MONTAG/NEWS #3: notizie interessanti e utili da sapere dalle terre alte

In questo articolo a cadenza domenicale trovate una selezione di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella settimana precedente che trovo interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne ne escono a bizzeffe: questo è un tentativo di non perdere alcune delle più significative. Durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.


COSA SIGNIFICA IN CONCRETO UN RISCALDAMENTO DI 1.5°C O DI 2°C PER IL MONDO PER ALPI?

È ormai certo che l’obiettivo di limitare il riscaldamento climatico a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, fissato dall’Accordo di Parigi del 2015, non sarà raggiunto. Anzi, in Svizzera, paese alpino per eccellenza e dunque emblematico circa il clima nelle Alpi, la temperatura media è già aumentata di 2,8°C, ben oltre il limite suddetto. Cosa comporterà nei prossimi anni tale scenario? La testata “Swissinfo.ch” prova a dare qualche risposta al riguardo in questo articolo.


IL TURISMO DELLA NEVE VALE 11 MILIARDI (MA È SEMPRE PIÙ CARO)

Il 27 ottobre su “La Stampa” si fa il punto del turismo della neve ovvero delle luci e delle ombre che lo caratterizzano: presenze in aumento ma più straniere che italiane, rincari continui (in media il 7,2% in più nell’anno corrente, «aumenti spesso ingiustificati» sostengono molti), vacanze più brevi, necessità di destagionalizzare i flussi e di puntare sul turismo sostenibile anche se, alla fine della fiera, lo sci la fa sempre da padrone – nonostante la crisi climatica, già.


IL PRESENTE “SQUILIBRATO” E IL FUTURO INCERTO DELLE DOLOMITI

Sul quotidiano “Alto Adige” lo scorso sabato 25 ottobre è uscita una bella intervista a Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia, nella quale analizza “a tutto tondo” la realtà attuale delle Dolomiti, tra impatto delle Olimpiadi, turismo insostenibile, i giovani che se ne vanno anche dai ricchi Trentino e Alto Adige, la Fondazione Unesco che dovrebbe tutelare i “Monti Pallidi” e invece è sempre più evanescente. Cliccate sull’immagine per leggerla.


PIÙ DI 12.000 FIRME CONTRO IL TRAFFICO NELLE ALPI SVIZZERE

«Le Alpi devono essere protette dal traffico e questo senza ulteriori indugi». La pensano così anche le 12mila e 266 persone che hanno risposto all’appello di Pro Alps, firmando la petizione «che ricorda al Consiglio federale il suo mandato: proteggere le Alpi dal traffico e attuare l’articolo costituzionale sulla protezione delle Alpi» dicono i responsabili di Pro Alps, che da tempo lotta sul tema (cliccate sull’immagine per saperne di più). Sarebbe una petizione, questa, molto necessaria anche in Italia: ma avrebbe successo oppure verrebbe ignorata?


SE FRANA L’ANIMA DEI LUOGHI DI MONTAGNA

Con un articolo sul sito web dell’associazione Sostenibilità Equità Solidarietà, Dante Schiavon riflette sul presente e sul futuro delle zone di montagna turistificate prendendo spunto dalla emblematica situazione dei passi dolomitici, paradossale riproduzione in quota del caos degli ambiti urbani e prova del «superamento di ogni limite senza che nessuno faccia niente per tutelare la bellezza dei luoghi» consumandone l’anima peculiare. Potete leggere l’articolo cliccando sull’immagine qui sopra.

Innevamento artificiale e risorse idriche di montagna: (ri)facciamo il punto della situazione

[©canva, 4FR, fonte www.cipra.org/it/notizie.]
Uno degli argomenti più dibattuti in tema di innevamento artificiale – i cui impianti hanno già cominciato a sparare “neve tecnica” in molte località alpine, al fine di preparare le piste alla prossima stagione sciistica – è quello legato al consumo di acqua dei cannoni piazzati ormai sulla grande parte delle piste italiane. Dell’argomeno me ne sono occupato più volte, nello specifico ad esempio qui e in altre occasioni con questi articoli.

