MONTAG/NEWS #14: cosa è successo di interessante (nel bene e nel male) sulle montagne la scorsa settimana?

Ovviamente sono successe tantissime cose e non servivano certo le Olimpiadi di Milano Cortina per animare la realtà quotidiana dei territori montani! Eccovi dunque un nuovo numero della mini-rassegna stampa a cadenza domenicale di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella scorsa settimana parecchio interessanti da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Come ricordo sempre, di notizie concernenti le montagne ne escono a bizzeffe tutti i giorni sui media d’informazione, alcune parecchio superficiali e conformistiche, altre più obiettive e dunque valide: questa mini-rassegna stampa è un tentativo di non perdere alcune delle notizie più significative. Durante la settimana le più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture!


LO SCI E LA CASSA INTEGRAZIONE “CLIMATICA”

Il sito d’informazione “GRI.media” riferisce che, a causa della scarsità di precipitazioni nevose che interessa anche parte delle Alpi svizzere, sei aziende, cinque nel settore della ristorazione sulle piste e un’attività mista di impianti di risalita e esercizi pubblici, hanno richiesto l’indennità per lavoro ridotto all’Ufficio grigionese per l’industria, arti e mestieri e lavoro (UIAML), un equivalente della cassa integrazione italiana. Una necessità che la crisi climatica, e di conseguenza la crisi dello sci, sta rendendo sempre più frequente e emblematica circa la transizione turistica ormai ineludibile per molte stazioni sciistiche.


LO STORDIMENTO CULTURAL-OLIMPICO

Su “AltraeconomiaPaolo Pileri riflette sulla «macchina dello stordimento culturale e del consumismo» che, indossata la divisa olimpica di Milano Cortina, viene imposta anche in luoghi impensabili. Lo dimostra il caso, emblematico quanto bizzarro, di Loro Ciuffena, nel cuore della Valdarno, nel cui centro è stata inaugurata “una suggestiva Ski-Station a cielo aperto”, per “portare nel cuore del paese tutto il fascino e l’energia delle più celebri località alpine”. Non è folklore paradossale, rileva Pileri, ma è una tendenza nazionale a piegare il patrimonio pubblico ed è un grosso problema: per il patrimonio stesso e per l’identità culturale del paese.


ALLA MONTAGNA SERVE CULTURA AMMINISTRATIVA

Paolo Piacentini su “Italia che cambia” torna a riflettere su ciò «che manca alla montagna italiana e in generale alle aree interne per essere tutelate: una formazione politica e amministrativa capace. Non bastano leggi e soldi». Quindi rilancia: «E se la montagna, in quanto spina dorsale del Paese, diventasse il luogo privilegiato di sperimentazione di nuove forme dell’abitare basate sulla cura del territorio e su un’economia sobria e solidale?» Una proposta quanto mai condivisibile e paradossalmente “rivoluzionaria” nonostante la sua ovvietà: eppure sembra che la politica nostrana continui pervicacemente a ignorarla, se non a avversarla.


QUANTI SONO I LUPI NELLE ALPI?

Il progetto LIFE WolfAlps EU ha diramato i dati aggiornati sulla presenza del lupo nelle Alpi, e ne dà notizia “Lo Scarpone”. La stima attendibile al 95% è di 1.124 lupi (meno di quanti spesso si ritenga), ma con una dinamica evolutiva a due velocità: nel settore centro-occidentale (Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta) ci sono 768 individui stimati, con una presenza consolidata tra i monti e la tendenza a muoversi verso le pianure; nel settore centro-orientale (Lombardia, Triveneto) gli individui stimati sono 356 e si registra il tasso di crescita montano più elevato. Inoltre i dati rimarcano l’estrema mobilità transfrontaliera della popolazione alpina di lupi, che rende necessaria la gestione collaborativa organica tra tutti i paesi delle Alpi.


MA SONO OLIMPIADI IN CUI SI SCIA O SI CORRE?

