Ci sono lupi a San Siro! Ovvero: altre considerazioni pragmatiche sul lupo nelle Alpi e una petizione da firmare

Qualche settimana fa ho pubblicato – qui e sui social – un articolo nel quale ho affrontato in maniera articolata la “questione” del ritorno del lupo sulle Alpi italiane (tema alquanto spinoso e polarizzato, che per questo ho toccato solo raramente in passato) con l’aiuto delle considerazioni di Marzia Verona, scrittrice e pastora,  insignita della “Bandiera Verde” 2025 per la sua attività e figura assolutamente attenta e sensibile nei confronti dei temi che caratterizzano la realtà contemporanea delle nostre montagne.

Un altro soggetto che, da un punto di vista differente, trovo estremamente interessante e pragmatico nelle proprie proposte sulla questione è il Gruppo “Ca.Re. – Carnivori in Rete”, patrocinatore sulla piattaforma Change.org della petizione “Giù le mani da lupi e orsi. Proposta per politiche responsabili sui carnivori in Lombardia” la quale, posta pure la chiara posizione dalla quale scaturisce, mi sembra assolutamente meritevole di considerazione:

[Cliccate sull’immagine per aprire la petizione su “Change.org.]
In breve le proposte presentate dal Gruppo “Ca.Re” (le cui pagine social si chiamano “Lupi a San Siro”, da cui il titolo di questo mio articolo) e direttamente sottoposte alla Giunta Regionale della Lombardia chiedono l’interdizione agli abbattimenti di lupi nel territorio lombardo dacché al momento non giustificabili (nonché di orsi), l’aumento del monitoraggio in quantità e soprattutto in qualità con la creazione di gruppi di lavoro dalle competenze multidisciplinari, maggiori investimenti a favore degli allevatori nella prevenzione dei danni, la definizione giuridica dell’utilizzo dei cani da protezione e della sorveglianza degli animali domestici, una maggior coerenza del regime degli indennizzi, la collaborazione costante con i soggetti che operano sul tema nei territori nazionali e esteri confinanti, infine una migliore comunicazione generale sul lupo e sui grandi carnivori alpini con la quale isolare le frange opinionistiche troppo polarizzate e provocatorie. Ovviamente tali proposte le trovate ben dettagliate nel testo che accompagna la petizione.

Come detto, dalla mia posizione razionale sul tema le proposte del Gruppo “Ca.Re” mi sembrano ampiamente condivisibili – infatti ho firmato la petizione – e peraltro sovente armoniche con quelle formulate, “dall’altra parte”, da Marzia Verona. Tuttavia, proprio per amor di raziocinio e di chiarezza complessiva, ho chiesto alcune ulteriori delucidazioni agli esperti di “Ca.Re.”, che mi auguro vivamente siano utili anche a voi che state leggendo per alimentare una conoscenza del tema ancora più approfondita e meno soggetta all’influsso di qualsivoglia strumentalizzazione.

[Un disegno del maestro Bruno Bozzetto, testimonial della petizione del Gruppo “Ca.Re.”.]
Luca: Fin dalle sue prime righe la petizione chiarisce che «Al momento in Lombardia non vige alcun monitoraggio adeguato a definire i branchi, le conoscenze genetiche sulla popolazione sono deboli e ottenute in grave ritardo rispetto alla raccolta dei campioni, il confronto con le autorità delle regioni limitrofe e svizzere è molto limitato ed incostante.» Perché siamo in questa situazione così inopinatamente lacunosa – da qualsiasi parte la si osservi – nonostante la “questione-lupo” sia aperta già da molti anni?
“Ca.Re.”: «Perché monitorare una specie così complessa prevede personale ad hoc e investimenti. A titolo di paragone, la Svizzera spende circa 15 volte tanto. Ma anche perché a una parte della politica fa comodo lamentare una generica mancanza di trasparenza e inventare numeri sentiti al bar. Il messaggio è “sono di più di quelli che ci dicono”. Curiosamente però è la stessa parte politica della maggioranza, che è responsabile dei monitoraggi.»

