Milano è (ancora) una “città alpina”?

Cari amici, vi pongo una domanda – definirlo “sondaggio” mi pare anche troppo – che rivolgo a tutti ma in particolar modo, inevitabilmente, ai milanesi:

MILANO SI PUÒ (ANCORA) CONSIDERARE UNA “CITTÀ ALPINA”?

Un tempo veniva ritenuta regolarmente tale: per la vicinanza geografica ai monti, per l’assidua frequentazione di essi da parte dei milanesi di città, per i conseguenti legami variamente sociali economici, culturali con i territori alpini e prealpini contigui, eccetera. Con le prossime Olimpiadi invernali si vorrebbe rimarcare, o reinventare (in maniera poco o tanto discutibile, non è questo il problema ora) quel legame: ma ci sta? Milano è ancora una città alpina, o non più? Oppure non lo è mai stata nemmeno prima?

Come sempre, grazie di cuore fin d’ora per le risposte e le considerazioni che vorrete esprimere.

Tanti auguri, Capanna Mambretti!

[Immagine tratta da www.riccisportivi.it.]
Tantissimi auguri alla Capanna Luigi Mambretti, rifugio piccolo ma dal grande fascino posto a 2004 m di quota in alta val Caronno, in uno degli anfiteatri più spettacolari delle Alpi Orobie valtellinesi, che compie 100 anni!

Fu infatti il 25 settembre del 1925 che la capanna, costruita l’anno prima, venne intitolata alla memoria di Luigi Mambretti, caduto sulla sovrastante Punta di Scais il 7 settembre 1923 a soli 27 anni, come ricorda la targa apposta in quel giorno sulla capanna stessa dal CAI valtellinese. Punta di Scais che è una delle numerose vette la cui corona imponente (ciò nonostante le quote non siano così elevate) disegna l’orizzonte meridionale della val Caronno e fa del luogo uno dei più pienamente alpestri e geograficamente potenti delle montagne lombarde, tra le cui pareti verticali si annidano alcuni dei principali (e purtroppo residui) ghiacciai delle Orobie.

Il “compleanno” della Capanna Mambretti verrà festeggiato domenica 28 settembre, come vedete dalla locandina, mentre la sua storia è raccontata in un bellissimo libro, Capanna Mambretti. Cent’anni nel cuore delle Orobie, scritto dall’amico Beno (quello de “Le Montagne Divertenti”, sì!) e da Marino Amonini, la cui lettura è – inutile dirlo, assolutamente consigliata: ne potete sapere di più e acquistarlo qui.

Ci sono i “draghi” al Passo di Emet?

Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze estive in Valle Spluga, presso il confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile il cui superamento esponesse a chissà quali pericoli ovvero sembrasse in qualche modo “immorale”. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…

Hic sunt dracones, dicevano gli antichi Romani in queste circostanze. Come ci fossero stati pericolosissimi draghi anche lassù, oltre il crinale, così richiamando numerose simili superstizioni un tempo diffuse ovunque sulle Alpi.

In verità, il mio sguardo curioso e ingenuo di ragazzino affascinato dal paesaggio selvaggio dell’alta montagna di linee rosse sul terreno non ne vedeva. Né vedeva muri, reticolati o che altro; solo qualche piccolo cippo qui e là confuso tra le rocce, che peraltro erano del tutto uguali sia da una parte che dall’altra. Stesso paesaggio, stesse montagne, identica orografia, col sentiero sul fondovalle che da qui andava di là. Tuttavia il confine lo sentivo, nella mente, in forza di tutte quelle voci e delle relative raccomandazioni che lo rendevano presente, come se realmente una qualche barriera vi fosse. Ed essendo percepito nella mente, era pure lì sul terreno. Anche se non c’era nulla. Tanto meno c’erano i draghi, ça va sans dire.

Rimase a lungo viva, quella costruzione mentale indotta, almeno finché non presi ad andare per monti in età adulta portandomi nello zaino, oltre ai viveri, un bagaglio culturale maggiore e più consapevole, anche dal punto di vista geografico ovvero geopolitico. Quando cioè, con sguardo più consapevoli, vidi che non c’era nulla da vedere sul terreno, niente linee rosse o che altro, mentre tutt’intorno osservavo un unico paesaggio nel quale venivano in contatto “due” (giuridicamente) spazi abitati, peraltro conformati da una pressoché identica cultura che da secoli si muoveva lungo le vie che attraversavano quel territorio da una parte all’altra e viceversa, alimentandone le società per la cui determinazione l’unico vero con-fine (il punto in cui si congiungono due cose che “finiscono”, come rimarca il significato originario del termine, opposto al senso con il quale lo si intende oggi) era quello fisico, del passo alpino da superare alla testata di una valle e al principio dell’altra.