Manca sempre meno all’inizio delle Olimpiadi di Milano Cortina e sulla stampa la definizione più usata al riguardo è «corsa contro il tempo», un linguaggio più da gare di atletica che di sci! Tuttavia obiettivo, visto che quasi tutte le opere, anche quelle destinate a ospitare le gare, sono in ritardo. E lo sono non per gli imprevisti di un normale processo di realizzazione ma per la superficialità, l’incompetenza, il dilettantismo di chi sta organizzando i Giochi. Non solo: c’è anche la corsa contro i debiti, perché molte opere hanno sforato i budget di spesa e abbisognano di ulteriori soldi per coprire i costi. Chi li metterà questi soldi, secondo voi?


GLI SCI A MOTORE NON SONO UNO SCHERZO (PURTROPPO!)

Quando lo scorso anno sono stati presentati gli e-Skimo, i primi sci con motore e cingoli per risalire i pendii nevosi con meno sforzo – una sorta di versione sciistica delle e-bike, in pratica – in tanti hanno pensato a una sorta di scherzo, di pesce d’aprile. Invece la start-up italosvizzera che li ha proposti insiste, con il fine di «rendere lo sci, e in generale la montagna, più accessibile per tutti.» Costo per tale “fine”: 5.000 Euro al paio. Ora, al netto del senso di una proposta simile e del termine “accessibile” – uno altro di quelli ormai iper-abusati, anche sui monti – la domanda che sorge spontanea è: veramente c’è gente che spenderebbe quella cifra per un paio di sci bizzarramente motorizzati pensando di “godersi” in questo modo le montagne?


 

“Oltre la Vetta” è un podcast bello e importante, da non perdere

Oltre la vetta” è un podcast che dovete assolutamente vedere/ascoltare.
Ve lo dico da subito, sperando così che vogliate seguire questo mio spassionato ma fervido consiglio: il podcast lo merita senza alcun dubbio.

Lo dico anche da subito perché “Oltre la Vetta” nasce all’interno dell’omonimo progetto del Club Alpino Italiano per dissertare e riflettere apertamente di ciò che nella montagna, e nella vita, resta spesso taciuto: il dolore della perdita, il trauma, la paura, la fragilità. Ovvero, in origine, la morte, quella che ha portato via molti alpinisti pur valenti e bellissime persone lasciando senza la loro presenza i rispettivi famigliari, con il loro lutto – o i lutti dacché hanno molte forme, forse una per ciascuno di noi – e con la necessità di elaborare i modi, diversi e personali, in cui si può imparare a convivere con essi.

Ideato (come il progetto di partenza), scritto e condotto magistralmente dall’amica Sofia Farina, con i suoni e le musiche originali di Giorgio Tidei e la grafica di Stefano Gaio, “Oltre la Vetta” ospita in ogni episodio compagni di cordata, familiari, alpinisti che hanno subito la perdita di un proprio caro o di un amico e raccontano la personale esplorazione del dolore e la sua elaborazione, diversa per ogni persona appunto e altrettanto variamente, ineluttabilmente complessa ma essenziale per chi resta con il compito di restituire dignità alla fragilità, mostrando che dal dolore possono nascere nuovi significati, relazioni e forme di cura reciproca. In tal senso ogni episodio apre uno spazio di ascolto e di riflessione su un tema che nella cultura di montagna, e nella società più ampia, resta spesso (quasi sempre nella società) un tabù nonostante sia parte integrante e inalienabile della vita di tutti.

