MIA Fair 2013, Milano: la fotografia tra buliMIA, metoniMIA e anoniMIA…

Si è chiusa ieri a Milano la terza edizione della MIA Fair, la miglior esplorazione possibile che si possa compiere nella fotografia moderna e (soprattutto) contemporanea: Oltre duecento gallerie, ciascuna presentante un solo artista/fotografo – formula tipica della fiera milanese, che personalmente trovo molto funzionale e gradevole – e inoltre una sezione dedicata alle proposte direttamente scelte dalla direzione artistica MIA, una bella presenza dell’editoria di settore, molti eventi di contorno, il tutto ben organizzato dal team guidato in prima persona da Fabio Castelli, l’inventore della fiera.
Visitare MIA Fair è veramente come compiere la migliore esplorazione possibile nella produzione d’arte fotografica odierna, come già dicevo poco sopra: si può capire piuttosto bene cosa si sta facendo, come lo si fa, le tendenze più in voga e, ovviamente, pure le “devianze” verso futilità e sciatterie più o meno accentuate. Ormai la fotografia, da figlia di un dio minore come è stata considerata dal mondo dell’arte fino a poco tempo fa, è diventata non solo membro effettivo di esso ma pure, per così dire, onorario – come ho potuto constatare anche al MiArt, per restare in ambito milanese, ovvero altrove in altri eventi artistici recenti. La fotografia tira parecchio, non c’è che dire, ed è forse oggi uno dei MIA_logo_photomedia artistici più in grado, potenzialmente, di fare onore a quelli che sono gli scopi stessi dell’arte in quanto espressione dell’umano intelletto; innegabilmente ciò è dovuto pure alla relativa facilità produttiva e alle infinite possibilità date dall’elaborazione digitale, che possono certo creare inaspettati capolavori ma pure mostruosità indicibili – l’onnipotenza della tecnologia mi pare che a volte faccia uscir di senno qualcuno fotografo, artista o che altro, nella falsissima e pericolosa convinzione che tutto possa essere considerato “arte” se dotato d’una qualche “elaborazione” (in senso generale) la quale, più o meno direttamente, possa giustificare un significato profondo e (pseudo)filosofico a immagini viceversa d’una banalità sconcertante…
Insomma: quei tre termini con i quali ho costruito il titolo di questo post – giocando come mio solito con le parole, le rime e i concetti – credo possano abbastanza ben riassumere le sensazione che ho ricavato dalla personale esplorazione della MIA Fair di quest’anno.
Partiamo con bulimia, ovvero “grande fame” – di fotografia, ovviamente: come dicevo, l’interesse attorno all’arte fotografica è costante se non sempre crescente, nonostante i tempi magri che stiamo vivendo. Molti prezzi di opere esposte sono certamente accessibili a tanta gente, e si è ormai creato un collezionismo e un mercato di genere sostanzialmente diverso rispetto a quello dell’arte visuale “classica” nonché piuttosto vasto, che giustifica una produzione di lavori imponente, con tutto quanto ciò comporta in termini di livellamento della qualità per eccesso di quantità, appunto. Ma se finché il “tiro” suddetto tiene ci può essere posto per tutti, non ho potuto non notare un po’ meno fremito del pubblico tra gli stand, rispetto allo scorso anno… Mi aspettavo un maggior affollamento interessato, insomma, nella giornata di apertura della mostra più nazionalpopolare quale è sempre la domenica: non so se questo sia un segno di calo della fame, o di dieta forzata per evidenti carenze finanziarie di sempre più persone oppure, più semplicemente, perchè la fotografia è un media che più di altri può essere apprezzato, valutato e magari pure acquistato, almeno a livello di trattative iniziali, sul web. L’interesse e il tiro ci sono, lo ribadisco e me lo confermano molti galleristi con cui ho chiacchierato: forse il problema è opposto, ovvero c’è fin troppo da mangiare, ora, rispetto alla capienza degli stomaci, e ogni tanto una insalata leggera ci sta anche bene!
