La neve caduta sulle montagne italiane nell’ultimo inverno e il caso emblematico del Terminillo

[Una veduta delle piste del Terminillo a febbraio 2024, tratta da www.lastampa.it.]

È l’innalzamento termico, più che l’assenza di precipitazioni, il protagonista di questa stagione fino ad oggi. Negli ultimi anni stiamo assistendo a un accorciamento del ciclo nivale: la neve arriva tardi, si fonde presto, e rimane meno tempo disponibile a contribuire al bilancio idrico.
Il racconto cambia radicalmente quando ci si sposta verso sud. Sugli Appennini, la neve è quasi assente a tutte le quote. Un dato eloquente: nel bacino del Tevere, il deficit di SWE raggiunge oggi il -89%. È un’anomalia severa, ancora peggiore rispetto allo stesso periodo del 2024.

Questa, riassunta brevemente ma eloquentemente, è la situazione del bilancio idrico della neve sulle montagne italiane nella stagione fredda 2024/2025, da poco conclusa. Sono passaggi tratti dal report periodico della prestigiosa Fondazione CIMA, un centro di ricerca di rilevanza nazionale che promuove studio, ricerca scientifica, sviluppo tecnologico e alta formazione nell’ingegneria e nelle scienze ambientali. Il report lo trovate nella sua interezza (ed eloquenza, appunto) qui.


Ora, leggendo quelle parole, voi, avendo soldi da spendere e fossero questi pubblici, dunque da utilizzare con oculatezza e senza sprechi, li investireste nella costruzioni di impianti sciistici e opere annesse? Io no, a meno che non sia un povero pazzo oppure un gran cinico.

Ecco.

Invece si fanno eccome, gli impianti nuovi e le piste da sci dove non nevica più e fa sempre più caldo così che pure la neve artificiale, la cui produzione costa sempre di più, dura sempre meno.

Un caso emblematico è quello del Terminillo, che è idrograficamente parte del bacino del Tevere il cui dato di carenza idrica da assenza di neve lo avete letto nella citazione sopra riportata: sul Terminillo è in progetto (già autorizzato) la realizzazione di 10 seggiovie, 7 tapis-roulant, 37 chilometri di nuove piste, 7 rifugi e 2 bacini per l’innevamento artificiale. Lì dove nell’ultimo inverno è mancato l’89% dell’apporto idrico da neve, appunto.

Un buon investimento? O una follia totale?

Tirate voi le conseguenze del caso – per il Terminillo e per tutte le nostre montagne.

Se la neve sui monti è sempre più una chimera meteo-climatica

[Le montagne tra la Valsassina e il Lago di Como viste dai Piani di Bobbio giovedì 20 marzo 2025. Immagine tratta da pianidibobbio.panomax.com.]
Mi rende parecchio contento osservare dalle mie parti le montagne innevate, nell’inverno ormai terminato in modo più frequente e a lungo di quelli precedenti. L’impressione primaria che se ne può ricavare è che sia stato un inverno “normale” o quasi. Un inverno «come quelli d’una volta», parlando per luoghi comuni, dal quale sorge l’impressione che, almeno quest’anno, la crisi climatica sia stata meno impattante.

[Sempre giovedì 20 marzo 2025, dal Monte Pora verso la Presolana e le Alpi Orobie. Immagine tratta da montepora.panomax.com.]
Poi leggo i dati più recenti (dell’8 marzo scorso) della Fondazione Cima, prestigioso ente scientifico che monitora tra le altre cose l’innevamento sui monti italiani, e mi devo rendere conto che purtroppo no, nemmeno quest’inverno è andata bene. È andata meno peggio di altri inverni, forse, ma è una ben magra consolazione questa.

Sulle Alpi, fino a 1000 metri di quota è nevicato quasi il 92% in meno rispetto alla media degli anni dal 2011; fino a 2000 metri il deficit è del 56.5%, fino a 3000 metri è del 35%.

Sulle montagne italiane il solo dato positivo lo si trova sull’Appennino a 3000 metri (+50% di neve), ma è inutile rimarcare che l’unica vetta che sfiora quella quota è il Gran Sasso; alle quote inferiori la situazione è pure peggiore di quella sulle Alpi.

