Se fossi sereno potrei ancora scrivere? (Piero Manzoni dixit #2)

Soprazocco è un gran bel posto. Sì, forse potrei passare qui tutta la mia vita. La campagna è così serena che rende sereni anche noi. Potrei così dipingere e scrivere pur lavorando… Ma non so se questa è saggezza o viltà. Viltà nel senso di fuga dalla vita che in realtà dovrei affrontare. D’altra parte se fossi sereno potrei ancora dipingere o scrivere?
E poi… credo comunque che sono cose che dovrò risolvere scrivendo.

(Piero Manzoni, citato da Dario Biagi in Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni, Stampa Alternativa, Viterbo, 2013 p.24, citando a sua volta Germano Celant, Piero Manzoni. Catalogo Generale, Skira, Milano, 2004, p.587)

Piero_Manzoni_foto_Giovanni_Ricci1Piero Manzoni è stato un grandissimo artista fors’anche perché non è stato solo un artista, ovvero non solo un creatore di arte visiva. Ha scritto anche moltissimo, quasi che l’attività letteraria e la riflessione intellettuale da cui nasceva, nonostante spesso restava cosa privata, non potesse non accompagnare il processo di creazione artistica. Al proposito, ha lasciato uno degli esperimenti artistico-editoriali più illuminanti dell’intero azimuth_copertineNovecento, la rivista Azimuth, che pur in solo due numeri ha saputo generare un gran scossone intellettuale nell’ambiente artistico e critico nazionale, sovente moooooolto conservatore e assai svagato.
Ma, nella citazione sopra pubblicata, Manzoni pone all’attenzione di tutti uno dei più grandi quesiti intorno alla creazione letteraria: “Se fossi sereno potrei ancora dipingere o scrivere?” Ovvero: per scrivere, e intendo dire scrivere grandi testi, bisogna necessariamente essere in un qualche stato di tormento intellettuale e spirituale? Solo l’agitazione derivante da ciò può far frizzare nell’autore quelle piccole/grandi scosse elettriche che mettono in circolo la migliore e più fervida creatività? In effetti, di grandi scrittori e creativi dall’animo tormentato la storia è a dir poco ricolma. Di contro, uno stato di quiete, di calma, di serenità di mente e d’animo, di assenza di qualsivoglia pur minimo tormento, potrebbe veramente cagionare, come effetto collaterale, un rilassamento intellettuale tale da impedirci di scrivere grandi, articolate e compiute storie?
Un quesito non da poco, insomma.
Che ne pensate, voi?

P.S.: qui trovate la mia recensione de Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni.

Dixit & dixit! (Un “divertissement citazionistico-letterario a scopo ludico-istruttivo”, per quando fuori piove e non avete di meglio da fare in casa…)

Un simpatico giochetto per appassionati (o pazzi, vedete voi!) bibliografi: prendete una domanda a caso, cercate argomenti e temi inerenti ad essa ovvero le opinioni di chi su di essi abbia dissertato (inutile dire che Wikiquote è uno degli strumenti oggi più immediati, a tal proposito), concatenate le più interessanti ed illuminanti, cercando di (ri)generare un percorso espressivo il più possibile sintetico e condensato tanto quanto logico e compiuto, indi vedete che è saltato fuori. Una specie di (se mi passate la definizione) divertissement citazionistico-letterario a scopo ludico-istruttivo, ecco.
Potrebbe pure essere un simpatico e spiritoso sistema per fondere insieme diversi prestigiosi saperi – what-is-art_photoquelli di grandi personaggi del passato che si citano per sfruttarne l’influenza culturale (ma a volte anche solo per fare i sapientoni…) – pure se di senso opposto, così da aumentarne la potenza illuminante e ricavarne per sé stessi una visione (sul tema trattato, in forma di risposta alla domanda posta) lucida e profonda più che quella fornita da una “normale” ricerca bibliografica…
Eccovi un esempio al proposito. Domanda, la prima che mi viene in mente: cos’è l’arte?
Via!
Dunque, l’arte, come la teologia, è una frode ben confezionata (1), ma d’altro canto fra tutte le menzogne è ancora quella che mente di meno. (2) In tal senso l’illusione dell’arte è far credere che la letteratura sia rappresentazione della vita ma in realtà accade l’opposto (3): non a caso sovente l’arte rispecchia lo spettatore, non la vita (4), e infatti la vera arte è dove nessuno se lo aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. L’arte è soprattutto visione e la visione, molte volte, non ha nulla in comune con l’intelligenza né con la logica delle idee (5). Anzi, l’arte non nasce mai dalla felicità (6), al punto che non essere mai soddisfatti: l’arte è tutta qui. (7) E’ come un’attesa, come fosse la forma più alta della speranza (8), che in fondo non ci insegna nulla, salvo il significato della vita. (9) Dunque, alla fine l’arte vera non è quel che sembra, bensì l’effetto che ha su di noi viventi (10): è la frode più preziosa che abbiamo per ingannare il destino “ordinario” e volare più in alto di esso per esserne padrone, non schiavo. (11)

I personaggi citati:
1: Philip K. Dick
2: Gustave Flaubert
3: Françoise Sagan
4: Oscar Wilde
5: Jean Dubuffet
6: Chuck Palahniuk
7: Jules Renard
8: Gerhard Richter
9: Henry Miller
10: Roy Adzak

E infine, l’11 è lo scrivente, che con tale giochetto ha cercato di mettere in dialogo i suddetti personaggi, e dalla sua costruzione logica ha provato a ricavarne un “buon” senso conclusivo.
Se sono soddisfatto di esso? No, mai. Mai essere soddisfatti (vedi 7)!
E via, dunque, con un altro analogo divertissement…