Metonimia, ovvero il sostituire una parola con un’altra di significato correlato o correlabile. Cioè, in tal caso: fotografia per arte, e viceversa. Correlazione esistente ed evidente, in certi casi, del tutto ambigua in altri se non forzata o peggio fasulla in alcuni. Come affermavo prima, la fotografia è diventata ormai membro d’onore del mondo artistico contemporaneo, ma ciò non significa automaticamente che tutti i lavori fotografici presentino un considerabile valore artistico, dacché a volte tale valore mi pare più affermato da un certo apprezzamento interessato di chi vuole spingere il lavoro in oggetto piuttosto che dalle peculiarità dello stesso. Insomma, per intenderci, forse certa fotografia sta nelle gallerie d’arte come una bottiglia d’acqua sta in una enoteca: non è detto che siccome l’involucro è lo stesso, anche il contenuto sia assimilabile… Ma, sia chiaro, di fotografia creata con intento autenticamente artistico ce n’è e anche di alto livello: nella produzione imponente immessa sul mercato di oggi, si tende forse troppo a fare di tutta l’erba un fascio, quando invece certe ben determinate distinzioni dovrebbero essere più fermamente mantenute, anche per non annacquare il valore complessivo della fotografia contemporanea e, indirettamente ma nemmeno troppo, dell’arte stessa.
Anonimia, infine, termine che è inutile spiegare, e il cui senso qui è facilmente intuibile. Come ha brillantemente affermato Pio Tarantini in uno scritto che ho ripreso tempo fa anche qui sul blog, che la fotografia, con tutte le sue enormi potenzialità digitali, ancora oggi tenda a riprodurre (e/o a imitare) quanto già fatto dalle altre arti visive e in particolare dalla pittura, è una cosa parecchio discutibile. Sarebbe come avere tra le mani un computer potentissimo e utilizzarlo a mo’ di calcolatrice… In questa edizione della MIA mi è parso di vedere ben poca sperimentazione, poco coraggio e intraprendenza, mentre ho notato una certa standardizzazione di molta produzione su immagini che, evidentemente, sono ritenute quelle di maggior impatto, ergo di miglior apprezzamento da parte del pubblico – con relative buone ricadute commerciali, ovvio. Ugualmente, molta produzione rinnova con forme odierne ma sostanza “classica” cose già fatte in passato – anni ’50 e ’60 del Novecento, soprattutto – mentre non è ancora molto diffuso un approccio di matrice artistica alla creazione dell’immagine fotografica, la quale vive ancora molto, io credo anche troppo, di tecnica. Il che non significa certamente che tali immagini non siano belle – anzi, di brutte opere alla MIA ce n’erano assolutamente poche – ma di contro significa che esse, andando oltre la loro valenza estetica, alla fine non offrono granché.
Per finire, due nomi a mio parere rimarcabili tra i fotografi presentati in fiera: uno, Gian Paolo Tomasi (con Galleria Elleni di Bergamo), tra i pochi che ha veramente reso la propria fotografia un media del tutto artistico, capace di colpire l’occhio tanto quanto la mente e l’animo, illuminando e parimenti confondendo tutti ovvero instillando quello stato di estatico smarrimento che è sovente una delle fonti primarie della ricerca di conoscenza e consapevolezza sulla realtà d’intorno. Due, Piero Leonardi (proposta MIA), con la sua serie Purgatory, tutta giocata su variazioni del bianco in paesaggi apparentemente invernali ma che potrebbero benissimo essere altro ovvero ambientazioni indeterminate, metafisiche, ultra-minimaliste al punto da poter/dover essere colmate dalla percezioni e dalle visioni mentali del visitatore.
Per concludere: fiera bellissima, evento che resta imprescindibile, tempi grami anche per lo sfavillante sistema dell’arte del quale la fotografia è parte ormai integrante, con conseguente vago eppure percepibile momento di attesa, di stiamo-sul-chi-va-là-più-di-prima, di assestamento d’un mercato ancora piuttosto nuovo e probabilmente per questo non del tutto definito e definibile.