Ovviamente i gestori dei comprensori sciistici, spalleggiati dalle aziende che realizzano gli impianti di innevamento artificiale, sostengono che non vi sia spreco di acqua:

«La neve artificiale è composta esclusivamente da acqua e aria, senza l’aggiunta di altre sostanze. Grazie a un processo di atomizzazione, gocce d’acqua vengono raffreddate e trasformate in cristalli di neve tramite l’uso di appositi generatori. Questo procedimento permette di replicare un fenomeno naturale, garantendo però maggiore prevedibilità e sicurezza per la stagione sciistica. L’acqua, quindi, non viene sprecata né inquinata: viene semplicemente trasformata in neve e restituita all’ambiente con il disgelo primaverile.» Così ad esempio scrive l’ANEF, l’Associazione Nazionale Esercenti Funiviari, che rappresenta buona parte degli impiantisti italiani.

[Cannoni già in azione sulle piste di Madonna di Campiglio a inizio ottobre, visti dal satellite Sentinel-2. Immagine di Alessandro Ghezzer.]
Le associazioni ambientaliste la pensano inevitabilmente in maniera opposta. Ecco ad esempio cosa sostiene Legambiente:

«Il sistema di innevamento artificiale non è una pratica sostenibile e di adattamento, dato che comporta consistenti consumi di acqua, energia e suolo in territori di grande pregio. In particolare, l’associazione ha fatto la seguente stima: considerando che in Italia il 90% delle piste è dotato di impianti di innevamento artificiale il consumo annuo di acqua già ora potrebbe raggiungere 96.840.000 di m³ che corrispondono al consumo idrico annuo di circa una città da un milione di abitanti.»

Tra i due “litiganti” c’è un terzo che è necessario ascoltare, non fosse altro che per l’autorevolezza sperimentale, cioè basata su dati e rilievi certi, delle proprie affermazioni al riguardo, ed è il mondo scientifico. In tema di risorse idriche montane Carmen de Jong è una delle massime autorità europee: è professoressa di idrologia all’Università di Strasburgo e da oltre 35 anni conduce ricerche sulla scarsità d’acqua e sui pericoli naturali nelle regioni montane di tutto il mondo.

Bene: la professoressa de Jong ha espresso le proprie idee ben chiare sul tema in questo articolo (con intervista audio annessa) pubblicato sul sito web della CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi: in base ai propri studi e al lavoro pluridecennale svolto sul campo, de Jong critica il turismo sciistico alpino sostenendo che è stato raggiunto un punto di svolta pericoloso. Il consumo di acqua per l’innevamento artificiale è elevatissimo; spesso si attinge persino alle falde acquifere, con gravi conseguenze per l’uomo e la natura. E più della metà di quest’acqua va persa.

[Foto di moerschy da Pixabay.]
Nel corso dell’intervista (della quale trovate la trascrizione in inglese qui) de Jong afferma:

«Ormai quasi nessuna stazione sciistica può funzionare senza innevamento artificiale. E penso che la maggior parte degli sciatori e dei turisti non sappia che questa massa bianca è composta da acqua e che è molto, molto complicato portare quest’acqua sulle piste da sci. Non si tratta semplicemente di acqua che esce da un cannone sparaneve o da una lancia, ma dietro c’è un’infrastruttura immensa, davvero immensa e molto complessa, che viene ampliata e modificata continuamente.

L’innevamento artificiale viene preparato ogni notte nelle grandi stazioni sciistiche con veicoli diesel e, naturalmente, si produce sempre più neve, non solo perché la superficie coperta da neve si è ampliata, ma anche a causa del cambiamento climatico, poiché la neve deve essere reintegrata spesso, rimane al suolo per meno tempo, quindi naturalmente serve più acqua e tale acqua non è più disponibile localmente, motivo per cui vengono costruiti sempre più bacini idrici, anche a quote molto alte, dove i bacini idrografici sono semplicemente troppo piccoli per riempirli. Questo significa che gran parte dell’acqua deve essere pompata da valle e il problema non è solo questo: in alcuni casi non ce n’è nemmeno abbastanza e si pompa acqua direttamente dalle falde acquifere. Quindi, a mio parere, avendo lavorato in questo settore per molto tempo, abbiamo raggiunto un punto di svolta molto pericoloso, dove stiamo arrivando al nocciolo della questione, all’acqua di falda sicura che molti comuni utilizzano anche per l’acqua potabile.