Hic absunt dracones, esattamente.

Come identificato nel titolo, il valico di confine in questione è il Passo di Emet / Pass da Niemet, posto tra i 2280 e i 2294  m di quota tra la Val Scalcoggia, laterale della Valle Spluga o Val San Giacomo, e la Val Niemet, laterale della Val Ferrera nel Canton Grigioni; ne vedete alcuni scorci nelle immagini lì sopra. È un luogo che ho trovato profondamente affascinante fin dalle prime volte che da ragazzino vi giunsi, come avete letto, e che, dal mio punto di vista, possiede una bellezza ancestrale che va oltre la mera avvenenza morfologica e ambientale, per molti aspetti quasi mistica. Come se a stare lassù, del nodo geografico che il valico rappresenta (presso il quale non si congiungono solo geografie, popoli e culture ma anche i bacini imbriferi del Reno e del Po, dunque lo stesso continente europeo con il Mare del Nord a settentrione e il Mediterraneo a meridione) potessi percepire la forza vividamente dentro di me sì da sentirmi legato al luogo, appunto, ma nel modo meno costrittivo e più vitale possibile. Nel modo in cui un elemento si lega all’ecosistema a cui appartiene, ecco.

P.S.: il testo che avete letto è tratto e riadattato da Hic Sunt Dracones, il libro d’artista realizzato da Francesco Bertelé e pubblicato da PostMediaBooks nel 2021, al quale ho contribuito con un saggio sul concetto di “confine” intitolato proprio Hic absunt dracones.

Una locandina sciistica che viene da un “altro” mondo

Lo sci, in questa stagione sta diventando un problema, la neve si scioglie al sole primaverile e praticare questo sport diventa una vera impresa. È un discorso che si sente fare spesso, ma non corrisponde alla verità, almeno in buona parte. Ormai, anche in piena estate, chi vuole praticare gli sport della neve può trovare l’ambiente ideale senza affrontare disagi di sorta.

Sembra di leggere un testo scritto secoli fa, vero? Invece la locandina è della seconda metà degli anni Sessanta (la funivia che da Madesimo raggiunse il Pizzo Groppera venne aperta nel 1964) e in così poco tempo le montagne hanno subìto, e stanno subendo, un cambiamento che non a caso viene definito “epocale”, in forza dell’evoluzione sempre più rapida e problematica della crisi climatica. Addirittura, quella che non era ritenuta una verità plausibile, cioè il fatto che non si potesse sciare anche d’estate, sta diventando l’esatto opposto, cioè che si possa ancora sciare in inverno.[1] Se ci pensate bene, pure al netto delle evidenze legate alla crisi climatica e alla trasformazione dei paesaggi montani, è qualcosa di veramente incredibile, quasi paradossale se non fosse così oggettivo, così reale. È un capovolgimento culturale profondo del quale probabilmente non siamo in grado di cogliere l’esatto portato, anche per la realtà in costante divenire: lo consideriamo ancora alla stregua di una curiosità, un evento bizzarro al quale tutto sommato si può ancora prestare poca attenzione, visto che per il momento la nostra vita quotidiana prosegue più o meno come prima e, al proposito, a sciare ci si può ancora andare. Solo per poche settimane all’anno e a volte grazie alla neve “finta” sparata dai cannoni, certo, mentre un tempo si iniziava ovunque a novembre e si finiva sui ghiacciai in ottobre per ricominciare subito dopo.

D’altro canto, se non stiamo capendo consciamente ancora molto di quello che sta succedendo, ancora meno possiamo capire che allo stesso modo nel quale il paesaggio esteriore si sta modificando – le montagne restano verdi anche in inverno, i ghiacciai scompaiono lasciando il posto a vaste pietraie, i colori che lo sguardo coglie nei panorami hanno molti meno bianchi e più toni opachi – sta cambiando anche il paesaggio interiore, quello che ci portiamo dentro e rappresenta il riflesso del mondo che abbiano intorno con il quale interagiamo anche solo semplicemente standoci. La nostra presenza nei luoghi che abitiamo o frequentiamo, anche solo per poche ore, si esplica in una relazione di tipo culturale che contribuisce a farci percepire il paesaggio (il quale è un costrutto, come diceva Lucius Burckhardt: una cosa che esiste nel momento in cui viene concepita), del quale noi stessi siamo parte. Dunque, il capovolgimento suddetto va ad agire su questa nostra relazione culturale, stravolgendola di conseguenza e pressoché inevitabilmente, finendo per modificare anche la nostra identità referenziale nel momento in cui si attiva tale relazione. Per dirla in breve: se cambia il paesaggio esteriore, cambiando quello interiore, cambiamo anche noi stessi e tutto avviene senza che, probabilmente, ce ne rendiamo conto.