Riflessioni che dalle conversazioni dei vari episodi, tutte peculiari e interessanti proprio per i motivi suddetti, emergono in abbondanza e coinvolgono chi assiste al podcast anche grazie al tono confidenziale ma non per questo meno profondo e sensibile con il quale Sofia dialoga con gli ospiti. Tra quelle più ricorrenti, d’altro canto fondamentale da elaborare e considerare, è quella che concerne la necessaria ricerca di un senso alla fatalità e al conseguente dolore. Come detto, la morte è parte ineludibile della vita, e se la vita deve avere un senso per noi creature intelligenti e senzienti, deve averlo anche la morte, anche quando essa, per ciò che determina, appare l’evento più tragicamente insensato e inspiegabile che si debba affrontare, soprattutto se conseguenza di circostanze imprevedibili come gli incidenti in montagna che coinvolgono alpinisti assolutamente esperti, assennati e preparati. Persone che sui monti trovano e provano – come la gran parte degli appassionati che li frequenta – sensazioni di gioia, di libertà, di appagamento, di felicità profonda, ovvero qualcosa di formalmente antitetico al dolore e alla morte. Eppure, come detto, un senso lo deve pur avere anche la morte e non può essere quello, legittimo e consolatorio tanto quanto artificioso e a volte mistificatorio, che ad esempio le religioni forniscono. Al quale chiunque è libero di affidarsi, ma non più di ciò che noi, personalmente, possiamo e dobbiamo saper elaborare e comprendere, per quanto sia possibile, proprio per rendere veramente compiuto il senso della nostra vita e la nostra presenza viva nel mondo.

Insomma, lo ribadisco: “Oltre la vetta” è un podcast assolutamente da seguire, qualcosa alla quale assistere non può che far bene, alla mente, al cuore e all’anima.

L’ignobile DaD in Valtellina per le Olimpiadi

[Un volantino affisso a Sondrio contro la DAD. Immagine tratta da www.sondriotoday.it.]
Personalmente, e in tutta franchezza, trovo che la decisione che sarebbe stata presa in Valtellina di sottoporre parte degli studenti locali alla Didattica a Distanza (DaD) nel periodo delle Olimpiadi di Milano Cortina, anche in forza della soppressione di alcune corse del trasporto pubblico al fine di agevolare il traffico sulle strade che portano verso le sedi delle gare olimpiche in alta Valtellina, sia semplicemente vergognosa.

Nonostante la sua apparente marginalità nell’intera vicenda olimpica, credo che l’idea che la giustifica sia tra le più indegne e inquietanti, anzi: nella decisione è possibile intravedere anche cenni di anticostituzionalità, innanzi tutto per come leda l’equità del diritto allo studio garantita a tutti i cittadini (articoli 3 e 34) oltre che la qualità dello studio stesso, in base a motivazioni del tutto effimere (un evento sportivo con partecipazione pubblica ludico-ricreativa come sono le Olimpiadi, appunto).

Si tratta di un ennesimo schiaffo in pieno volto ai territori e comunità alle quali le Olimpiadi sono state imposte, assoggettandoli a opere e infrastrutture sovente opinabili e negando loro qualsiasi interlocuzione (altro evidente elemento di anticostituzionalità) e ciò solo per garantire e legittimare la relativa propaganda strumentale da parte di chi le Olimpiadi le ha volute e ora non vuole ammetterne il fallimento organizzativo e politico ormai per molti aspetti evidente.

[La pagina che il 22 gennaio il quotidiano “La Provincia” ha dedicato alla questione.]
È bene ricordare che la DaD è una procedura didattica emergenziale che viene giustificata soltanto da situazioni eccezionali e altrimenti ingestibili, come fu nel periodo della pandemia da Covid, la quale necessita di una metodologia didattica specifica che limiti il più possibile l’altrimenti inevitabile disequilibrio nel diritto allo studio costituzionalmente garantito, come già detto.

Qui invece, per l’ennesima volta, ci si trova di fronte a un’imposizione di matrice politica profondamente priva di senso civico e sostanzialmente antidemocratica. Piuttosto, è ormai palese che l’unica reale emergenza, nei territori olimpici, è proprio quella generata dall’impatto delle Olimpiadi sulle comunità e dalla relativa gestione nefasta di chi ne è stato/ne è responsabile. Punto.

Economia vs ecologia, ancora, inesorabilmente: anche così la nostra “casa” va a rotoli

[Immagine generata con Gemini AI.]
Nel nostro mondo, l’economista si occupa di economia e l’ecologo di ecologia.

Be’, che c’è di strano? – qualcuno si chiederà.

Nulla, in effetti. O forse tutto.

