L’ignobile DaD in Valtellina per le Olimpiadi

[Un volantino affisso a Sondrio contro la DAD. Immagine tratta da www.sondriotoday.it.]
Personalmente, e in tutta franchezza, trovo che la decisione che sarebbe stata presa in Valtellina di sottoporre parte degli studenti locali alla Didattica a Distanza (DaD) nel periodo delle Olimpiadi di Milano Cortina, anche in forza della soppressione di alcune corse del trasporto pubblico al fine di agevolare il traffico sulle strade che portano verso le sedi delle gare olimpiche in alta Valtellina, sia semplicemente vergognosa.

Nonostante la sua apparente marginalità nell’intera vicenda olimpica, credo che l’idea che la giustifica sia tra le più indegne e inquietanti, anzi: nella decisione è possibile intravedere anche cenni di anticostituzionalità, innanzi tutto per come leda l’equità del diritto allo studio garantita a tutti i cittadini (articoli 3 e 34) oltre che la qualità dello studio stesso, in base a motivazioni del tutto effimere (un evento sportivo con partecipazione pubblica ludico-ricreativa come sono le Olimpiadi, appunto).

Si tratta di un ennesimo schiaffo in pieno volto ai territori e comunità alle quali le Olimpiadi sono state imposte, assoggettandoli a opere e infrastrutture sovente opinabili e negando loro qualsiasi interlocuzione (altro evidente elemento di anticostituzionalità) e ciò solo per garantire e legittimare la relativa propaganda strumentale da parte di chi le Olimpiadi le ha volute e ora non vuole ammetterne il fallimento organizzativo e politico ormai per molti aspetti evidente.

[La pagina che il 22 gennaio il quotidiano “La Provincia” ha dedicato alla questione.]
È bene ricordare che la DaD è una procedura didattica emergenziale che viene giustificata soltanto da situazioni eccezionali e altrimenti ingestibili, come fu nel periodo della pandemia da Covid, la quale necessita di una metodologia didattica specifica che limiti il più possibile l’altrimenti inevitabile disequilibrio nel diritto allo studio costituzionalmente garantito, come già detto.

Qui invece, per l’ennesima volta, ci si trova di fronte a un’imposizione di matrice politica profondamente priva di senso civico e sostanzialmente antidemocratica. Piuttosto, è ormai palese che l’unica reale emergenza, nei territori olimpici, è proprio quella generata dall’impatto delle Olimpiadi sulle comunità e dalla relativa gestione nefasta di chi ne è stato/ne è responsabile. Punto.

La “social-solitudine” dei giovani d’oggi

[Foto di Matthew Henry da Unsplash.]
In questi giorni stanno circolando sugli organi d’informazione i risultati di un’indagine curata dall’Osservatorio indifesa dell’associazione “Terre des Hommes” e del gruppo “OneDay” sui giovani (la potete leggere cliccando sull’immagine qui sopra), dai quali si evince che ben l’88% di essi ritiene di soffrire di solitudine.

Ora, pure al netto delle possibili risposte magari fornite con eccessiva superficialità e prive di un’autentica giustificazione, è parecchio inquietante constatare come, nell’era dei social network – così appunto si sono chiamati, “reti sociali” – la generazione che più è connessa e più si connette (dovrebbe connettersi) tra coetanei, in un’età nella quale la socialità è naturale e vitale, si dichiara la più sola. Ciò fa tornare a galla ormai annose disquisizioni sul ruolo, l’influenza e il valore dei social network e le relative considerazioni non esattamente positive al riguardo, ma per molti aspetti mette in discussione l’intero aspetto sociale dell’era e nell’era contemporanea, una questione troppo spesso sottovalutata, trattata in modi piuttosto superficiali quando non trascurata totalmente. Sul tema ci ho riflettuto più volte anch’io, qui sul blog, ad esempio in questo articolo di quattro anni fa nel quale cercavo di capire chi debba essere realmente considerato un “essere sociale”, oggi, e mi pare che quelle riflessioni risultino valide anche ove messe in relazione con i risultati della recente indagine prima citata.

Così, forse fin troppo retoricamente, forse no, mi viene da pensare che ci si può sentire molto meno soli a vagare in solitudine nell’ambiente naturale, lontani da tutto, che a stare nel bel mezzo della società restando continuamente connessi a un ambiente virtuale. E che forse, come ho scritto altre volte, vivere certe condizioni di temporanea solitudine rappresenta la maniera migliore per comprendere, apprezzare e vivere appieno la socialità. Una pratica che non mi sembra così esercitata, al giorno d’oggi: e chissà che quella paura di restare soli di così tanti giovani di oggi non debba essere interpretata proprio come una richiesta di apprendere da qualcuno o qualcosa come vivere meglio la solitudine, ad averne meno timore, a ritrovare una dimensione sociale e di socialità molto meno virtuale e più materiale, più reale, anche grazie alla realtà e alla materialità, ovvero alla concretezza, del mondo che si ha intorno. Qualcosa che di sicuro potrebbe essere ritrovato proprio in una maggior “connessione”, sì, ma con la Natura, ecco. E d’altro canto, potrebbe pure accadere che tale connessione naturale equilibri e riduca la connessione con il mondo virtuale dei social network e di certo web del cui abuso tante voci di denuncia e di allarme si levano, chissà.