti l’unico atto di una così empia follia, fosse solo per il rispetto di quel mezzo milione di morti nella cui memoria quella eco rimbomberà sempre, costantemente oltraggiosa e tragica.