Luca: Ove sia praticato, il monitoraggio è di frequente basato sull’opera di volontari che, voi rimarcate, da un lato non hanno una formazione sufficiente e dall’altro non ricevono adeguati feedback sul lavoro fatto. Senza discutere l’importanza e la bontà del loro lavoro, affidare un monitoraggio a operatori volontari vi sembra una metodologia accettabile, oppure ritenete sia poco utile alla qualità del monitoraggio?
“Ca.Re.”: «I volontari sono essenziali per conoscere la situazione a livello locale, ossia localizzazione,  consistenza e confini dei branchi. Che è l’unica cosa utile alla gestione (qualsiasi accezione si voglia dare a questo termine). L’alternativa è spendere davvero tanti soldi in personale e genetica. I monitoraggi standard tramite transetti forniscono dati utili a definire una stima e un trend nazionale, al massimo regionale, dopo diversi anni, che sono però del tutto inutili alla gestione. Al momento esiste un problema aggiuntivo. Giusto o sbagliato che sia quando i volontari intuiscono che i dati possono essere usati per giustificare abbattimenti, spesso ritirano la propria disponibilità. Può sembrare scorretto ma il 99% della comunità scientifica europea ritiene il declassamento del lupo una decisione senza basi scientifiche. Quindi i dati non vengono forniti.»

Luca: Rimarcate che in Lombardia si sta assistendo «ad un netto aumento degli atti di bracconaggio». Tali reati sono in qualche modo monitorati e adeguatamente contrastati? Il previsto declassamento dello status di protezione del lupo potrebbe migliorare la situazione oppure c’è il rischio che la peggiori?
“Ca.Re.”: «La letteratura mondiale (anche le scienze sociali) dice chiaramente che il bracconaggio aumenta quando la protezione legale diminuisce. In questo senso il ritorno dell’uso del veleno è di gran lunga l’aspetto più preoccupante. Il monitoraggio sul bracconaggio esiste, ma non è standardizzato. Recentemente Io non ho paura del lupo ha raccolto tali dati dalle regioni italiane, mettendoci quasi un anno di lavoro e ottenendo dati molto grezzi. Questo farebbe parte dell’obbligo comunitario di monitoraggio, senza ogni censimento si presta a ricorsi. Gli animali morti per cause antropiche vanno sottratti ad eventuali quote di prelievo, così accade in tutto il mondo civile. Un altro motivo per questa scarsa trasparenza può essere che i dati noti mostrano chiaramente come in Italia esista già di fatto un prelievo della popolazione di lupo pari ad almeno il 15%, ma che questo non ha alcun effetto su popolazione, trend e danni. Mostra cioè che i prelievi sono inutili, cosa che la letteratura scientifica dice chiaramente.»

[Nicolò Pastorelli, allevatore in Val San Valentino, Trentino.]
Luca: Ponete molta attenzione e richiedete azioni amministrative a favore degli investimenti in prevenzione dei danni: si direbbe una cosa ovvia da attuare, questa, ma a quanto pare non lo è. Perché anche in tal caso in Lombardia si assiste a una evidente mancanza decisionale e operativa?
“Ca.Re.”: «In realtà la Lombardia ha fatto molto in passato e continua a fare molto. Ma una parte della politica più radicale spinge per dimostrare che le misure di prevenzione non funzionano. Anche a livello locale, chi usa misure di prevenzione viene a volte tacciato di “collaborazionismo”. Si privilegiano “sperimentazioni” a volte assurde, il cui scopo è denigrare le misure tradizionali esistenti.»

Luca: Mettete l’accento anche sul tema del pascolo brado e incustodito, da molti ritenuto un valore tradizionale e importante nel paesaggio delle nostre montagne. Perché quindi dovrebbe essere molto più regolamentato quando non per molti versi abolito?
“Ca.Re.”: «Perché è un reato ai sensi del codice penale. Contrariamente a quanto detto da molti produce diversi danni ambientali. È anche ingiusto verso chi paga l’affitto di un terreno e un pastore. Dopodiché la politica potrebbe meglio definire cosa si intende per custodia, inserendo anche della tolleranza. In questo momento però è pura inadempienza, si fa finta di non vedere. Inoltre il pascolo incustodito è molto meno tradizionale di quel che si pensa, in molte zone esistevano pastori che in estate si prendevano cura delle piccole greggi. Il pascolo incustodito oggi è sostanzialmente hobbista.»

[Marzia Verona con il suo gregge.]
Luca: A chi vi accusa di parteggiare troppo per la conservazione del lupo e per questo di non tenere conto a sufficienza dei bisogni degli allevatori di montagna e del valore della loro attività, cosa rispondete?
“Ca.Re.”: «Che tra di noi ci sono persone che hanno dedicato la vita a supportare gli allevatori e si sporcano le mani sul campo da sempre. Inoltre, gli ultimi due grandi progetti Life molto criticati, si sono occupati quasi esclusivamente di human dimension, prevenzione danni e supporto agli allevatori. Quasi zero risorse sono state investite in misure di conservazione diretta del lupo.»

