La Russia di Putin

Siamo solo un mezzo, per lui. Un mezzo per rag­giungere il potere personale. Per questo dispone di noi come vuole. Può giocare con noi, se ne ha voglia. Può distruggerci, se lo desidera. Noi non siamo niente. Lui, finito dov’è per puro caso, è il dio e il re che dobbiamo temere e venerare. La Russia ha già avuto governanti di questa risma. Ed è finita in tragedia.

Così scriveva Anna Politkovskaja in Putin’s Russia, edito in origine nel 2004 (Duemilaquattro, eh!) e pubblicato per la prima volta in Italia nel 2005 da Adelphi (che ne ha appena realizzato una nuova edizione in libreria da oggi, 14 marzo).

Il 7 ottobre 2006, Politkovskaja è stata assassinata. Nessun rappresentante del governo russo partecipò alle sue esequie.

Ancora, da Di cosa parla questo libro?, la prefazione a firma della stessa Politkovskaja: per citare altre sue parole che, lette e meditate oggi, assumono un rinnovato, potente, drammatico significato:

Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga in Occidente: parla di Putin senza toni ammirati. A scanso di equivoci, spiego subito perché tale ammirazione (di stampo prettamente occidentale e quanto mai relativa in Russia, dato che è sulla nostra pelle che si sta giocando la partita) faccia qui difetto. Il motivo è semplice: diventato presidente, Putin – figlio del più nefasto tra i servizi segreti del Paese – non ha saputo estirpare il tenente colonnello del Kgb che vive in lui, e pertanto insiste nel voler raddrizzare i propri connazionali amanti della libertà. E la soffoca, ogni forma di libertà, come ha sempre fatto nel corso della sua precedente professione. Questo libro spiega inoltre come noi, che in Russia ci viviamo, non vogliamo che ciò accada. Non vogliamo più essere schiavi, anche se è quanto più aggrada all’Europa e all’America di oggi. Né vogliamo essere granelli di sabbia, polvere sui calzari altolocati – ma pur sempre calzari di tenente colonnello – di Vladimir Putin. Vogliamo essere liberi. Lo pretendiamo. Perché amiamo la libertà tanto quanto voi.

[Immagine tratta da it.gariwo.net.]
N.B.: cliccate sull’immagine del libro per saperne di più.

Bye bye, Turchia!


Arrivederci, Turchia! È stato bello “conoscerti” – conoscere ciò che saresti potuta diventare e in parte già eri: uno dei paesi più avanzati dell’Occidente, vero e proprio laboratorio socio-culturale tra Europa e Asia nel quale cogliere e sviluppare il meglio delle culture in contatto e in transito, oltre che una cerniera politica (in senso profondamente storico) fondamentale… È stato bello, già, prima che un clan politico tra i più biechi e pericolosi, capeggiato da un personaggio di raro viscidume, ti soggiogasse, soffocasse tanta della tua parte migliore, di quella più libera, aperta, emancipata, culturalmente viva, e ti costringesse con la forza e l’inganno a dirigerti verso la più tenebrosa e letale dittatura teocratica – proprio tu che eri tra i pochi stati ad avere sancito il principio della laicità delle istituzioni direttamente nella carta costituzionale, nonché “(…) Il divieto di esercitare diritti che rappresentino un attentato all’integrità indivisibile dello Stato, o al fine di sopprimere la Repubblica democratica e laica fondata sul rispetto dei diritti dell’uomo”!

Se, da un lato, la Turchia post referendum merita un addio definitivo e al contempo la più dura e determinata reazione delle diplomazie del mondo libero – tra le quali evidentemente non devono più essere iscritti gli USA, almeno riguardo alla leadership politica corrente; ma temo che pure da parte europea non ci si possa aspettare granché di “determinato” – dall’altro mi auguro di tutto cuore che invece possa e debba essere un arrivederci. Mi auguro, ovvero, che la parte (preponderante) della società civile turca che non appoggia e contrasta la dittatura montante – e che non a caso è stata oggetto di censure, arresti, detenzioni di massa e moltissimi altri episodi di repressione – riesca a ribaltare le sorti del paese, altrimenti segnate definitivamente. In ciò deve e dovrà essere sostenuta con forza e in ogni modo possibile: perché sostenere la democrazia turca – il che ovviamente implica di contro l’eliminare politicamente qualsiasi elemento che la sta distruggendo – significa sostenere i valori democratici dell’intera società civile europea nonché di tutta quella parte di mondo, così importante, così culturalmente rilevante e così drammaticamente martoriata da una politica folle e criminale.

Addio, dunque… anzi no: arrivederci, Turchia. Speriamo di rivederti ancora, nuovamente libera, democratica, colta, emancipata, quanto prima.

P.S.: immagine tratta da qui.