Il paesaggio, il ben-essere, Gaber e noi

Passeggiata tranquilla, oggi*, ma quanto mai balsamica e necessaria per riconnettermi al mio paesaggio.

È metà ottobre ma il pomeriggio sa ancora di estate – anche troppo, visto il caldo che fa –, tuttavia qualche faggio (mi piace fantasticare che siano quelli “leader” della propria parte di bosco) pare si sia rotto di quell’atmosfera virente che la crisi climatica ormai protrae ben oltre l’equinozio d’autunno e orgogliosamente comincia ad arrossare, non ancora in maniera decisa ma comunque già evidente, nel verdeggiare degli altri alberi. Sembra voglia dire a chi passa ai suoi piedi, come me, che tutto questo indugiare non (ci) fa bene, è ora di porre in atto il cambiamento necessario, di riprendere il mano la propria sorte alla faccia di chi o cosa invece vorrebbe dominarla e farne cosa propria. Di ridare senso e valore al paesaggio (nel senso più ampio del termine) insomma, anche in questo tempo di variabili insensate che rischiano di togliere valore alla nostra relazione con esso – ovvero a chi non sa o non vuole curarla come dovrebbe.

Riconnettersi al proprio paesaggio, già.
Un po’ come cantava l’insostituibile Gaber decenni fa, ne “L’illogica allegria”**:

Lo so, del mondo e anche del resto
Lo so che tutto va in rovina.
Ma di mattina, quando la gente dorme col suo normale malumore
Mi può bastare un niente, forse un piccolo bagliore
Un’aria già vissuta, un paesaggio o che ne so: e sto bene.

«Un paesaggio o che ne so: e sto bene». Eccola, anche in Gaber – una figura, ribadisco, tra quelle che più mancano al nostro paese – la riconnessione necessaria al paesaggio nel quale si vive, del quale si è parte e che ci rappresenta, per poter “stare bene“: per godere di quel ben-essere nel cui termine si compendia tanto lo stare bene, fisicamente e mentalmente, socialmente, spiritualmente, quanto l’esistere bene nel qui e ora, l’essere in armonia nel luogo in cui ci si trova in un certo momento più o meno lungo.

[Un Gaber “montano” con Ombretta Colli e la figlia Dalia nel dicembre 1969. Foto tratta da www.vogue.it.]
Osservo il rosseggiare per ora delicato ma già fascinoso dei faggi, mentre cammino, e mi viene da pensare che, forse, ciò che di distruttivo o degradante a volte – troppe volte – ci permettiamo di fare al paesaggio, nasce anche da questa mancanza di cura riguardo la connessione che invece dovremmo sempre avere e manifestare con esso. Anche quando sappiamo apprezzarne la bellezza e magari ci battiamo per la sua salvaguardia, dovremmo cercare di capire se stiamo parimenti curando al meglio la relazione, la connessione che abbiamo con il paesaggio, o se le azioni e i pensieri che dedichiamo ad esso non restino su un piano troppo materiale, come fosse un oggetto prezioso che ammiriamo e tuteliamo ma comunque un oggetto, dunque qualcosa di sostanzialmente distaccato, alieno alla nostra vita e alla nostra presenza nel mondo, funzionale ad essa ma non tanto più di questo.

Quando negli incontri pubblici che a volte tengo sul tema insisto sul fatto che noi siamo il paesaggio e il paesaggio è noi, intendo anche questo: non solo che nel paesaggio rimane impressa la nostra presenza in esso e che il paesaggio, per quel che è, influenza ciò che noi siamo, ma pure – e soprattutto – che noi e il paesaggio siamo la stessa cosa, manifestazioni differenti della sua vitalità nel luogo in cui stiamo o nel quale viviamo, e dunque sentirsi connessi con il paesaggio è fondamentale per poterci stare veramente bene, per comprendere pienamente e godere il ben-essere che deriva da quella nostra connessione. Dal quale possono di conseguenza derivare molte altre belle cose, ad esempio la sensazione di felicità citata da Gaber, magari apparente ma senza dubbio gradevole e benefica, che il paesaggio sa donarci anche quando intorno le cose non vanno per il verso giusto. Un po’ come è la realtà del mondo attuale, ancora più in rovina, temo, di com’era quando Gaber cantava la sua canzone.