Già, perché in questo nostro mondo – per quello che oggi è questo nostro mondo, con tutti i suoi problemi e innanzi tutto con gli effetti sempre più pesanti della crisi climatica e del degrado ambientale – probabilmente sarebbe meno strano se l’economista si occupasse (anche) di ecologia e l’ecologo di economia. Il primo, per capire come sostenere economicamente la salvaguardia ecologica del pianeta, e il secondo per comprendere come gli ecosistemi planetari possano sostenere lo sviluppo economico del nostro mondo – oltre a mille altri buoni motivi e scopi.

Ci pensavo, a questo, dopo una chiacchierata con Matteo Motterlini, figura accademica e scientifica di gran prestigio, intorno al suo indispensabile libro “Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai” (da leggere assolutamente, ne ho scritto qui) e alla devastante contrapposizione tra “economia” e “ecologia”, due termini in origine gemelli e complementari per come entrambi contengano la radice “eco” cioè (dal greco) οἴκος/oikos, “casa”, il nostro pianeta, la vera unica casa che abbiamo e abitiamo tutti insieme. Una contrapposizione dalla quale scaturiscono molti dei problemi che affliggono il nostro mondo – le cui conseguenze subiamo tutti – e che rende altrettanto evidente quella tra “sostenibilità” e “sviluppo”, in verità termini e concetti oggi divenuti antitetici esattamente come economia e ecologia. Ma, è bene rimarcarlo, antitetici per ragioni illogiche e sconsiderate, oltre che per aver dimenticato quell’origine etimologica comune e fondamentale.

Per questo oggi, nel nostro mondo odierno ovvero da qualche tempo a questa parte, che l’economista si occupi solo di economia e l’ecologo solo di ecologia non è per nulla normale. È strano, illogico, inverosimile… Anzi, pure inquietante e pericoloso. Quando sapremo riconnettere l’“economia” con l’“ecologia” e finalmente armonizzare i rispettivi ambiti, con tutto ciò che ne deriva, per il beneficio di tutti? Quando torneremo a essere, anche qui, veramente normali?

Record di ricavi per il turismo, già: ma i record dei costi chi li calcola?

[Suggestiva veduta di Bergamo Alta in un tramonto autunnale.]
Qualche giorno fa il telegiornale di “BergamoTV” ha riferito che nel 2025 il giro d’affari turistico della sola città di Bergamo ha raggiunto i 329,5 milioni di Euro, un nuovo record che rende il capoluogo orobico una delle mete turistiche sempre più importanti e frequentate del nord Italia. In dieci anni, cioè rispetto al 2015, gli arrivi sono cresciuti del 150%, le presenze del 170% e le case vacanza sono più che raddoppiate, passando da 723 a oltre 1.600 unità. Dati effettivamente impressionanti (ma non dissimili da quelli di altri luoghi che stanno vivendo un’identica rinomanza turistica) che vengono festeggiati e vantati da amministratori e operatori turistici cittadini, ma che di contro segnalano il rischio crescente di overtourism: «I residenti della Città Alta e dei borghi storici segnalano un aumento del disagio legato alla pressione turistica, tra affitti in crescita, servizi sotto stress e perdita di identità dei quartieri. La trasformazione degli appartamenti in strutture ricettive ha ridotto l’offerta abitativa per i cittadini, mentre le attività commerciali si adattano ai visitatori, spesso a scapito della vita di comunità» (fonte, qui).

[Sovraffollamento turistico lungo la “Corsarola”, la via centrale di Bergamo Alta. Immagine tratta da https://primabergamo.it.]
Insomma, Bergamo – presa da me qui come esempio rappresentativo e emblematico, nonché per la mia vicinanza geografica che me lo fa conoscere bene – sta registrando le consuete dinamiche generate dalla pressione crescente del turismo massificato contemporaneo sugli spazi abitati, sia cittadini che rurali come ad esempio le località e i territori di montagna, ove si spinga costantemente sull’acceleratore turistico per alimentarne l’economia, considerata (con parecchia retorica) sempre più importante se non «irrinunciabile», senza di contro promuovere un’adeguata regolamentazione del comparto turistico locale grazie alla quale mantenere il giusto equilibrio tra il godimento ludico-ricreativo dei luoghi da parte dei visitatori e il benessere residenziale di chi li vive. Con l’inevitabile conseguenza che i secondi subiscono svantaggi e danni via via crescenti che poi si ribaltano sulla vivibilità dei luoghi stessi, siano grandi città oppure piccoli centri, i quali in pratica si trasformano in meri divertimentifici ad uso turistico, per la gran parte gestiti da imprese private invece che dalla politica locale, sempre meno abitati e urbanamente vivi.