Poi ci sono le controargomentazioni delle stazioni sciistiche, che dicono, sì, consumiamo risorse idriche ma l’acqua rimane nel suo ciclo, la stiamo solo usando, e non è vero che la vegetazione ne viene danneggiata. Sono tutte argomentazioni fastidiose perché non scientifiche. Non è vero che l’acqua rimane al 100% nel ciclo perché ne evapora molta di più rispetto a quanto farebbe se rimanesse nel sistema naturale. L’acqua deve evaporare quando nevica, fa parte del processo. Inoltre l’acqua evapora anche nei grandi bacini idrici, che si riscaldano, e naturalmente ci sono anche perdite lungo il percorso, spesso tubature difettose e così via. Anche l’SLF (l’Istituto svizzero per lo studio della neve e delle valanghe, n.d.L.) ha pubblicato uno studio su questo argomento qualche anno fa: da esso emerge che in media circa il 35% dell’acqua viene perso, ma questa percentuale può arrivare anche al 60%.

Ciò significa che le valli alpine o i pendii sottostanti si stanno letteralmente prosciugando. E io ho già lavorato su esempi molto specifici, su alcune specie vegetali che si sono estinte: vi stiamo ancora indagando.

E alla domanda finale dell’intervista circa il futuro delle stazioni sciistiche alpine, de Jong rimarca:

Di futuro ce n’è molto poco. Per quanto riguarda il turismo sciistico alpino, continuerà ancora per qualche anno e poi finirà molto rapidamente. Stiamo assistendo a un aumento delle temperature dovuto ai cambiamenti climatici, anche più di quanto previsto dai modelli, e penso che lo sci finirà molto rapidamente per vari motivi, ma soprattutto per quanto riguarda la questione dell’acqua e della sua disponibilità.»

Ecco, questo è il punto della situazione in tema di neve artificiale e acqua. Ognuno può trarre le proprie considerazioni ovvero proporre ulteriori osservazioni di qualsiasi sorta, che siano ben argomentate e comprovate.

Venerdì 7 novembre a Erba con Luigi Casanova, per parlare delle “ombre” su Milano-Cortina e sul Monte San Primo

Le opere olimpiche per Milano-Cortina 2026 e il progetto “Oltrelario” sul Monte San Primo: due vicende che si potrebbero ritenere difficili da paragonare, non fosse altro per le proporzioni molto diverse – nella prima sono coinvolti numerosi territori montani in due regioni, la seconda una “piccola” montagna prealpina in mezzo al Lago di Como – e anche se entrambi concernono la fruizione turistica delle montagne.

Invece, a ben pensarci, le due vicende sono pienamente assimilabili soprattutto nei princìpi, formalmente gli stessi, che stanno alla base tanto di molte delle discusse infrastrutture olimpiche, dalla Valtellina ai territori dolomitici veneti, quanto dello scriteriato progetto sciistico a poco più di 1000 metri di quota del San Primo: soldi pubblici spesi per opere prive di logica e di sostenibilità sottratti ad altri interventi veramente utili per i territori coinvolti, scarsa o nulla considerazione degli effetti della crisi climatica in divenire, mancanza assoluta di interlocuzione con le comunità, assenza delle valutazioni ambientali previste dalle leggi vigenti o loro deroghe arbitrarie, mancanza di visione strategica per uno sviluppo realmente articolato, organico e sostenibile dei territori interessati dagli interventi, imposizione di modelli di fruizione turistica monoculturali ormai obsoleti, nessuna azione di tutela paesaggistica ovvero di sensibilità al riguardo… e  così via, l’elenco delle analogie basilari potrebbe continuare.