A Ottobre MIA Fair raddoppierà, e debutterà a Singapore: un format italiano di successo da esportare, o una fuga verso mercati più ricchi e intraprendenti? Vedremo, vedremo…

(P.S.: la foto in testa al post è di M.Tarantini)

Fiera del Libro di Romagna 2013: “Romagna mia | Romagna in FIERA | Tu sei un evento | Che si fa onore!”

Ok, ammetto che il titolo di questo articolo possa suonare quanto meno bizzarro (e non certo perché echeggiante il celeberrimo successo di Casadei), ma vi assicuro che è assolutamente consono – pure geograficamente, poi! – ai contenuti che sto andando a presentarvi e a un evento che, fin da questa prima edizione, ha subito trovato la giusta e assai gradevole armonia per mirare ad affermarsi tra quelli che contano nel panorama espositivo nazionale dedicato all’editoria indipendente.
Fiera del Libro di Romagna, appunto, a Cesena nella bella e funzionale cornice del Palazzo del Ridotto – in centro città e a pochi passi dalla celeberrima Biblioteca Malatestiana – prima edizione SOLO_Logo-fiera-libro-Romagnasvoltasi nel fine settimana appena trascorso, ovvero: un bel salto nel buio, visto come, non così rare volte, certi eventi potenzialmente rilevanti e carichi di aspettative e speranze notevoli si siano poi rivelati dei fiaschi, a volte non per colpa degli organizzatori, altre volte sì e pure troppo ma, indubbiamente, dovendo in generale considerare una tale quantità di elementi e variabili imprevedibili che possono rapidamente trasformare in un insuccesso qualcosa che invece sembra destinato a ben altra gloria.
A Cesena invece, certo per buona sorte (un fine settimana meravigliosamente primaverile, ad esempio) ma io credo più per bravura dell’organizzazione e bontà “culturale” del palcoscenico cittadino e del suo pubblico, ne è scaturito un evento così bello che sembrava già ben rodato nonostante invece fosse al debutto: molto vivo, visitato da un pubblico quasi sempre folto e interessato, con una trentina di espositori di livello e un calendario di incontri, conferenze e presentazioni – tra le quali si è annoverata pure quella dei miei ultimi due romanzi! – di grande interesse. Molti temevano che le condizioni meteo anche troppo favorevoli portassero i cesenati ad affollare le vicinissime spiagge della riviera romagnola abbandonando la città, e invece, per ribadire quanto poco sopra affermato, proprio nella giornata di domenica e nonostante una temperatura da primo bagno di stagione la Fiera ha riscontrato la maggiore affluenza in assoluto, con soddisfazione degli espositori e soprattutto, cosa ben più importante, dei visitatori.
Insomma, una fiera appena nata ma che già ha saputo costruirsi solide basi – di immagine, di consenso e di qualità generale – per un futuro che io spero assolutamente di rilievo. Il calendario degli eventi espositivi dedicati ai libri, alla lettura e all’editoria non è certo scarno di appuntamenti, da quelli storici e istituzionali ad altri piccoli e, purtroppo, in certi casi evanescenti (per non dire inutili); sovente sorge il dubbio che molti eventi di piccola portata non sappiano evitare il rischio di palesarsi come fiere paesane o poco più, buone giusto se non si sa che altro fare in un pomeriggio domenicale ma, ai fini della valorizzazione e della diffusione dell’editoria indipendente, sostanzialmente insignificanti – e, a ben vedere, quel rischio non lo evitano nemmeno certe fiere letterarie di città importanti, la cui sola presenza urbana intorno dovrebbe comportare un livello di esse ben più elevato. Anche a Cesena il rischio ci poteva essere, assolutamente: lo stesso nome scelto per la Fiera poteva dare adito a dubbi di eccessiva geolocalizzazione di essa e, dunque, a un inevitabile interesse ristretto alla sola zona; invece, gli organizzatori hanno senza dubbio saputo ampliare da subito il senso e la portata della Fiera cesenate, riuscendo a valorizzare le eccellenze editoriali locali ma portando in città anche realtà provenienti da tutta Italia, unendo a ciò un ottimo e proficuo lavoro di promozione (programmata, sulla stampa locale, ma anche in real time, con volantinaggi nel centro cittadino e innumerevoli altri richiami alla visita) che, lo ripeto ancora, ha comportato alla fine della fiera (mai intercalare popolare potrebbe essere più adatto, qui!) un successo veramente notevole, e una bella eredità d’immagine da sfruttare alla meglio per le edizioni future. Buona la prima! – come si dice, ma di certo con questo passo la seconda e le successive saranno anche meglio.