[Gli skilift che fino agli anni Ottanta del Novecento servivano il versante nord del Pizzo Groppera, sulle cui piste fino ad allora si poteva sciare spesso anche in estate. Nelle immagini sopra: alcune vedute dello stesso Pizzo Groppera dal versante di Madesimo e da quello della Val di Lei.]
Quella locandina delle funivie di Madesimo, in buona sostanza, è come una fotografia di come eravamo (noi, non il luogo) sessant’anni fa grazie alla quale possiamo – e a mio parere dobbiamo – cercare di capire quanto siamo cambiati da allora, sia per ragioni naturali e sia per motivi indotti, incidentali, artificiosi, meditandoci sopra. In fondo, se allora si poteva sciare anche d’estate sul Groppera e oggi non più è il problema minore: ciò che conta è tutto il resto e noi che ci stiamo dentro, è il paesaggio che è noi e noi che siamo il paesaggio. E se non vediamo, trascuriamo o non capiamo quanto profondamente sta cambiando, e dunque come parimenti stiamo cambiando noi, be’, allora sì abbiamo un bel problema. Bello cioè brutto, certamente.

[1] È curioso notare che fino a qualche tempo fa il Pizzo Groppera era considerata una montagna molto adatta a ospitare un ghiacciaio. Al riguardo in un rapporto glaciologico del 1931 si può leggere che «In questi ultimi tempi è scomparso il Ghiacciaietto del Pizzo Groppera (m. 2948) riportato ancora sulle carte dell’I..G.M. e nella guida del C.A.I. Al suo posto v’è un discreto nevaio. La morena freschissima non alberga ancora un filo di erba. Ora è da osservare che il Groppera, nel versante settentrionale, ch’è quello della Val di Lei, ha condizioni più atte alla conservazione di un ghiacciaio che non il Carden (dorsale poco distante nela zona del Pizzo Ferré e del suo ghiacciaio, un tempo assai vasto e tutt’oggi presente anche se in fortissima riduzione – n.d.L.)».

Il bando regionale lombardo per i rifugi di montagna e alcune cose che vanno dette

A fronte dell’iniziativa certamente pregevole di cui la locandina qui sopra dice, è bene ricordare all’Assessore Sertori che nell’espletare tale carica istituzionale egli non rappresenta una formazione politica ma la regione della quale è uno degli amministratori e con essa tutta la cittadinanza lombarda. D’altro canto, i soldi stanziati sono dei contribuenti italiani (vengono dal Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane) e lombardi, dato che vengono elargiti in base a leggi regionali, non della formazione politica della quale è stato ingiustificatamente messo il logo sulla locandina – che dunque ho corretto sì da renderla più obiettiva (quella originale la trovate qui). Altrimenti è come se al ristorante si facesse pagare il conto a qualcun altro e poi ci si vantasse di averlo pagato personalmente!

Con le numerose problematiche e le relative criticità che le nostre montagne devono affrontare continuamente e in maniera crescente, vista la realtà in divenire, l’ultima cosa della quale hanno bisogno è la mera strumentalizzazione politica a fini propagandistici, da qualsiasi partito provenga (e la cronaca dimostra che nessuno ne è immune, purtroppo). La montagna esplica e manifesta la propria anima nel senso di comunità della quale tutti fanno parte senza distinzione alcuna e tanto meno bandiere di qualsivoglia colore, perché ognuno è e deve essere necessario – dal politico più prestigioso all’ultimo dei comuni cittadini – per costruire insieme il miglior futuro possibile per i territori montani, i loro abitanti e per chiunque le frequenti con passione, consapevolezza e rispetto.

Ecco, vanno rimarcate e tenute presenti, queste cose. Detto ciò, ribadisco, l’iniziativa in questione è senza dubbio importante e questo va riconosciuto.