Luca: Cosa si potrebbe e dovrebbe fare subito – intendendo con ciò azioni semplici ma già efficaci – per avviare una migliore gestione politico-amministrativa della questione lupo sulle nostre montagne, in attesa di strutturarla in modo ancora più definito e compiuto?
“Ca.Re.”: «Questa è una domanda difficile. Per questo abbiamo fatto una petizione con molti punti. Forse partirei dall’ultimo punto della petizione, ossia chi rappresenta Regione Lombardia ed enti pubblici deve smetterla di diffondere dati palesemente falsi e odio. Senza questo, prevarrà sempre il conflitto e il futuro ci riserverà molti ricorsi legali. Che però ricordo Regione Lombardia ha sempre storicamente perso sugli argomenti faunistici.»

Alcune considerazioni importanti e pragmatiche, finalmente, sul lupo nelle Alpi

Lo sanno ormai anche i sassi quanto la questione relativa al ritorno del lupo sulle Alpi sia da un lato complessa e ricca di sottotemi da non trascurare e dall’altro estremamente polarizzata e strumentalizzata per fini che nulla hanno a che vedere con la sua autentica comprensione e tanto meno con la gestione pratica delle problematiche relative. Tuttavia si può constatare quotidianamente, o quasi, come il tema sia toccato dalla stampa e dunque sia presente nei dibattiti relativi alla realtà montana contemporanea, anche al netto di tutte le devianze che la inquinano.

Chiunque si occupi come me di terre alte, paesaggi montani (nel senso più ampio della definizione), geografie antropiche e vita sulle montagne, sia stanziale che occasionale, inevitabilmente il lupo se lo ritrova davanti, e scansarlo solo per parimenti sottrarsi alle polemiche spesso sterili se non del tutto ottuse che altrettanto inevitabilmente genera, non mi sembra corretto. D’altro canto a me, da studioso di paesaggi (vedi sopra), verrebbe di disquisire del tema soprattutto dal punto di vista culturale e antropologico, ma tra le persone che ho il privilegio di conoscere c’è Marzia Verona, pastora di professione in Valle d’Aosta e insignita della “Bandiera Verde” 2025 proprio per i meriti della sua attività oltre che scrittrice e figura assolutamente attenta e sensibile nei confronti dei temi che caratterizzano la realtà contemporanea delle nostre montagne.

A lei, dunque, ho voluto chiedere un parere ben più consapevole e edotto di molti altri (me incluso) sul tema del lupo. In passato, ovvero quando ha espresso le proprie idee sul tema, Marzia ha già subito numerosi attacchi offensivi da gentaglia di infima risma. Qui, ora, mi riserverò il diritto/dovere di eliminare i commenti più incivili e comunque tengo a rimarcare come ciò che mi ha raccontato Marzia – e la ringrazio infinitamente per questo grande “regalo” che mi ha concesso – è assolutamente concorde alla mia idea sulla questione.

Ecco dunque ciò che Marzia ha espresso sul ritorno del lupo nelle Alpi. Sono considerazioni estremamente interessanti e illuminanti, spesso ben poco toccate dai dibattiti che si trovano sulla stampa e sui social media, da leggere e meditar con attenzione. Chiunque vi può aggiungere le proprie ma, ribadisco, nelle modalità sopra rimarcate.

«L'argomento è molto complesso, semplificandolo si rischia sempre di non farsi capire da chi non conosce a fondo la questione. Se ci limitiamo, per esempio, ai numeri di capi predati, guardiamo solo una piccola parte del problema. Forse questo sembra assurdo, perché si tende a guardare quasi sempre solo quel dato, ma puoi incontrare un allevatore che non ha avuto predazioni molto più arrabbiato di chi invece le ha subite. Perché? Perché il "problema lupo", per l'allevatore, significa una miriade di danni collaterali:

- stress psicologico, la continua paura di avere delle predazioni, alzarsi di notte a controllare, dormire con i sensi sempre all'erta se si sente i cani che abbaiano, le campanelle che risuonano all'improvviso..., ma anche la sofferenza di trovare gli animali predati, morti o feriti, animali che hai visto nascere, che hai selezionato per le loro caratteristiche produttive, ma anche per la bellezza, per il carattere, eccetera;

