Niccolò Ammaniti, “Fango”

cop_Fango_Ammaniti“Niccolò Ammaniti, l’hai presente, no?”
“Certo, lo scrittore!”
“Esatto. E hai mai letto qualche suo libro?”
“No.”
Qualche tempo fa pubblicavo nel blog un articolo sullo strano fenomeno per il quale molti scrittori sono ben più famosi dei loro libri: cosa che se ci pensate bene è del tutto anomala, visto che sono i libri, e la loro eventuale celebrità, a (dover) donare altrettanta celebrità a chi li scrive. Per carità, sia chiaro: il discorso è puramente teorico, ma senza dubbio c’è una bella schiera di scrittori che il grande pubblico conosce e ri-conosce come tali anche senza mai aver letto nessun loro libro, e ciò in qualche modo va certamente ascritto a loro merito nonostante quanto osservato poco sopra sull’anomala realtà in questione: oggi la letteratura mainstream è anche questo, volenti o nolenti (io mi includo nella seconda categoria, per la cronaca).
Niccolò Ammaniti ha tuttavia agevolato al pubblico il ricordo su alcuni dei suoi libri, grazie ad alcuni titoli azzeccati che sono peraltro pure diventati film da grande distribuzione; ma siccome dietro ogni scrittore di successo nazionalpopolare o meno ci deve pur sempre essere la scrittura – anche nella suddetta letteratura mainstream, eh! – avevo in lista d’attesa già da qualche tempo la lettura di qualcosa di Ammaniti, anche dietro consiglio di amici lettori “attendibili”, e la mia scelta è caduta su Fango (Mondadori, 1996), raccolta di sei racconti – o sei più uno, visto che l’ultimo Carta e Ferro è una sorta di doppio racconto – piuttosto estesi, con un paio di essi quasi definibili come “romanzi brevi” per la loro lunghezza e per la strutturazione della storia narrata…

Leggete la recensione completa di Fango cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Routine (Un racconto inedito)

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà presto parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla loro brevità, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…)

Per motivi che qui, ora, verrebbe troppo lungo spiegare, il cinquantaduenne Gregor B., sposato con due figli, entro ventiquattrore sarebbe morto. E la cosa era certa, niente di probabile o ipotetico: no, inevitabile e ineluttabile, al punto che, a parte l’ovvio sconcerto, a Gregor non venne nemmeno di disperarsi. In fondo non sarebbe servito a nulla, stante l’inesorabile realtà dei fatti.
Avrebbe dovuto avvisare la moglie e i due figli – erano entrambi già grandi, il trauma non sarebbe stato così tremendo, forse. Però aveva pure quell’importantissima riunione in ufficio – per questo si era alzato molto prima del solito e ancora dormivano tutti, a casa – e i suoi capi erano settimane che raccomandavano, a lui e ai colleghi, la buona riuscita di essa. In tutta sincerità, sentirsi responsa-bile di un eventuale fallimento solo perché avrebbe dovuto arrivare lì e dire a tutti, “ehi, ragazzi, sospendete tutto, tanto entro domani sarò morto!” gli chiudeva lo stomaco. Beh, poco male per un imminente defunto! – penserete voi; d’altro canto la diligenza sul lavoro era da sempre un suo vanto e sempre lo sarebbe stato, se lo ripeteva di continuo. Semmai avrebbe parlato a casa al ritorno, di tutto quanto. Prese l’auto e s’infilò nel caotico traffico mattutino.
Lungo la strada si ricordò della partita a tennis di giovedì sera con Fred. Beh, avrebbe dovuto disdire la prenotazione del campo… Però telefonare a Fred in quel momento significava dovergli spiegare tutta la situazione, e chissà quante domande gli avrebbe fatto, l’amico. Sarebbe di sicuro arrivato tardi in ufficio. Quindi…
Oh, la spia della riserva! Doveva far benzina, altrimenti… Gli venne da sorridere, seppur amaramente: a cosa serviva fare rifornimento, ormai? Vide in fondo al viale l’insegna di una stazione di servizio. Beh, forse alla moglie l’auto sarebbe servita, si disse. E per causa sua, probabilmente. Svoltò a destra e si fermò alla pompa.
La riunione in ufficio andò benissimo, vennero firmati i contratti per due nuove grosse commesse. I suoi capi furono così contenti del risultato che prospettarono a Gregor qualche giorno-premio di ferie, magari già la prossima settimana. Avrebbe dovuto dir loro del suo destino incipiente? Forse sì… Ma accidenti, era la prima volta che sul lavoro si meritava un tale premio! Sarebbe stato come schiaffeggiare la fortuna, rovinando quel piccolo momento di gloria.
Ringraziò, concluse la giornata lavorativa e tornò a casa, non prima però di essere passato dal lavasecco per ritirare le sue camicie, come richiesto dalla moglie. “Anche se non le potrò indossare in nessuna vacanza, mai più!” pensò parcheggiando l’auto in garage con la consueta attenzione.

