L’essere umano? Solo la creazione di un gran pasticcione! (Arto Paasilinna dixit)

Bisbigliando nell’oscurità della hall, si domandarono se Dio fosse soddisfatto del settore umano della sua creazione che, nel corso della storia, era riuscito a fare così tanto male. I vizi erano legione: gelosia, invidia, violenza, guerre… difficile credere che avesse veramente creato l’uomo a sua immagine e somiglianza.
Secondo Rauno Rämekorpi era evidente che nella programmazione del prodotto doveva esserci un difetto di base fin dall’ideazione. Se avessero affidato a lui l’incarico della messa in opera avrebbe buttato via cop_lediecidonnedelcavaliere_bordoil prototipo prima ancora del collaudo. L’uomo era intrinsecamente obsoleto, inefficiente e poco pratico con quelle due gambe e il corpo glabro. La testa era troppo vulnerabile e le mani maldestre. Kirsti lo pregò di non essere blasfemo, ma ormai il Cavaliere era lanciato. La parte riuscita peggio è il cervello. L’uomo era senz’altro più intelligente dell’ippopotamo, ma anche dopo il processo produttivo continuava a essere avido, depravato, crudele e furbo, insomma un pessimo elemento. Rauno Rämekorpi riteneva che un Dio che aveva fatto un così pessimo lavoro non meritava tutta quella devozione.
Rauno: Non c’è da estasiarsi tanto davanti alla grandiosità di Nostro Signore… è un gran pasticcione!
Aggiunse che se un inventore del genere fosse venuto a candidarsi per un posto da ingegnere agli uffici di Tikkurila e avesse presentato l’uomo come pezzo forte del suo curriculum, non avrebbe mai trovato lavoro. E meno male che Dio non si è messo a produrre pompe. Il sistema idraulico cederebbe alla prima prova di resistenza e la corrosione delle parti metalliche lo renderebbe in breve tempo inutilizzabile. Per non parlare delle cabine di lusso concepite dall’Onnipotente, somiglierebbero sicuramente a tane di orsi: ecologiche, certo, ma chi ci vorrebbe passare le sue vacanze da sogno?

(Arto Paasilinna, Le dieci donne del Cavaliere, Iperborea 2011, traduzione di Marcello Ganassini, pag.124-125)

Razionalismo agnostico in salsa finnica, ironico tanto quanto ben più saggio di infinite altre “profonde” (?!) elucubrazioni di diverso segno, teologico o no… (E a breve, qui nel blog, la recensione del romanzo in questione!)

Erlend Loe, “Saluti e baci da Mixing Part”

cop_saluti-e-baci-da-mixing-partDi sicuro conoscerete e apprezzerete anche voi Mixing Part, vero? D’altro canto è una delle più belle e famose località turistiche delle Alpi, già sede delle Olimpiadi Invernali, di prestigiose gare di sci, di un celeberrimo trampolino di salto, inoltre da lì, con una spettacolare funivia, si può salire fin sulla vetta dello Zugspitze, la più alta vetta della Germania…
Beh, se proprio ritenete di non aver mai sentito un posto pur così famoso con quel nome, in effetti avete ragione, perché in verità si sta parlando di Garmisch-Partenkirchen, la più nota località sciistica della Germania: “Mixing Part” è il modo bizzarro in cui la rinomina il traduttore on line grazie al quale la famiglia dei Telemann da Oslo, Norvegia, prenota la propria casa di vacanza a Garmisch nelle prime pagine di Saluti e baci da Mixing Part, ultimo romanzo pubblicato in Italia (in ordine di tempo) di Erlend Loe, scrittore norvegese tra i più originali – soprattutto stilisticamente – del panorama letterario scandinavo (ovviamente edito da Iperborea nel 2012, con traduzione di Giuliano D’Amico; titolo originale Stille dager i Mixing Part, 1° ed.2009).
In verità è Nina Telemann, amante di tutto ciò che è germanico, a voler andare in vacanza a Garmisch-Partenkirchen/Mixing Part, mentre Bror, il marito, viceversa la Germania la odia, considerandola ancora un covo di nazisti che perseguono gli ebrei e rinchiudono i bambini nei sotterranei delle case…

Leggete la recensione completa di Saluti e baci da Mixing Part cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

La forza delle idee, la forza delle parole (Björn Larsson dixit #3)

Molti credevano che il difficile, nello scrivere, fosse avere qualcosa da dire, mentre in realtà era dirlo con forza, precisione ed eleganza che era problematico.
Nessuno scrive solo perché ha una vita interessante o ricca – anzi, in genere l’esistenza degli scrittori è piuttosto noiosa – ma semplicemente perché sa scrivere. Le esperienze personali non sono altro che una scorta di materiali tra cui scegliere – se si sa farlo, il che non è affatto garantito – quelli universalmente rilevanti, sempre che si sia in grado di metterli nero su bianco.