- aumento dei costi, necessità di avere più aiutanti, necessità di acquistare materiale per difendere il gregge (reti, elettrificatori, dissuasori luminosi e/o acustici), cani da guardiania (e loro alimentazione);

- mancati redditi, perché si gestisce il gregge in modo differente rispetto a prima, per esempio molti pastori non fanno partorire le pecore durante la stagione d'alpeggio perché la pecora con l'agnello si allontana per partorire, perché resta indietro, eccetera, quindi si concentrano le nascite in altri periodi e di conseguenza l'offerta di agnelli in alcuni periodi (se aumenta l'offerta, il prezzo ovviamente scende);

- gestione dei cani da guardiania, il quale a volte è un problema maggiore del lupo stesso! Nelle zone ad alta frequentazione turistica, il confronto/scontro con gli altri fruitori della montagna è una "guerra" quotidiana, non sempre per colpa del pastore. È vero che ci sono cani non adatti o non adeguatamente inseriti nel gregge, ma ben più sovente ci sono escursionisti, ciclisti, turisti che non rispettano quelle poche elementari regole da seguire quando si incontra un gregge con questi cani (situazione ancora più complicata se il turista ha con sé dei cani da compagnia). Succede che il tutto arrivi ad avere risvolti anche piuttosto spiacevoli, fino alle denunce reciproche.

Questi non sono che alcuni aspetti. Bisognerebbe poi differenziare tra allevatori che salgono dalla pianura per la stagione d'alpeggio e chi invece resta in valle tutto l'anno, ma devo dire che, in questi ultimi anni, il lupo sta "seguendo" le greggi anche in pianura, quindi ormai ci sono attacchi durante l’intero arco dell'anno e non solo per chi resta in quota.

Tra gli allevatori le posizioni sono diverse: ci sono quelli che si ostinano a dire «bisogna abbatterli tutti!» e fanno poco per cercare di difendere i loro animali e altri che invece preferirebbero che il lupo non ci fosse, ma nel frattempo adottano vari accorgimenti per difendere gli animali.

Secondo me è impossibile ridurre a zero il rischio di attacchi. Le recinzioni servono per la notte, ma quando si pascola l'unico strumento sono i cani. Per essere efficaci al 99% ne servono davvero tanti, le greggi di grosse dimensioni dovrebbero avere 10, 15 o 20 cani da guardiania. Si immagini cosa vorrebbe dire a livello di spese per l'allevatore (cibo, vaccinazioni, assicurazioni) e soprattutto cosa significherebbe per chi passa di lì in bici o a piedi. Ho un amico che ha un piccolo gregge (neanche 200 capi) e ha 8 cani da guardiania: lui ha scelto razze più equilibrate, predazioni non ne ha avute (in montagna il numero dei suoi capi aumenta, ne prende da diversi altri piccoli allevatori), ma problemi con i turisti invece sì.

Cosa potrebbero fare le istituzioni? Ad esempio non c’è una normativa apposita sui cani da guardiania e dunque regolamentare la questione: puoi prenderti una denuncia per "omessa custodia del cane" (mi pare sia questa la dicitura), perché ovviamente il cane da guardiania deve fare il suo mestiere di sorvegliante e non stare attaccato ai piedi del padrone.

In Francia hanno più "coraggio", all'imboccatura di certi sentieri non solo c'è il cartello che spiega la presenza di cani con il gregge e le regole di comportamento da tenere, ma dice anche di non salire lì se si ha paura e/o si hanno con sé cani da compagnia. In Svizzera ci sono anche cartelli con mappe molto chiare che indicano la zona dove pascola il gregge e i sentieri che la attraversano, così che l’escursionista si possa regolare di conseguenza.

Sempre in Francia, da quando c'è il problema dei predatori, le istituzioni collocano negli alpeggi (soprattutto in alta quota) delle casette prefabbricate in legno, moduli abitativi con tutto l'essenziale, dalla stufa al pannello fotovoltaico, in modo che il pastore possa stare vicino alle pecore anche nelle parti più alte dell'alpeggio, senza doverle far scendere quotidianamente o doverle lasciare da sole (anche se nel recinto) per rientrare alla baita (cosa che invece si fa nella maggior parte degli alpeggi in Italia).