Pelham Greenville Wodehouse, “Gas Esilarante”

cop_gas_esilarantePrendete una catena montuosa, la quale abbia ovviamente alcune vette maggiori di altre: dai versanti di esse nascono e scrosciano ruscelli d’acqua cristallina, che poi diventano torrenti, e fiumi, e alimentano laghi e mari di preziosa acqua dai quali chiunque può attingere, e nella cui acqua in qualche modo sono sempre presenti le gocce originarie scaturire dalle vette suddette… Ecco: nel grande “mare” del genere umoristico moderno e contemporaneo, letterario e non solo, c’è molta acqua proveniente da quella cristallina fonte che fu P.G.Wodehouse, veramente tra i padri dello humor universale ovvero di quello stile e di quel modo di inventare cose divertenti del quale gli anglosassoni sono – bisogna ammetterlo – indiscussi maestri e che, sostanzialmente, ha insegnato nel tempo all’intero pianeta come ridere e come far ridere. Ovvero: se si parte dai comici, dai cabarettisti e dagli umoristi contemporanei e si percorre la via della risata a ritroso nel tempo, passando per le pietre miliari – Monty Python, Douglas Adams, Marx Bros., Stanlio e Ollio, solo per citarne alcuni tra i più popolari – quasi inevitabilmente si giunge a Wodehouse, con pochi altri maestro riconosciuto, appunto, della risata in letteratura.
Gas Esilarante (Mondadori, 1a ed.1955, traduzione di Alberto Tedeschi: orig. Laughing Gas, 1936. Ora pubblicato in Italia da Guanda. L’edizione da me letta – acquistata su un banco di vendita di libri usati – è del 1971) in verità è un’opera che Wodehouse pubblicò quando la sua fama di scrittore umoristico era già consolidata, grazie alle fortunate serie di Jeeves, l’impeccabile e geniale maggiordomo, e del Castello di Blandings, dunque non tra quelle che originariamente e più direttamente influenzarono la letteratura di genere e non solo. Tuttavia è certamente uno dei titolo della vastissima produzione dello scrittore inglese tra i più noti, esempio ottimo dello stile impeccabile – anche linguisticamente – della creatività, della capacità narrativa e della classe che sempre gli vennero riconosciute anche dai colleghi, coevi e successivi…

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Il bistrattato racconto nell’Olimpo letterario. In fondo è anche questo, il Nobel ad Alice Munro.