*: sappiate che è un “oggi” riferito a qualche giorno fa.

**: canzone rimembratami da Michele Serra in un suo recente “Ok Boomer!”, la newsletter settimanale che cura per “Il Post”.

Il paesaggio è un libro che certi “analfabeti” non sanno (più) leggere

[Qualche primavera fa, sulle montagne sopra casa.]
Tantissime volte, durante i miei vagabondaggi montani, mi ritrovo ad osservare paesaggi e panorami di assoluta spettacolarità, epifanie di bellezza naturale che di colpo m’incantano e emozionano al punto da restare immobile ad ammirarle per lunghi istanti e ad ascoltare la narrazione universale del paesaggio che mi raccontano, con tutto ciò di sorprendente che sa svelare.

[Immagine di freepik.]
Invece qualcuno, di fronte a vedute così eccezionali, probabilmente penserebbe senza troppi indugi di piazzarci una panchina gigante, una passerella panoramica o qualche altro giocattolone simile. Che invece, nel caso, rivela quanto poco o nulla si percepisca e comprenda del paesaggio, e quanto invece lo si pensi uno spazio da riempire perché altrimenti vuoto di senso e di valore. Ma se non si sa leggere e comprendere il testo di un libro perché si è analfabeti, non si possono certo imputare colpe al libro al punto da volersene vendicare anche a scapito di chi lo sappia leggere!

[Foto tratta da www.percorsipanchinegigantivallidilanzo.it.]
Panchine giganti, passerelle panoramiche e amenità simili rappresentano da un lato una dichiarazione di mera ignoranza e dall’altro di rozza prepotenza nei confronti del paesaggio. Un’offesa alla sensibilità di chi sa apprezzare e comprendere la bellezza di certi luoghi imposta da chi quella sensibilità l’ha dimenticata o preferisce trascurarla. Inoltre, e soprattutto, un’offesa al paesaggio e al suo valore culturale che è patrimonio di tutti, non bisogna dimenticarlo. Un delitto, ribadisco una volta ancora, che va contrastato in ogni modo civile, innanzi tutto con l’intelligenza che il paesaggio stesso ci insegna, quella della Natura e della relazione armoniosa dell’uomo con essa.

“B.B.C.P.”: Banalità, Brutture, Corbellerie e…

Come potete leggere qui sopra, anche Valmadrera – in provincia di Lecco ovvero dalle mie parti*, anche per questo ve ne sto scrivendo – entra a far parte della “Fondazione BBCP”: Banalità, Brutture, Corbellerie e Panchinone.

Ecco.

Soprassedendo alle solite superficialità – molto francamente penso siano ciò – addotte e riportate dall’articolo che vorrebbero giustificare l’opera, qui come in ogni altro posto dove tali panchinone sono state installate – tutti diventati inevitabilmente non luoghi, stante la serialità e il portato culturale concreto di questi manufatti, ben diverso da ciò che essi vorrebbero conseguire, da come viene dichiarato e si vuole far credere – penso che i suoi promotori siano assolutamente liberi, a loro piacendo, di esultare per l’installazione d’una siffatta giostra. Tanto quanto saranno ugualmente liberi, quelli come lo scrivente, di chiedere conto tra qualche tempo ai suddetti promotori di ciò che la panchinona avrà cagionato a danno del territorio di Valmadrera e della sua autentica valenza culturale e paesaggistica. Per tutto il resto al riguardo, ho già espresso – insieme a numerosi altri studiosi del paesaggio ed esperti di cultura dei luoghi ben più titolati di me – le mie opinioni numerose volte, si veda qui.

[Una veduta di Valmadrera, nuovo comune membro della “Fondazione Bbcp”. Foto di Maurizio Moro5153, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
*: ma naturalmente questo discorso può (e dovrebbe) essere coniugato a qualsiasi altra località nella stessa situazione.