Da noi ogni regione si comporta diversamente. La Valle d'Aosta, ad esempio, paga lo stipendio a un aiuto pastore per la stagione estiva se c'è un gregge abbastanza consistente (non ricordo il numero esatto di capi, dove mandiamo noi le capre ce ne sono circa 250 e chi gestisce l'alpeggio usufruisce di questo contributo). Secondo me questo è un intervento molto utile, ben più importante che comprare qualche rete di protezione.

In realtà nella politica locale mi sembra che ci sia ben poca competenza e comunque spesso una certa politica sembra più pronta a cavalcare l'onda degli abbattimenti, che costano meno (rispetto a stipendi, cani, moduli abitativi, eccetera) e riscuotono sicuri applausi dagli allevatori. Così sembra che faccia di più il politico che dice di voler ottenere gli abbattimenti che non il tecnico che studia quali misure di compensazione si potrebbero offrire agli allevatori.

In generale sicuramente non c'è una soluzione facile altrimenti si sarebbe già trovata, almeno da qualche parte, e quella parte di politica che continua a promettere gli abbattimenti fa non pochi danni agli allevatori che continuano ad aspettarsi quella "soluzione" senza cercare alternative per difendere il proprio bestiame.

Inoltre, l'abbattimento effettuato da fantomatiche squadre (forestali o non so chi altro) secondo me non può dare grandi risultati, perché magari si abbatte sì un lupo ma non quello più pericoloso, quello confidente che si avvicinava al gregge anche quando c'è l'uomo, eccetera. Secondo la mia opinione sarebbe molto più efficace un tiro da parte del pastore: lui è lì, vede il predatore, gli spara. Probabilmente non lo colpisce nemmeno, ma lo spaventa e il lupo è molto intelligente, da quel momento assocerà al gregge un pericolo e non un “discount” facilmente raggiungibile dove procurarsi il cibo. Immagino però che a questo punto stiamo affrontando dettagli sempre più delicati che scatenano polemiche sempre più vivaci, soprattutto se uno non ha idea di come funzioni la gestione di un gregge o l'etologia del predatore.

Un'ultima cosa fondamentale che va rimarcata: la presenza dei predatori colpisce soprattutto i piccoli, piccolissimi allevatori, i veri custodi del territorio, del paesaggio, delle razze autoctone (e, spesso, anche dei prodotti tipici). Talvolta sono hobbisti, oppure hanno aziende che ormai potrebbero essere definite “micro” (poche decine di capi o anche meno, parlo di capre, pecore, talvolta anche bovini). La passione è il motore di queste realtà, spesso in bilico dal punto di vista economico (o, come dicevo, sono hobbisti, pensionati, giovanissimi oppure persone che hanno un'altra attività principale). Se la "convivenza" con i predatori diventa drammatica (animali allevati con tanta cura, animali che hanno un nome, che sono letteralmente parte della famiglia... trovarseli sbranati è una vera tragedia) o comunque insostenibile economicamente, alla fine, con la morte nel cuore, si rinuncia. Si vende tutto, si smette di allevare. Per i "grandi allevatori" è diverso, la perdita di qualche capo è certamente un problema economico e non solo, ma viene assorbita più facilmente. Se si guardano solo i numeri, magari sul territorio c'è sempre lo stesso patrimonio zootecnico in termini di capi, ma le aziende sono sempre meno, certe razze sono sempre meno presenti, si abbandonano i territori già più fragili: perché con 20 pecore o 20 capre vai a pascolare prati e praticelli ripidi, fai anche il fieno a mano, ma se il tutto passa alla grande azienda, quei fazzoletti non sono più interessanti e verranno lasciati all'abbandono.»

Grazie ancora di cuore a Marzia Verona. E anche alle sue meravigliose capre!

Viva il Sassolungo, viva Nosc Cunfin!

Ci sono tantissimi soggetti e associazioni di varia natura che “dal basso”, dalla società civile, si battono in maniera assolutamente ammirevole ed efficace per la tutela dei nostri paesaggi montani, sia in generale che rispetto a certi specifici progetti particolarmente pericolosi, sia per i territori ai quali si vorrebbero imporre e sia per la loro cultura.