(P.S.: la foto in testa all’articolo è di Tipografia Faentina.)

MIART 2013: priMI ARTicolati passi verso un futuro migliore…

C’era parecchia attesa, e relative cospicue aspettative, sull’edizione appena conclusa di MIART, la fiera d’arte moderna e contemporanea di Milano quest’anno messa nelle mani di Vincenzo De Bellis dopo la parecchio deludente edizione 2012 e una storia passata che non ha quasi mai saputo essere degna della piazza meneghina: inutile dire che la metropoli Milano, città centrale nel sistema dell’arte italiano e non solo, priva di una propria almeno “buona” fiera del settore, è sempre parsa a molti una cosa non accettabile – come possedere un bellissimo aereo ma non un adeguato aeroporto sul quale farlo atterrare, ecco. Ciò, ovviamente, saltando a piè pari tutte le solite varie discussioni sul senso e valore delle fiere d’arte, sulla loro utilità o futilità, su che l’esserci significhi far parte del sistema dell’arte odierno oppure dimostrarsi di esso ostaggio eccetera, eccetera, eccetera…
Beh, per quanto ho potuto vedere e trarre, dico da subito che Vincenzo De Bellis credo sia riuscito a rimettere MIART sulla strada giusta. Non era semplice, e non solo per una questione di progetto e di lavoro da realizzare in concreto ma pure di immagine, non poco offuscata dalle discutibili edizioni miart2013_logopassate, appunto. Presenti le solite gallerie “senatrici” del mercato italiano, nettamente aumentate quelle provenienti dall’estero – alle quali pare siano state riservate condizioni di favore, il che ha fatto storcere il naso a qualcuno: dare spazio alle gallerie straniere per “aprire” e internazionalizzare il mercato italiano – oltre che per dare un lustro più cosmopolita all’evento fieristico, ça va sans dire! – non comporta di contro il sbarrare la strada a molte meritorie gallerie italiane che avrebbero potuto e voluto essere presenti? Questione che d’altro canto riporta alle prima citate discussioni generali sulle fiere d’arte: una fiera italiana – qualsiasi essa sia – deve essere soprattutto una vetrina per le gallerie italiane oppure, di contro, deve rappresentare un palcoscenico per quelle estere molte delle quali altrimenti non saprebbero come presentarsi al pubblico nostrano?
Sia quel che sia, il nuovo corso debellisiano ha certamente contribuito a rinfrescare le proposte che ho visto nei vari stand, con una maggiore presenza di arte contemporanea “effettiva” più che di opere già storicizzate – le quali continuo a non capire granché cosa ci facciano in un evento comunque “popolare” come una fiera del genere… Posso capire qualche pezzo di “rappresentanza”, ma interi stand dedicati a opere che, io penso, a mai nessuno o quasi verrebbe in mente di acquistare nella confusione di una fiera d’arte piuttosto che nella tranquilla riservatezza della galleria, mi sembrano spazio rubato a proposte invece più meritorie di una presentazione in tale contesto, di luogo e di pubblico, senza con ciò deprimere il senso della presenza della galleria stessa… – e una migliore disposizione degli espositori, grazie anche all’introduzione di sezioni diversificate identificanti le varie proposte – sistema già in uso da tempo altrove e dunque già dimostratosi efficace. Da notare la sempre importante e cospicua presenza del media fotografico – ormai quasi fondamentale nell’arte contemporanea – con viceversa la pittura buona solo in rari casi e semmai confermante il suo stato piuttosto comatoso, mentre altrettanto numerose le installazioni, propriamente dette (ovvio, non monumentali!) ovvero ibride, a metà strada tra installazione e scultura, insomma; il video è presente ma sempre come media di nicchia, si affaccia timidamente il fumetto e invece sembrano ancora del tutto assenti o quasi certe nuove espressioni artistiche che invece altrove stanno già riscontrando notevoli consensi di critica e di mercato – la street art, ad esempio, oppure certa altra arte legata alle nuove tecnologie, digitali o meno.