E infatti le continueremo, riprendendone e ampliandone le rispettive realtà di fatto, venerdì 7 novembre prossimo a Erba (Como) presso la Sala “Isacchi” di Ca’ Prina, in piazza Prina 5, nell’incontro dal titolo OMBRE SUL SAN PRIMO – Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 e il progetto del Monte San Primo: gli impianti sciistici che fanno male alla montagna con la partecipazione prestigiosa di Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia nonché figura di rilievo internazionale assoluto nell’ambito della tutela delle montagne e dei territori naturali, con il quale avrò l’onore di dialogare intorno al suo fondamentale libro “Ombre sulla neve. Milano-Cortina 2026. Il “libro bianco” delle Olimpiadi invernali” (Altræconomia, 2022) e, appunto, in merito alle tante analogie che legano i prossimi Giochi Olimpici invernali e il progetto sciistico “Oltrelario” sul Monte San Primo, ovvero i modus operandi istituzionali che li stanno contraddistinguendo.

Sarà un incontro quanto mai denso di considerazioni interessanti, emblematiche e illuminanti la cui conoscenza è necessaria al fine di comprendere al meglio ciò che sta accadendo in merito alle due vicende oggetto della serata ma pure, in generale, alle tante montagne italiane sulle quali si registrano vicende simili. Poi, per ciò che mi riguarda, sarà veramente un immenso piacere tornare a contribuire alla “battaglia” per la difesa del Monte San Primo e sostenerne la causa, portata avanti con lodevole e incessante impegno dal Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” sul cui sito potete trovare ogni informazione utile e restare aggiornati sulla vicenda.

Dunque, se vorrete e potrete essere presenti, non mancate: ve lo ribadisco, sarà un incontro di grande importanza, a beneficio della tutela del San Primo e di chi ha veramente a cuore le sorti del monte e di tutte le nostre montagne.

Michele Serra in Valle Soana per “La Montagna Sacra”: il successo di una giornata importante e proficua

Come anticipato da questo precedente articolo, lo scorso sabato 25 ottobre 2025 Michele Serra, è stato a Ronco Canavese, in Valle Soana, ospite del comune, della biblioteca e della locale Associazione degli Operatori Turistici, per supportare il progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra, l’iniziativa di sensibilizzazione sugli eccessi dell’invasività umana e sul conseguente rispetto del senso del limite nei territori naturali e sulle montagne in particolar modo. Progetto che ha nel Monveso, una delle vette più belle della Valle sul confine con la Valle di Cogne, il suo simbolo, e intorno al quale Serra ha dialogato con Enrico Camanni.

[Michele Serra con alcuni dei componenti del Comitato promotore della “Montagna Sacra”.]
La giornata è stata un successo, sotto ogni punto di vista. Lo è stata per la valle, per la sua comunità che ha affollato il Teatro Comunale, e per la presa di coscienza sempre più compiuta del valore del progetto “Montagna Sacra” per il proprio territorio; nel pubblico peraltro erano presenti numerosi giovani, cosa non scontata. Lo è stata per il progetto stesso e per le idee che vi stanno alla base, forti, provocatorie, “sovversive”, ad alcuni (sempre meno, in verità) invise ma, obbiettivamente, quanto mai importanti da considerare nella relazione attuale e futura tra uomini e montagne. Lo è stata proprio per le montagne, quelle che in gran numero subiscono assalti antropici sovente ingiustificabili oltre che insostenibili e per quelle altre invece “dimenticate” dalle economie preponderanti ma a loro volta dotate di proprie peculiarità, potenzialità, identità culturale nonché di comunità che vorrebbero continuare a viverci in maniera dignitosa senza dover rinunciare alla costruzione del loro futuro. Ed è stata importante, la giornata con Michele Serra, anche per continuare nell’opera di conoscenza e sensibilizzazione nei riguardo del progetto “Montagna Sacra” portata avanti dal Comitato Promotore, dalla comunità valsoanina ma pure, in potenza, da ogni sottoscrittore del progetto e da ciascun appassionato delle montagne che ne ha compreso il senso e il valore. Le idee alla base del progetto sono valide per il Monveso come per ogni altra vetta e territorio montano: perché le montagne sono spazi di libertà tanto quanto territori del limite e la cosa migliore da fare, per viverle al meglio, non è ostinarsi nel superamento di essi ma armonizzarsi alla loro anima in una società come la nostra contemporanea che sembra voler rompere ogni limite, materiale e immateriale, senza tuttavia curarsi delle conseguenze che potrebbero scaturirne. E che già di frequente possiamo constatare nella loro dannosità, sulle montagne e negli ambienti naturali.
 