Tra quelle che mi vengono rapidamente in mente, al riguardo, c’è “Nosc Cunfin”, un’associazione impegnata da tempo nella tutela delle Dolomiti ladine e in particolar modo nella protezione del Gruppo del Sassolungo e del Plan da Cunfin, i Piani di Confine, un luogo posto ai piedi del versante settentrionale del Sassolungo, tra la Val Gardena e l’Alpe di Siusi, di straordinaria bellezza e fascino oltre che di grandissima valenza naturalistica per la presenza di zone umide di elevata biodiversità, habitat di specie protette e fonti di acqua potabile per la popolazione locale. Una zona che però da tempo è minacciata da un ennesimo progetto sciistico funiviario che la devasterebbe irrimediabilmente, così come rovinerebbe in modo inaccettabile la visione del paesaggio verso il citato versante nord del Sassolungo. Come si può leggere qui:

L’Alpe di Siusi e la Val Gardena sono già fortemente industrializzate e sono un parco giochi per innumerevoli turisti sia in estate che in inverno. Solo i Piani di Cunfin sono ancora un rifugio per gli animali selvatici in cerca di pace e tranquillità e per le persone che apprezzano la bellezza e l’armonia di questo paesaggio incontaminato.

Contro tale progetto funiviario Nosc Cunfin si batte da anni, chiedendo il riconoscimento dei territori in questione come parco naturale al fine di contrastare efficacemente la speculazione edilizia a fini turistici e preservare l’ambiente, la biodiversità e le risorse idriche così peculiari della zona. Non solo: Nosc Cunfin ha avuto un ruolo decisivo anche nello scoprire l’oltraggio ambientale della cosiddetta Città dei Sassi, altra zona di grande bellezza e valenza ai piedi del Sassolungo. I locali gestori del comprensorio sciistico hanno costruito di nascosto e illegalmente una pista da sci attraverso il monumento naturale della Città dei Sassi, probabilmente sperando di farla franca. Nosc Cunfin, insieme al CAI Alto Adige e ad altre organizzazioni alpine e ambientaliste, ha preso posizione contro questa situazione e insieme sono riusciti a far sanzionare questo scempio.

Quello di Nosc Cunfin è un impegno di matrice esclusivamente civica che, come detto, nasce direttamente “dal basso” della comunità gardenese, circa la quale ne rimarca la forte relazione culturale con le proprie montagne, aspetto sempre fondamentale nella gestione consapevole delle terre alte da parte delle comunità locali. Ed è un impegno così emblematico ed esemplare da essere stato premiato, lo scorso maggio a Orta San Giulio, sull’omonimo lago, da una delle diciannove “Bandiere Verdi conferite quest’anno da Legambiente: io ero presente e ciò mi ha concesso il privilegio di conoscere personalmente Heidi Stuffer e Karl Heinz Dejori, attivisti di Nosc Cunfin (li vedete qui sotto) che hanno ritirato il premio a nome del gruppo, e farci una bella chiacchierata riguardo la loro attività di salvaguardia dell’intero Gruppo del Sassolungo e della promozione in loco del turismo dolce, dell’agricoltura sostenibile, della cultura e delle identità locali a beneficio di comunità vive e forti.

Dunque standing ovation per Nosc Cunfin e grandissima ammirazione per quanto hanno saputo, sanno e sapranno fare: è qualcosa di veramente illuminante e esemplare che mi auguro sia d’ispirazione per tanti altri soggetti impegnati nella tutela dei territori montani (e non solo di questi). Così come auguro a Nosc Cunfin di andare avanti con immutato impegno, forza, energia e efficacia fino a che nulla più possa minacciare, anche solo formalmente, la meravigliosa bellezza del Sassolungo e delle Dolomiti.

Per chi volesse seguire e sostenere l’attività di Nosc Cunfin:

(Tutte le immagini sono tratte dalla pagina Facebook di Nosc Cunfin.)

Quando i primi “nemici” delle montagne sono i montanari che le abitano

[Marzia Verona con alcune delle sue capre. Foto di Anna Ravizza, Petit Fenis, Nus (Aosta), maggio 2021.]
Così scrive l’amica scrittrice e pastora Marzia Verona in un post sulla sua pagina Facebook del 3 luglio scorso:

Rileggendo i commenti al post di ieri sulle “aree interne” (lo trovate qui, e si riferisce all’articolo che vedete nell’immagine – n.d.L.), mi sono soffermata su un paio di considerazioni.
«Il problema siamo noi montanari che non siamo uniti…», «il problema è che nemmeno più a chi è di qui interessa la salvaguardia del territorio […] il resto è disinteresse e “piccole guerre” di paese. E qui non c’entra il governo ma la testa delle persone purtroppo».
Così scrivono due persone, abitanti in regioni diverse, in aree che conosco bene. Ma non c’è bisogno di andare a cercare chissà dove, queste situazioni le viviamo quotidianamente sulla nostra pelle. Non c’è da scomodare la politica europea, neanche quella nazionale, ma neppure quella regionale o comunale. Molti dei problemi che ci toccano da vicino vengono da diatribe di vicinato, quando non addirittura famigliari, da guerre dei poveri tra chi pratica lo stesso mestiere. Uno ti porta via l’acqua, l’altro ti soffia l’alpeggio, l’altro ancora si accaparra i tuoi prati, i tuoi pascoli. E a te crolla addosso il mondo, ti tocca buttar via i sacrifici e le fatiche di una vita, ti passa ogni entusiasmo, non basta nemmeno più quella famosa passione per andare avanti…

Marzia Verona descrive una situazione che a mia volta ho constatato un po’ ovunque sulle nostre montagne, comprese quelle dove vivo – e ciò non significa che accada solo in montagna, ma certo che la si debba constatare in territori particolari e delicati come quelli montani nei quali è fondamentale – per cui spesso elogiato, invocato o rimpianto – il senso di comunità e una spiccata mutualità del modus vivendi collettivo, al fine di mantenerli antropologicamente vivi, è un fatto parecchio significativo. Spesso sostengo – provocatoriamente ma non troppo – che in certi casi i primi “nemici” delle montagne sono i montanari che le abitano ben più che i forestieri, chiunque essi siano e qualsiasi cosa facciano, e ciò che intendo è (anche) proprio quello che Marzia ha descritto brevemente ma efficacemente.

[Vallone di Rui a Bellino, Val Varaita (Cuneo), settembre 2015.]
Una situazione del genere così comune sulle montagne italiane, che ovviamente potrebbe (e dovrebbe) suscitare considerazioni molto articolate quanto parecchio lunghe da esporre qui, trovo di poterla analizzare più rapidamente attraverso due chiavi di lettura fondamentali, di segno opposto – o forse non così tanto.

La prima: quei comportamenti “anticomunitari”, da homini homini lupus delle terre alte, al netto degli interessi personali e degli egoismi del momento temo siano anche il frutto di quello sfarinamento ormai di lungo corso dell’identità culturale delle genti di montagna e della loro relazione con i luoghi abitati e lavorati. Un fenomeno perfettamente descritto da Annibale Salsa in quel fondamentale libro che è Il tramonto delle identità tradizionali, il cui sottotitolo efficacemente recita Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi: ecco, proprio questo spaesamento e il conseguente disagio esistenziale credo possano rappresentare una delle cause (forse la causa?) di quei comportamenti, conseguenza dell’applicazione prolungata di modelli economici, sociali e culturali incongruenti con i territori alpini che hanno finito per generare numerosi cortocircuiti nelle comunità di montagna, nelle relazioni sociali interne e in quelle verso i territori, con il risultato di una rottura della citata, pragmatica mutualità vitale quotidiana e dell’assuefazione a modus vivendi di ispirazione metropolitana, malamente imitati anche perché, come detto, per nulla consoni alla dimensione socio-antropologica montana. Una situazione che si potrebbe recuperare rielaborando la necessaria consapevolezza circa il senso di comunità e il corrispondente legame collettivo tra le genti di montagna e i territori abitati, così da ridare forza anche all’identità culturale dei luoghi quale elemento di unità consapevole tra i membri della comunità in primis e subito dopo tra la stessa comunità e le sue montagne.

[Capre al pascolo presso Petit Fenis, Nus (Aosta), maggio 2025.]
La seconda chiave di lettura: a fronte di quanto ho appena rimarcato, temo che non di rado vi sia uno specifico, mirato interesse della politica locale a fare in modo che questa situazione di scollamento comunitario e di alienazione venga mantenuto e pure per certi versi alimentato, perché in fondo funzionale a evitare l’invero fondamentale interlocuzione con le comunità nel caso di interventi particolarmente importanti sui territori che vadano a modificare in maniera sensibile le geografie, il paesaggio, le modalità di fruizione delle risorse, i relativi beni ecosistemici. Senza una consapevole visione unitaria della comunità riguardo se stessa e i propri territori viene meno la potenziale massa critica che possiede la forza di interloquire con le istituzioni rivendicando il diritto democratico naturale alla partecipazione nella loro gestione, soprattutto posta la grave carenza di rappresentanza politica dei territori montani ai livelli politico-istituzionali superiori. Ed avendo la politica sostanzialmente abbandonato da tempo i territori di montagna e i montanari a loro stessi, con i loro problemi irrisolti e i bisogni insoddisfatti, è facile (e per certi versi inesorabile) che essi smarriscano il senso di comunità e finiscano per sentirsi in diritto (senza in effetti comprenderlo pienamente) di agire innanzi tutto per il proprio interesse individuale, senza più pensare al portato delle proprie azioni su loro stessi in quanto comunità e sui territori nei quali vivono ma, come detto, senza più un’autentica relazione culturale.