Nel complesso, insomma, e con tutti i distinguo del caso, le proposte che le gallerie hanno presentato in fiera mi pare si siano rivelate spesso interessanti, in alcuni casi notevoli come d’altronde in altri ignobili – ma certamente nella massa eterogenea di una fiera è normale che si possa trovare l’eccelso come il pessimo: in fondo, è sempre il de gustibus che trionfa… – anzi, no, ma che dico: magari fosse solo quello! In verità è ben più la pecunia che trionfa, e basti constatare certe quotazioni esagerate di opere quanto meno discutibili eppure, con i giusti appoggi (trad.: “raccomandazioni”, già!), presentate e imposte come ovvie dal gallerista di turno… Nota di merito alle gallerie berlinesi presenti: si dice che la capitale tedesca non sia più l’ombelico del mondo dell’arte maggiormente avanguardista e innovativa come qualche anno fa, tuttavia mi sembra si sappia difendere ancora bene.
Per concludere: molti sostenevano (a ragione) che fare peggio della scorsa e delle precedenti edizioni era quasi impossibile, fatto sta che il MIART 2013 firmato Vincenzo De Bellis non avrà certamente dissolto come neve al Sole tutto la patina di perplessità accumulatasi nel tempo sulla superficie della fiera milanese ma, ribadisco, mi sembra che abbia mosso i primi buoni e articolati passi sulla via giusta e verso un futuro senza dubbio migliore. Tale considerazione positiva l’ho potuta evincere non solo da quanto ho detto finora e dalla buona affluenza di pubblico durante l’intero orario di apertura (fate conto che sto facendo riferimento alla giornata di domenica 7) ma pure, devo dire, in una diversa e più positiva – o meno deprimente! – atmosfera che si respirava tra gli stand rispetto già ad un anno fa… Tutto ciò, sia chiaro, non decreta il successo “concreto” di un evento come il MIART – nel quale e grazie al quale se i galleristi non vendono sarebbe comunque da considerarsi viceversa fallimentare, pure con i padiglioni della fiera traboccanti di gente! – ma, almeno, aiuta a ricostruire l’immagine di un evento del quale Milano necessita sicuramente, e che ora può finalmente guardare con qualche buona certezza in più verso il futuro, nella speranza che De Bellis (il quale, forte del suo contratto triennale, ha dunque ancora due edizioni da curare) possa far fruttare nel migliore modo possibile il lavoro iniziato – senza nessuno che giunga a infilargli il classico (in Italia) bastone tra le ruote…

BUK 2013: la ciambella è uscita col BUKo ed è squisita, forse manca un po’ di fame…

…O forse è proprio perché c’è “fame” ma d’altro genere, che la dieta si è ancora un poco irrigidita…
Sì, certo, ora spiego meglio il tutto. BUK 2013, Modena, Fiera della Piccola e Media Editoria, indubbiamente uno dei migliori eventi del genere in Italia: direi che anche quest’anno si conferma tale, grazie a una location, il Foro Boario, sempre gradevole e funzionale, a una valida organizzazione, a un ricco calendario di eventi – interni alla fiera ma anche esterni – e a un’affluenza di pubblico tutto sommato buona, sulla cui entità ha certamente influito la giornata fredda e piovosa – alla faccia dello spostamento in avanti sul calendario della fiera, nelle prime edizioni programmata durante il mese di Febbraio, e alla concomitanza di altri eventi culturali BUK-copertina-2013ok-209x300nazionali di grande pregio… D’altro canto il “buon nome” la BUK se l’è ormai fatto, ed è prova di ciò la costante presenza di editori che coi propri stand non lascia certo spazi vuoti nei begli ambienti del Foro Boario. Insomma: se a volte mi è capitato di constatare (anche direttamente) che in tema di eventi dedicati alla lettura e all’editoria non sempre le ciambelle sono uscite col buco, qui invece il BUKo la ciambella ce l’ha ed è risultata pure gustosa, come tradizione! Quindi ci si poteva (forse ci si doveva) aspettare una bella abbuffata libraria, da parte dei visitatori; invece, valutando apparenze che tuttavia credo difficilmente confutabili da dati di segno opposto, mi pare che il