Ma per raccontare al meglio la giornata di sabato scorso, non ci potrebbero essere parole migliori di quelle scritte dallo stesso Michele Serra oggi, lunedì 27 ottobre 2025, nella newsletter “Ok Boomer!” che cura settimanalmente per “Il Post”, e delle riflessioni a caldo, o quasi, di Toni Farina, uno dei padri del progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”. Sono proposti di seguito uno dopo l’altro. Insieme ad essi avrete visto lì sopra la registrazione dell’incontro e, qui sotto, trovate una galleria fotografica.

La strada che sale da Pont Canavese, sopra Ivrea, alla Valle Soana, è micidiale. Stretta e tortuosa, in certi punti se due automobili si incontrano bisogna che una faccia marcia indietro fino al primo slargo utile per scansarsi. Si risale una gola severa, che i colori autunnali ingentiliscono appena. È di quelle strade di montagna che fanno capire a chi le percorre quanta tenacia ci vuole, per rimanere attaccati a quelle rocce, quegli alpeggi, quei boschi e non lasciarsi scivolare a valle, nell’indistinto della pianura, nel comodo delle città. Ci vogliono radici forti, per rimanere attaccati ai monti.

L’ho risalita sabato, quella strada, per andare a Ronco Canavese, centro principale della Valle Soana, dove un giovane sindaco tosto e ingegnoso, Lorenzo Giacomino, mi ha invitato per parlare, nel piccolo teatro comunale, di una iniziativa inedita e coraggiosa: proclamare “montagna sacra” il Monveso di Forzo, una bella montagna del luogo. Ovvero dichiararla inviolabile dall’uomo, inventandosi una specie di “tabù moderno” che renda indisponibile alla nostra invadente specie almeno qualche porzione del pianeta. Per dirlo con le parole di uno dei promotori, Toni Farina, scrittore e uomo di montagna: “Un’istanza provocatoria, discutibile (infatti è stata molto discussa), ma necessaria per lasciare simbolicamente quell’esiguo spazio fisico ad altri esseri viventi. Esseri ai quali sulla Terra Homo sapiens ha tolto via via lo spazio vitale. Il Monveso di Forzo è così diventato simbolo di accettazione di un limite nella società del no-limit. Nessun divieto, ma semplice e personale accettazione di un invito”.

La proposta (alla quale ho aderito, faccio parte del piccolo comitato promotore) ha diviso il mondo della montagna, a partire dai responsabili del Parco del Gran Paradiso, del quale il Monveso è parte. A me sembra importante mettere il concetto di “limite” al centro dell’attenzione in un momento storico dominato dall’accessibilità indiscriminata e dal consumo forsennato. Non tutto può essere alla portata di una carta di credito, non tutto è in vendita. Nel reticolo di funivie, impianti di risalita, percorsi facilitati, una montagna senza umani ha una luce speciale: la si può guardare solo dal basso, incorniciata dal cielo.

Ringrazio la vivace comunità della Valle Soana, le volontarie della biblioteca, il sindaco, le tante persone presenti (in sala c’era anche qualche giovane in mezzo al grande nevaio dei capelli bianchi) per la giornata davvero particolare. Suggerisco, a chi volesse approfondire l’argomento, il bel libro di Enrico Camanni La montagna sacra. Camanni conosce le Alpi come pochi, e le sa raccontare.

“Val Soana incubatore di pensieri nuovi”

Rubo questa frase a Monica Bruno (che spero mi perdonerà) perché mi pare un titolo azzeccato per sintetizzare il pomeriggio di sabato 25 ottobre a Ronco. Che poi pensieri tanto nuovi non sono: come ricordato ieri, e in molte altre occasioni, di Limite si parlava fin dagli anni ’50 del secolo scorso grazie ad Aurelio Peccei e ai suoi collaboratori del Club di Roma nel noto studio sui limiti dello sviluppo. Noto, ma dimenticato.

L’incontro con Michele Serra (grazie grazie), venuto a Ronco a sostegno del progetto “Montagna Sacra”, è stato occasione per ribadire che la Terra è un pianeta finito e dunque, molto semplicemente, una crescita infinita non è possibile. Il teatro comunale strapieno ha evidenziato che la questione è sentita.