Dunque, il Premio Nobel per la Letteratura 2013 – probabilmente il più popolare e rinomato tra i riconoscimenti conferiti dall’Accademia Svedese – è andato alla scrittrice canadese Alice Munro, “master of the contemporary short story” come si legge nella motivazione del premio: sì, perché la Munro è soprattutto un’autrice di racconti, tant’è vero che l’unica sua opera pubblicata come romanzo, Lives of Girls and Women del 1971, è in realtà a sua volta una raccolta di novelle interconnesse l’una all’altra, peculiarità che ha concesso all’opera di essere considerata un “romanzo”, appunto.
Ora, al di là delle varie e assortite notazioni che verranno formulate al proposito e di quanto si scriverà circa la vincitrice – la quale peraltro sta già ricevendo l’apprezzamento dei colleghi italiani: tra i primi Walter Siti, ultimo vincitore del Premio Strega, che ha commentato: “Finalmente hanno dato il Nobel a una scrittrice di grande valore. Capita che lo diano per ragioni geopolitiche, ma in questo caso è indiscutibile.” – mi permetto personalmente di considerare questo Premio Nobel ad Alice Munro un riconoscimento alla forma letteraria del racconto, così tante volte bistrattata, considerata figlia d’un dio letterario minore, denigrata da molti (con perfetta par condicio: editori, autori, lettori) quasi fosse scaturisse da un esercizio di scrittura debole, incompleto, incapace di narrare storie lunghe a sufficienza da poter essere considerate letteratura “autentica”, come al contrario sempre il romanzo si ritiene sia – almeno in principio.
Invece no, non è affatto così. Il racconto è letteratura alla massima potenza, è una cosa di cui sono convinto da sempre e che più volte ho sostenuto in diversi articoli (spalleggiato da altre ben più prestigiose “firme”): per tale motivo trovo questo Nobel particolarmente apprezzabile. A ben vedere, non è assolutamente semplice scriverne uno ben fatto, di racconto. Chi si impegna a scriverlo non può e non deve prenderlo sottogamba, non può considerarlo un lavoro minore, appunto, meno prestigioso e, magari, meno “responsabilizzante”. E’, secondo me, l’esatto contrario: il racconto è un possente e sublime esercizio di alta letteratura, lo ribadisco, in grado di narrare storie con rara intensità e capace di rivelare molto della bontà e della qualità di uno scrittore. Deve necessariamente essere, per sua natura e per suo destino, un testo pulsante, fremente, ricco fin dalle prime righe di spessore, denso d’un valore letterario che non può permettersi momenti di pausa, proprio perché la pagine a disposizione sono poche. Il romanzo, anche quello più movimentato, può permettersi qualche pagina di “quiete” narrativa, perché appunto avrà poi tutto il tempo, lo spazio e le parole per recuperare; il racconto no, deve definirsi da subito, delineare la propria “personalità” immediatamente, prendere il lettore e portarlo subito dentro la storia narrata senza troppi tentennamenti, e anche per questo, per imporre una tale vigoria al lettore che, inevitabilmente, si aspetterà che essa non scemi e anzi che la conclusione sia degna di tutto il resto, deve restare così denso e carismatico fino all’ultima riga. In fondo, sono le stesse considerazioni messe in luce dalla motivazione al premio: “Alice Munro è nota soprattutto come autrice di racconti ma sa portare in ciascuna storia altrettanta profondità, intelligenza e precisione come la maggior parte dei romanzieri in tutta la loro opera: leggere Alice Munro è imparare ogni volta qualcosa cui non si era mai pensato prima”.
Insomma, se il bravo scrittore è in grado di scrivere un capolavoro sia in forma di romanzo che di racconto, è ben più facile scrivere una gran schifezza sottoforma di racconto che di romanzo. Ecco perché di racconti ben scritti e compiuti, nel senso che ho qui delineato, ce ne sono in giro pochi – ovvero, ci sono pochi bravi autori capaci di scriverli e spesso, appunto, per generale sottovalutazione del genere e del suo valore. Per questo, credo che considerare il racconto una forma letteraria minore sarebbe come ritenere che un capolavoro pittorico debba necessariamente essere di grande formato, e che invece una piccola tela non possa esserlo. Il tutto, ovviamente, senza alcuna contrapposizione tra opera lunga e opera breve, tra romanzo e racconto: anzi, semmai è il contrario, che entrambi i generi possano brillare di intensa luce propria non può che illuminare ancor di più l’intero panorama letterario e “riscaldare” la passione di ogni lettore.
E’ un Nobel a suo modo significativo, dunque, quello conferito ad Alice Munro, che rende omaggio non solo a una grande scrittrice, ma pure a una parte importante della produzione letteraria contemporanea.

Douglas Adams, “Dirk Gently, agenzia investigativa olistica”

cop_dirk-gentlyNel campo delle espressioni artistiche in genere, sia classiche che contemporanee, capita spesso che un autore o un personaggio pur dotato di un ampio e prestigioso “curriculum” resti soprattutto legato nell’immaginario collettivo a una singola creazione, che maggior gradimento, suggestione, scalpore o altro di simile stampano indelebilmente, e in maniera assai identificante, nel ricordo dei più. Per intenderci: Leonardo è soprattutto la Gioconda, Beethoven la Quinta Sinfonia (col suo celeberrimo attacco Da-Da-Da-Daaannn!), Ungaretti è Mattina, Sean Connery è il James Bond per antonomasia, e così via.
Senza dubbio un simile principio può valere anche per Douglas Adams, il quale è, soprattutto, la Guida Galattica per Autostoppisti, uno dei romanzi umoristici più celebri del Novecento e tra i pochi, se non l’unico, a potersi meritoriamente fregiare del titolo di “capolavoro”, anche solo per la grande influenza “popolare” su una miriade di cose – dalla musica all’informatica al cinema e molto altro. Per questo, nel lettore che si trovi tra le mani un romanzo qualsiasi di Adams facilmente si para da subito nella mente la Guida Galattica come metro di paragone: un atteggiamento formalmente sbagliato ma sostanzialmente inevitabile, tanto originale e geniale è quel celebre volume. Questo potrebbe certamente accadere anche per un romanzo come Dirk Gently, agenzia investigativa olistica (Mondadori, 2012, traduzione di Andrea Buzzi; tit.orig. Dirk Gently’s Holistic Detectice Agency, 1987), pur se non direttamente correlabile alla serie della Guida Galattica, almeno in principio – perché è vero che poi il terzo libro di questa ulteriore serie con protagonista il bizzarro detective che crede nella fondamentale interconnessione di tutte le cose venne ritenuto dallo stesso Adams un romanzo valido sia come parte di tale serie che come sesto libro della serie della Guida Galattica: come a voler rimarcare che lo stile dello scrittore britannico è quello e da esso non ci si scappa, si narri di astronavi e alieni oppure di investigatori e… divani incastrati sulle scale…

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