Peraltro, tutto ciò significa che avremo meno acqua a disposizione nei mesi estivi, mancando così tanta neve sui monti che poi, una volta fusa, finisce nei nostri cosi d’acqua. Ecco nell’immagine sottostante la situazione della quantità di acqua nei bacini idrografici italiani:

Quel scintillante manto bianco che abbellisce e rende così affascinanti le montagne, almeno da una certa quota in su, non è purtroppo sufficiente ad alimentare speranze circa il divenire della realtà climatica e tanto meno giustifica quei pochi stolti che a vedere un po’ di neve sui monti si affrettano subito a dire che il cambiamento climatico non esiste. Ciò che ci tocca osservare sui monti appare sempre più una chimera meteo-climatica, che tuttavia a me alimenta ancora di più l’impegno alla salvaguardia delle nostre montagne, messe così in difficoltà dalla realtà in corso. La speranza è l’ultima a morire, dice il noto adagio popolare, e dunque c’è da sperare che di neve sui monti in futuro ne cada ancora tanta, anche se vi resterà sempre meno. Non si potrà più sciare se non a quote molto alte (come già oggi appare evidente), ce ne faremo una ragione, ma almeno avremo qualcosa su cui costruire – collettivamente – la necessaria resilienza che si dovrà necessariamente elaborare e sviluppare, nei prossimi anni. Una resilienza anche, se non per certi versi soprattutto, culturale, fatta di consapevolezza, buon senso, impegno e sensibilità verso le nostre montagne. E verso noi stessi, in fondo.

P.S.: come sempre, per ingrandire le immagini presenti nell’articolo cliccateci sopra.

Un anno “eccezionale”?

Nel grafico sopra riprodotto (cliccateci sopra per ingrandirlo), che ricavo dalla pagina Twitter dell’IRPI – Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR, i vari circoli colorati identificano gli anni dal 1950 al 2022 in base al rapporto tra temperature e piogge nei primi sei mesi dell’anno, relazionato alla media standard 1991-2010, l’attuale trentennio climatico di riferimento.

Notate due cose:

  1. Innanzi tutto, ovviamente, la posizione del 2022, lassù in alto a sinistra: nettamente il semestre peggiore dal 1950 in tema di alte temperature e carenza di precipitazioni. Notate anche la distanza dell’anno in corso dal 2003, popolarmente ritenuto l’anno climaticamente peggiore di sempre.
  2. Dato meno evidente ma parimenti significativo: quasi tutti gli anni dal 2000 in poi sono posti al di sopra della linea di anomalia nulla delle temperature, ovvero sono risultati più caldi della media 1991-2020. Gli ultimi tre anni, in particolare, sono risultati non solo più caldi ma anche meno piovosi della media suddetta.

Riflessione conseguente: rispetto al periodo precedente il 2022, così tremendamente anomalo, è sicuramente da considerarsi un’eccezione; non ci resta che sperare che tale resti anche in futuro e non si palesi invece come il primo anno di un nuovo periodo climatico ben più problematico, per il quale saranno le medie di riferimento del passato a dover essere considerate una “eccezione”, e in difetto.

Riccardo aveva ragione (pare)

[Cliccate sull’immagine, tratta dall’articolo di “Tio.ch” linkato qui sotto, per ingrandirla.]
Arrivano le prime conferme scientifiche alla previsione di Riccardo, il riccio (Erinaceus europaeus) che frequenta abitualmente il mio giardino di casa, il quale quest’autunno, prima di andare in letargo, mi aveva confidato che a suo parere la stagione invernale allora prossima e che ora stiamo vivendo nei suoi ultimi scampoli (?!) si sarebbe rivelata come una delle più calde di sempre – ve lo avevo raccontato qui.

Ecco dunque quanto riporta al riguardo MeteoSvizzera, il prestigioso ente meteo-climatico elvetico, per come ne riferisce questo articolo di “Tio.ch”:

A sud delle Alpi l’inverno non è mai stato così mite e secco come quest’anno. Che sia stata una stagione anomala ce n’eravamo accorti tutti, ma ora arriva la conferma anche da MeteoSvizzera, che per analizzare l’andamento climatico può basarsi su misure sistematiche raccolte a partire dal 1864.
Nonostante manchi ancora qualche giorno alla fine dell’inverno meteorologico – che contrariamente a quello astronomico comprende i mesi di dicembre, gennaio e febbraio -, tenendo conto delle previsioni per i prossimi giorni si possono già trarre le prime conclusioni sulla stagione che sta per concludersi e inquadrarla da un punto di vista climatologico. A sud delle Alpi l’inverno 2021/22 terminerà con una temperatura media di 1.8°C superiore alla norma 1991-2020, mentre il totale di precipitazione sarà inferiore a un quarto del valore normalmente atteso, più precisamente risulterà pari al 22% di esso. In passato una stagione invernale mite e asciutta come quella che si sta per concludere non era mai stata registrata. […]

Attendo ulteriori comunicazioni sulla questione, ora che la fine dell’inverno è ormai prossima, ma fin d’ora credo, come avevo già scritto nel mio articolo sopra linkato, che il riccio Riccardo, ovvero il suo istinto animale che chissà quali percezioni sfuggenti a noi umani coglie le proprie informazioni, finirà per avere ragione. Purtroppo.