In tal caso, cioè per risolvere questa situazione e dopo aver recuperato un consapevole senso di comunità, come rimarcato poc’anzi, è necessario rivendicare il diritto all’interlocuzione con le istituzioni e alla rinascita di una vera rappresentatività civica e politica della comunità, in modo da invertire il senso del rapporto conseguente tra cittadinanza e amministratori – non più l’ente politico che impone cose e decisioni alla comunità (una cosa molto poco affine alla democrazia, a ben vedere e a dispetto del consenso elettorale) ma la comunità che propone e indirizza il lavoro del primo – facendone di nuovo, finalmente, la manifestazione più compiuta e riconosciuta della vita comunitaria nel territorio abitato, della quale ogni residente è membro attivo e accreditato i cui diritti hanno pieno valore quando contestuali alla dimensione locale.

[Fienagione a Cogne (Aosta), luglio 2016.]
In fondo, quando i montanari si palesano come i primi nemici delle loro montagne, è in verità la manifestazione di un’ostilità non compresa tanto quanto dannosa verso se stessi più che verso le montagne – le quali, inutile dirlo, restano del tutto indifferenti alle cose umane (anche in caso di interventi all’apparenza particolarmente devastanti) e le supereranno inesorabilmente. Chi non si cura delle proprie montagne non ha cura di se stesso, di chi ha intorno e della comunità della quale fa parte –  e ne fa indissolubilmente parte, seppur non se ne renda conto o lo trascuri. Come scrive Marzia Verona, si tratta di «guerre tra poveri» che li renderanno ancora più poveri fino a che non ci sarà più nulla di materiale o immateriale per cui guerreggiare: le montagne saranno ancora lì, come detto, ma i loro abitanti non sapranno più abitarle e perché farlo. Penso sia una prospettiva che sarebbe bene non provare mai, nemmeno per errore o per qualche stupido atteggiamento egoistico.

(Tutte le immagini qui presenti sono tratte dalla pagina Facebook di Marzia Verona.)

Evviva Marzia Verona!

Sono stato veramente contento di aver assistito di persona, sabato 3 maggio scorso a Orta San Giulio durante il relativo Summit Nazionale di Legambiente, al conferimento di una delle “Bandiere Verdi” 2025 a Marzia Verona.

Innanzi tutto perché ci siamo finalmente conosciuti personalmente, dopo diverse interlocuzioni social (a volte servono anche per cose belle, già!), e ciò mi ha confermato che bella persona sia. Inoltre perché il riconoscimento è quanto mai meritato: la motivazione inscritta nell’attestato lo evidenzia bene ma fa anche intuire quanto i meriti vadano molto oltre e sommino altre pregevoli qualità che Marzia, con il suo lavoro in montagna e la sua attività di divulgazione culturale per la montagna, manifesta quotidianamente.

Di e su Marzia Verona si possono trovare molte cose sul web – e si possono anche acquistare e leggere i suoi libri, ovviamente – non ultima questa bella intervista sul TGR della Valle d’Aosta, ove vive e lavora:

[Cliccate sull’immagine per vedere l’intervista.]
Mi viene solo da aggiungere una suggestione, su di lei. Marzia è nota come la scrittrice-pastora (e/o viceversa): se per certi versi sa governare le parole traendone narrazioni scritte sulla carta e affascinanti da leggere, per altri versi governa le capre tracciando con il loro moto inscritto sui prati una narrazione montana altrettanto affascinante da “leggere”. Sa offrire due racconti delle nostre montagne diversi nella forma ma simili nella sostanza, entrambi in grado di far conoscere la realtà delle terre alte e, ne sono certo, così facendo che molti se ne appassionino.

Dunque evviva Marzia Verona, che le montagne siano sempre con lei – e lei con loro!