periodo di crisi economica (e non solo) che ormai da (troppo) tempo ci sta attanagliando, il quale quasi da subito s’è fatto sentire pesantemente nell’ambito culturale in generale ed editoriale in particolare, abbia fatto ancor più stringere la cinghia al pubblico “comprante”, imponendo agli acquisti librari un regime dietetico più rigido del solito… Ma credo sia inutile rimarcare la realtà di una situazione ormai più che manifesta circa stato della lettura in Italia e su quanto gli italiani siano disposti a spendere per acquistare libri, di questi tempi grami. Anzi: sia gloria ad eventi come la BUK che invece sanno ancora attrarre un pubblico per gran parte interessato alla buona letteratura – quella che sempre più spesso sono le case editrici indipendenti a offrire, piuttosto che quelle grandi e blasonate – e, cosa ben più importante, disposto a “investire” su di essa, ad acquistare libri di autori poco noti ma dai contenuti di valore e a mantenere vivo un settore fondamentale della cultura italiana che altrimenti rischia di essere soffocato dall’oligarchia di mercato dei suddetti grandi editori e dai loro prodotti di largo consumo e di ristretto valore letterario. E se qualcuno in fiera restava un poco basito quando, fermando alcuni visitatori vaganti tra gli stand, essi si dichiaravano “non lettori”, a me hanno fatto parecchio piacere quelle “insolite” presenze: se è vero che una fiera dedicata ai libri e alla lettura, nella quale espongono editori che mirano in primis a vendere i propri libri, si rivolge soprattutto ai lettori, è altrettanto vero che uno degli scopi fondamentali di eventi del genere è anche di attirare verso il mondo letterario chi ne è rimasto sempre lontano, per qualsivoglia motivo. Di principio, penso che anche un solo libro venduto a un non lettore entrato in fiera per mera curiosità – o, più banalmente, perché fuori pioveva e dentro no – sia un risultato anche più importante dello zaino ricolmo di libri acquistati dal lettore fortissimo: questi, ahinoi, sono appassionati a rischio d’estinzione, mentre i primi fanno parte di una categoria che è in tutto e per tutto una preziosa opportunità da coltivare il più possibile, per il bene non solo degli editori ma dell’intera cultura italiana.
A proposito di editori, e di quanto hanno proposto in fiera, un’altra realtà che mi è parsa evidente è una certa mutazione dell’offerta di molti di essi, credo legata a sua volta alla difficile congiuntura economica attuale: se fino a qualche tempo fa su dieci libri proposti otto erano di narrativa, oggi questi si sono ridotti a non più di 2/3, mentre è parecchio aumentata la produzione saggistica e a carattere biografico. Comprensibilmente, un saggio o uno scritto di genere divulgativo ha fin da subito a disposizione una certa quota di pubblico che al tema trattato è interessato, dunque un numero di potenziali compratori maggiore rispetto alla narrativa generalista, che non può far altro che cercare di conquistarsi sul campo ogni singolo lettore, con ovvie e ben maggiori difficoltà – stante pure un mercato oggettivamente saturo o, meglio, sbilanciato tra offerta abbondante e domanda (la quantità di lettori nel nostro paese) che invece tende a stagnare, se non a diminuire: non casualmente molti distributori si rifiutano addirittura di portare sul mercato nuove opere di narrativa, soprattutto di autori esordienti, che rappresentano un’incertezza di vendita assoluta ovvero un’incognita troppo grande da affrontare (cioè una potenziale perdita economica, per parlarci chiaro!) Ciò forse accrescerà le uscite di nuove opere in autoproduzione e il print on demand senza supervisione editoriale: certamente un’opportunità per quei talenti che non saprebbero altrimenti come proporre le proprie opere, ma obiettivamente quanti ce ne sono in giro di autenticamente tali, a fronte di una gran bella massa di pseudo-scrittori che, se sottoposti al vaglio di una casa editrice seria, verrebbero caldamente esortati a dedicarsi ad altre forse più consone passioni?
