E niente, siccome io Instagram continuo a non capire a cosa serva, salvo che alla promozione di luoghi turistici e/o commerciali, ai fotografi bravi e ai personaggi pubblici che vivono della propria immagine (definizione che, per quanto mi riguarda, concerne ben poche figure e certamente nessuno di quegli “influencer” del piffero, che peraltro a me influenzano come un topo vegano influenzerebbe un gatto affamato), alla fine, visto che ci sto e posta tale mia ignoranza o ottusità, ho deciso che lo utilizzerò nel modo in cui non dovrebbe essere utilizzato: scrivendoci molto e pubblicando poche immagini.
Perché è vero che oggi l’immagine conta molto – buona parte della nostra civiltà ormai si basa sulla mera apparenza, non più sulla concreta sostanza – ma è pure vero che qualsiasi pur bella immagine senza un buon contenuto espressivo vale come un palloncino colorato pieno d’aria che svolazza in cielo: carino sì, ma prima o poi inesorabilmente scoppia, e non resta più nulla.

Ohibò!
C’è un fatto che, pressoché ineluttabilmente, segnala a me stesso la personale “vetustà” (trad.: quanto sono vecchio): che ogni qualvolta il mio occhio colga l’icona del pollicione levato – quella lì sopra, sì – la prima cosa che mi balza in mente è “autostop”, non “mi piace” o “like”. Già.
Ma in fin dei conti, secondo voi, è peggio avere a che fare con un ignorante che crede di essere intelligente, oppure con uno che ignorante si vanta di esserlo?