La presenza in sala (e sul palco) dei giovani convenuti a Ronco per un seminario sulle Aree Interne, ha dato ulteriore significato all’evento. In fin dei conti è di loro che si parla.

Come spesso mi capita, nei convegni estrapolo parole che mi paiono significative. Queste sono le parole che ho evidenziato negli interventi di Ronco.

Inizio opportuno e non casuale con la parola «pace». Fra gli uomini, i componenti della specie Homo sapiens, geniale e distruttiva, e fra gli uomini e la natura. Due aspetti che in realtà sono uno solo, perché proprio la carenza di risorse naturali è alla base di molti conflitti.

La parola «montagna», Alpi e Appennini. Montagna laboratorio di sostenibilità, dove sperimentare percorsi possibili di futuro, e la Val Soana ne è esempio.

La parola «Gran Paradiso», inteso come parco, centenario e al contempo immaturo, che a 100 anni dalla nascita avrebbe bisogno di rifondazione. Il progetto Montagna Sacra voleva essere questo ma il Centenario è stato a tal fine un’occasione persa. Tanti festeggiamenti, pochi ragionamenti.

La parola «sociale», nell’avverbio socialmente. “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se socialmente desiderabile”, concetto oggi quanto mai verificato. Lo disse Alex Langer nel 1994. Alex Langer, quanto ci manca.

La parola «Europa». Citando Langer il collegamento ci sta. Continente vecchio, prospettiva che sta sfumando incalzata dai sovranismi. Nota dolente, e Michele Serra ne sa qualcosa.

La parola «sindaco». Soprattutto se di montagna. E qui un grazie a Lorenzo Giacomino, sindaco di Ronco, è doveroso. Grazie a lui e al suo coraggio.

La parola «biblioteca». Luogo di cultura certo, ma in questo caso anche di incontro e progettazione.

La parola «giovani». Che per qualche minuto ha tenuto banco citando il noto successo editoriale di Michele Serra “Gli sdraiati”. Giovani che, nel libro e nella realtà, alla fine lasciano indietro gli anziani, saggi e rompiballe. Com’è giusto che sia.

Le parole «Cogne» e «Ronco», i due volti del Monveso. Cogne con la valle omonima, la più turistica del Parco Gran Paradiso, e Ronco con Val Soana, la meno turistica e più integra. La più ricca di biodiversità. Dalla Val Soana giunsero millenni or sono i primi abitanti della Valle di Cogne, e siccome le montagne non fermano né le genti né le idee, l’auspicio è che oggi l’idea della Montagna Sacra contamini anche la valle aostana.

La parola «sacro». Termine potente e impegnativo da molti in questo caso ritenuto inopportuno, ma sabato per l’ennesima volta si è ribadito che così non è. E Monveso-Montagna Sacra è la scelta giusta. Altra non è data.

E, visto che ci siamo, la parola «Monveso». Montagna piramidale a cui sabato 25 sono fischiate le orecchie. Montagna evocata non per le imprese alpinistiche sulle sue chine, ma per l’impresa di limitarsi a guardarla dal basso. Si va oltre il settimo grado…

Potrei continuare, ma poi arriverebbe la parola noia, dunque lascio a chi legge il compito di proseguire. Concludo con la parola «democrazia». Una delle frasi più vere e significative pronunciate ieri da Michele Serra: “La democrazia è strutturalmente fondata sul limite”. “Perché necessita di contrappesi, e quindi di limiti”, ha spiegato. Per questo, aggiungo io, è in pericolo.


Chi volesse aderire al progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, sappia che è assolutamente semplice. Si va sulla pagina web del progetto, www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/, si compila il modulo e si conferma poi con mail. Oppure si scrive a montagnasacra22@gmail.com indicando semplicemente «aderisco al progetto Montagna Sacra» e, se si vuole, con quale qualifica si vuole apparire in elenco. Parimenti lo si può fare con un messaggio su Facebook o un commento alla pagina della “Montagna Sacra”; se volete lo potete fare anche qui, e io avrò cura di trasmettere le adesioni ricevute e i dati relativi.