(Björn Larsson, I poeti morti non scrivono gialli, Iperborea 2011, pag.256)

cop_Poeti-morti-non-scrivono-gialliE’ da quando ho letto questo passaggio di Larsson, ormai settimane fa, che vi rifletto sopra. Concordo, nel principio, con quanto affermato dallo scrittore svedese, ma è anche vero – a mio parere – che in certi (o in molti?) casi vi sono testi che non appaiono scritti con forza, precisione ed eleganza forse proprio perché, in fin dei conti, non hanno molto da dire. Ovvero, se fosse pur vero che l’esistenza di uno scrittore è piuttosto noiosa (beh, gente come Bukowski o Hemingway – giusto per fare due nomi – non credo la penserebbe così!), egli sa scrivere anche perché sa dire, e ricava da ciò l’energia necessaria per farlo bene. Ci dice e ci racconta di questa sua forza espressiva, insomma, della sua eleganza e dello stile: è in verità una grandissima forma di eloquenza letteraria, questa, che ci fa comprendere come (anche senza essere scrittori, in fondo) è necessario che si abbia l’energia, noi tutti, per dire. Cioè, per pensare, per avere ed esprimere la nostra idea, forte tanto da poter essere espressa con pari forza. Poi si può certo essere più o meno bravi nello scriverla, e magari tanto bravi da diventare scrittori dopo averla scritta ma, appunto, qualcosa da dire dobbiamo averla tutti. Cosa apparentemente ovvia eppure, io credo, sempre più rara. Se non già rarissima.

Ma la politica è veramente libertà di pensiero? (Björn Larsson dixit #2)

foto_bjorn_larsson_2Aveva perfettamente ragione Gao Xingjian, che sapeva bene di cosa stava parlando, quando sosteneva che ogni forma di associazione o movimento politico implicava già una sorta di repressione della libertà di pensiero e di espressione.
(Björn Larsson, I poeti morti non scrivono gialli, Iperborea 2011, pag.23)

Che dire, se non di essere totalmente d’accordo? Non potrei non esserlo, dacché sono italiano. E ho detto tutto.

Di editori che non potrebbero (o non dovrebbero) più guardarsi allo specchio, al mattino… (Björn Larsson dixit #1)

Se una casa editrice paga un anticipo di mezzo milione di corone per un libro, è ovvio che poi è costretta a dar fiato alle trombe del marketing. Qualsiasi critico che ne parli bene viene citato come arbitro del gusto, di lunga e consolidata esperienza. In certi paesi si arriva perfino a pagare le librerie perché espongano il volume in vetrina: tutto per recuperare le spese sostenute. Ma non è quello il vero pericolo: è se mai il rischio di deludere i lettori. Pubblicare in pompa magna libri che poi non mantengono le promesse è come minare la fiducia nella letteratura. E alla lunga equivale a scavarsi la fossa con le proprie mani.
(…)
Dico solo che dobbiamo fare il possibile per pubblicare il meglio di ogni genere. Dobbiamo imitare i produttori di vini e investire sulla qualità, perché è una scelta che paga. Chi produce più ormai quei vinacci acidi in bottiglioni con il tappo a vite? Nessuno. Perfino i vini bag-in-box sono migliori della feccia a buon mercato di una volta. E perché? Perché i consumatori hanno imparato che ci guadagnano di più a bere vini buoni che cattivi, indipendentemente che si tratti di rossi o bianchi, di Bordeaux o vini del Rodano, di vini tedeschi o bulgari. Perché il mercato editoriale dovrebbe essere diverso? (…) Dobbiamo comunque fare del nostro meglio. Giusto per potersi guardare allo specchio quando ci si alza al mattino.
(Björn Larsson, I poeti morti non scrivono gialli, Iperborea 2011, pagg.10-11)

foto_bjorn_larsson_1Scusi, lei, illustrissimo Björn Larsson: com’è che conosce così bene il panorama editoriale italiano?
Ah, no, un attimo… Forse non si sta riferendo direttamente alla situazione italiana. Qui ormai è da tempo che non si pubblica più il meglio di ogni genere, e che sempre di più i libri si vendono non per la loro bontà letteraria ma per il più tambureggiante marketing, e addirittura che le librerie legate ai grandi gruppi editoriali fanno pagare gli autori che vogliano esporre i propri libri in vetrina… Già, qui la situazione è anche peggiore di quella descritta da Larsson: mi auguro veramente di sbagliare, ma temo che la fossa scavati sia già piuttosto profonda…