Per concludere: un’edizione ottima come sempre per quanto riguarda l’evento in sé, mentre tutto sommato interlocutoria a livello pratico, che a fronte di umori generali piuttosto mogi lascia aperto il campo a sviluppi futuri che non ci si può che augurare migliori e propizi, dacché – lo ribadisco sempre, a costo di diventare monotono – la lettura, e il relativo acquisto di un libro, non è un mero gesto di natura personale e commerciale, ma è una vera e propria azione culturale di valore fondamentale per l’intera società, che se vuole veramente essere civile e avanzata non può e non potrà mai rinunciare alle solide e insostituibili fondamenta della cultura. E la società siamo noi tutti, lettori e non lettori…

Domenica 24 Marzo, Modena, BUK 2013: io ci sarò, e voi?

LMRQP_con_CLMRDDomenica 24 Marzo prossimo sarò nuovamente presente con i miei libri a BUK 2013, la Rassegna della piccola e media editoria di Modena, indubbiamente al pari di Chiari l’evento italiano più interessante e partecipato dedicato alle case editrici indipendenti. Una vera e propria festa popolare dei libri, che ogni anno conferma l’interesse del pubblico e supera i precedenti record di affluenza, nella quale girare tra i vari stand è un vero piacere per gli occhi, la mente e l’animo, e conferma l’altissima qualità della produzione letteraria ed editoriale indipendente. Uno dei quei (pochi, mi permetto di dire) eventi letterari nazionali, insomma, che ancora sanno riconciliare con i libri e la lettura, per la bella atmosfera che sanno generare e, ancor di più, per consentire finalmente a quella parte del mondo editoriale italiano che ancora sa fare buona, se non ottima letteratura di mostrarsi in tutto il suo valore, e di mostrare quanto tale valore sia sovente ben maggiore di quello che la grande editoria offre. Ergo, un appuntamento imperdibile per ogni appassionato di libri!
Cliccate QUI per visitare il sito web ufficiale di BUK 2013 e conoscerne ogni informazione utile, oppure cliccate sulle copertine dei due miei ultimi romanzi per sapere ogni cosa su di essi – romanzi che in fondo sono e saranno i protagonisti principali, loro anche più di me, della presenza del sottoscritto in fiera! E se vorrete passare a trovarmi allo stand di Senso Inverso Edizioni, beh, sarà un piacere incontrarci e chiacchierare… (e magari ci scappa pure un buon bicchiere di vino!)

P.S.: ovviamente potete venire a BUK anche se non siete lettori e solo per fare qualcosa di diverso dal solito! Già la bella atmosfera che vi troverete merita la visita, ma se poi adocchierete qualcosa che vi pare interessante, non esitate a comprarlo. Potrete così aiutare delle persone, gli editori indipendenti, che giorno dopo giorno “lottano” per difendere la propria passione verso i libri e la letteratura e lo fanno spesso sacrificando non solo energie ma pure soldi (non li vedrete certo andare via con costosi SUV o fiammanti coupè, i piccoli editori!), ed è inutile rimarcare, credo, quanto sia fondamentale il loro impegno per un’Italia così bisognosa di buona cultura – stante la latitanza del merito di chi invece avrebbe la forza (industriale ed economica) per farlo… (certo, la “grande” editoria, sempre lei!) Insomma, non è che comprerete solo un libro (o magari anche di più), ma sotto molti aspetti farete pure in modo di aiutare l’intera buona cultura italiana. E non è assolutamente poco.
A meno che non vorrete vedere in giro solo “libri” come questo
Ecco, appunto. E lunga vita alla buona letteratura e a chi ancora la promuove!