Per ogni altra informazione sul progetto:

Cederna, Zanzotto, Di Beaco: voci imperiture contro la distruzione delle montagne

Osservo con sgomento l’aggressione alla montagna con il cemento e la ferraglia di impianti di risalita costruiti rovinando paesaggi di millenario splendore […] in presenza dell’avidità e del cinismo di speculatori e costruttori, dell’ignoranza e della mancanza di sensibilità di tanti cittadini comuni, dell’assenza di cultura e di senso di responsabilità di molti politici.

[Antonio Cederna in La distruzione del paesaggio in Italia, Einaudi, 1975.]

L’aspetto più urtante, almeno visualmente, di come è cambiato il Veneto è l’aggressione al paesaggio. Alla scomparsa del mondo agricolo ha corrisposto una proliferazione edilizia inconsulta e casuale, con un’erosione anche fisica del territorio attraverso forme di degradazione macroscopica dell’ambiente. Ora, tutta questa bruttezza che sembra quasi calata dall’esterno sopra un paesaggio particolarmente delicato, “sottile” sia nella parte più selvatica come le Dolomiti, sia in quella più pettinata dall’agricoltura, non può non creare devastazioni nell’ambito sociologico e psicologico. Vivere in mezzo alla bruttezza non può non intaccare un certo tipo di sensibilità, ricca e vibrante, che ha sempre caratterizzato la tradizione veneta, alimentando impensabili fenomeni regressivi al limite del disagio mentale. Per esempio, aggressività, umori rancorosi, intolleranze e spietatezze mai viste, secondo la logica di sbrogliare la crisi sociale etnicizzandola. E così è successo perché, in realtà, quell’orrenda proliferazione edilizia è scaturita appunto dall’affievolirsi di antiche virtù.

[Andrea Zanzotto in In questo progresso scorsoio. Conversazione con Marzio Breda, Garzanti, 2009.]

Le montagne di adesso. Violentate e sporche. Invase come un supermarket, vendute come volgare merce, comperate e divorate con l’avidità di consumare tutto.

[Bianca di Beaco in Le montagne del ricordo, su “Liburnia”, annuario della sezione di Fiume del Club Alpino Italiano, 1982.]

Sono parole di tre grandi personaggi italiani che già decenni fa avevano intuito e denunciavano la distruzione e il degrado del territorio e delle montagne italiane sottoposte alla cementificazione più incontrollata, funzionale ai tornaconti di certa imprenditoria e della politica. Tre voci chiare e inequivocabili di tantissime altre che nel tempo, con altrettanta forza, hanno speso parole e opinioni similari, tentando di frenare il consumo del paesaggio e di sensibilizzare l’opinione pubblica al riguardo. E se nella società civile col tempo sta aumentando sempre più la consapevolezza circa la necessità di tutelare i territori naturali e non antropizzati da ulteriori assalti cementizi – al netto di una fetta ancora ampia di persone che invece decidono mantenere spento il cervello e lasciarsi irretire dalle lusinghe del turismo massificato più becero e insostenibile) – la politica continua a girarsi dall’altra parte promuovendo e spalleggiando la gran parte degli interventi e delle opere più impattanti, degradanti e distruttive per le montagne: le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, che guarda caso interessano i territori di origine di Cederna (la Valtellina) e di Zanzotto (le montagne venete), lo stanno dimostrando ampiamente.

[Lavori “olimpici” a Livigno: la montagna sempre più sventrata, modificata, resa artificiale. Foto di Savio Peri.]
Posto ciò, la domanda fondamentale che scaturisce da tale realtà di fatto è sempre quella: andiamo avanti così, facendo che presto i moniti come quelli sopra citati di figure pur così prestigiose diventino sentenze di condanna definitive, oppure finalmente chiediamo conto alla politica delle proprie azioni intimandole di agire non più per i propri interessi elettorali particolari ma finalmente per il bene autentico dei territori montani e delle comunità che li abitano, promuovendo in essi uno sviluppo socioeconomico organico e realmente sostenibile?

Sarebbe bene decidersi alla svelta, non potendo sapere se il punto di non ritorno sia già stato superato. Speriamo di no, ovviamente.