[Un velivolo in decollo dall’aeroporto di Orio al Serio, con Bergamo Alta sullo sfondo. La compagnia low cost Ryanair ha fatto dello scalo bergamasco il suo principale hub italiano, contribuendo in modo sostanziale ai record turistici della città. Immagine tratta da www.italiaatavola.net.]
Ascoltavo dal servizio del telegiornale i dati economici e, posto quanto appena rimarcato, pensavo: be’, forse la grande fortuna del turismo di massa che affolla spazi pubblici urbani, naturali e patrimoni culturali in genere, deriva dal fatto che è tanto facile elaborare quei dati e fare la somma dei profitti ricavati, ricavandone motivi di soddisfazione e propaganda, quanto è difficile determinare i costi dell’impatto del turismo su quegli spazi e su chi li vive. Come si può quantificare economicamente il degrado del benessere residenziale dei luoghi turistificati, il disagio crescente degli abitanti, la perdita della loro anima, delle specificità culturali, degli spazi di socializzazione comunitaria, la difficoltà di trovarvi un alloggio da abitare o un posto auto se non lo si possiede, il fastidio arrecato dal rumore, dall’inquinamento, dall’affollamento costante degli spazi pubblici, il deterioramento del paesaggio urbano e della relazione culturale alla base della sua abitabilità consapevole e appagante, eccetera? Se è probabilmente difficile quantificare e compendiare in dati numerici economici questi fattori pur fondamentali per i luoghi sottoposti al sovraffollamento turistico, sicuramente gli operatori del settore sono poco o nulla interessati a farlo e con loro – cosa ben più opinabile – spesso lo sono gli amministratori locali. I quali se ne disinteressano pervicacemente oppure, quando si attivano, è ormai troppo tardi per sistemare i danni, proponendo palliativi ben poco efficaci vista la mancanza di volontà di mettere in atto azioni più decise e radicali atte a regolamentare i flussi turistici e salvaguardare il benessere abitativo dei propri concittadini.

[Affollamento di turisti in Piazza Vecchia, Bergamo Alta. Foto di ©Bedolis, tratta da www.ecodibergamo.it.]
Anche in questo caso, in pratica, l’economia turistica si mangia l’ecologia urbana: si preferisce difendere i tornaconti di alcuni invece che le necessità quotidiane di molti altri. Così il luogo deperisce, si degrada, perde vitalità, socialità, identità. Diventa il simulacro di se stesso, un po’ come le scenografie dei set cinematografici che riproducono le città: all’apparenza sembrano vere, in realtà è tutto (o quasi) ridotto a una mera finzione.

Un bilancio autentico e realmente rappresentativo della bontà del comparto turistico in un contesto locale dovrebbe quantificare e rapportare i seguenti fattori prima di altri: da una parte il giro d’affari, diretto e indotto, dall’altra parte i costi in capo al luogo e alla collettività locale. Da qui, principalmente, si dovrebbe ricavare l’utile turistico del luogo o di contro la perdita  – peraltro un calcolo che andrebbe anche a tutto vantaggio del turismo stesso e della qualità di fruizione turistica del luogo – che, è bene ricordarlo, risulta tanto elevata quanto lo è la qualità di vita dei residenti. Altrimenti tutti quei dati “spettacolari” così spesso diffusi e vantati sul turismo finiscono per rappresentare soltanto una finzione narrativa, per qualcuno esaltante da sentire ma dalla quale non si ascolta nulla di veramente concreto e, anzi, che finisce accrescere l’alienazione del e dal luogo.