«In che senso, scusa?» risponderete voi, probabilmente.
Sì, è vero, la domanda è all’apparenza piuttosto strampalata, dunque vado subito a chiarirla meglio. M’è sorta nell’ascoltare una conversazione sul fare libri al giorno d’oggi, nel senso di scriverli, o meglio nel capire che senso abbia – debba avere – scrivere libri, oggi. Perché – lo ribadisco per l’ennesima volta – il libro è l’oggetto culturale per antonomasia, quello che col miglior rapporto qualità/prezzo/fruibilità/godimento più di ogni altro rappresenta la cultura presso il pubblico più grande e si fa suo più efficace ambasciatore. Ed è tutto ciò a prescindere, anche quando il suo scopo non sia dichiaratamente quello (per scelta o per colpa), così come la più spettacolare fuoriserie, al di là di essere un oggetto di design, un emblema di tecnologia, di aerodinamica e quant’altro, resta sempre un autovettura per il trasporto delle persone.
Posto ciò, e posta la valenza culturale imprescindibile di tutti i libri (salvo rarissimi casi, appunto), nonché posto che la cultura è retaggio indispensabile del passato ed elemento fondamentale del presente al fine di viverlo al meglio per costruire il miglior futuro possibile, m’è venuto appunto da chiedermi: ma i libri, oggi, sono “oggetti” che rivendicano – o sanno rivendicare – il proprio valore di costruzione culturale del futuro, oppure restano ancorati al proprio presente se non, in certi casi, divengono mera testimonianza del passato?
Non è una mera questione di contenuti, sia chiaro. Ad esempio non è, banalmente, che il romanzo di fantascienza costruisca il futuro e il saggio storico resti bloccato nel passato di cui disquisisce. Personalmente, credo che un libro possa “costruire” il futuro – o aiutare a farlo – quando sappia portare al suo lettore un messaggio di valore potenzialmente atemporale, almeno nell’essenza, quando la sua lettura sappia suscitare riflessioni e considerazioni protratte nel tempo, quando sappia formare per sé stesso uno spiccato carisma letterario oppure, anche, quando la sua forma sappia innovare il presente linguistico del quale fa parte.
Capirete che non sto scoprendo nulla di che: ogni libro, io penso, dovrebbe cercare di lasciare una propria traccia evidente nel tempo, senza restare meramente vincolato alla propria epoca in tutto e per tutto. Di contro, forse capirete pure che oggi, sempre più spesso, il libro viene ridotto a puro oggetto di intrattenimento (oltre che, commercialmente, a semplice bene di consumo, ma questo è un altro discorso) nel quale il necessario valore letterario viene messo da parte per confezionare un prodotto il quale, appunto, ricorda molto quanto offerto dalla TV: un passatempo di basso profilo che non abbisogna di impegno intellettuale e, di contro, che sovente rincorre il più banale e ovvio sentore comune. Non un elemento che genera e costruisce cultura, dunque, ma che prende la forma della (sotto)cultura dominante, ancorandosi al proprio presente e rinunciando a qualsiasi futuro, appunto.
Tirando le somme di questo ragionamento: sono convinto che ogni autore il quale scriva un testo e lo proponga ad un pubblico debba anche porsi lo scopo di far che da quel suo testo possa generarsi un “retaggio culturale attivo”, dunque che in un modo o nell’altro (o in entrambi, se possibile!) il testo sappia costruirsi un’essenza letteraria – o un carisma, come l’ho definito poco sopra – nel momento della sua prima lettura che poi sussista col passare del tempo. Ciò anche per i libri di intrattenimento (intelligente, intendo dire: ce ne sono, senza dubbio), per i romanzi brevi o lunghi, i racconti, i componimenti poetici… Insomma, non è una questione di forma e, nemmeno, di sostanza, ribadisco, ma di essenza. E non è nemmeno questione che un testo sia un capolavoro letterario, un best seller o un’opera fondamentale, giammai che sia firmato di chissà quale gran scrittore. No, è questione di scriverlo con la consapevolezza che tale scrittura dovrà lasciare un segno nel tempo e nel patrimonio di conoscenze condiviso, così che un domani se ne possa riconoscere il valore, la peculiarità, l’essenza – appunto – o quanto meno il senso. Allora sì, il libro avrà contribuito a suo modo a fare il nostro futuro. Altrimenti, non sarà che il mero e ordinario segno d’un presente che nell’attimo successivo è già divenuto passato, potenzialmente dimenticato.
Bella domanda….. Complimenti. Per me molto attuale, perchè negli ultimi 3 anni ho letto un centinaio di saggi ( non li ho contati ) Per me il libro è sempre stato un momento di evasione che negli ultimi 3 anni si è evoluto. Ora rappresentano evasione e aggiornamento sul mutamento di paradigma. Scelgo i titoli aiutata dalle ricerche per Intelligenza Collettiva ( spazio Linkedin che gestisco)
All’inizio del 2016 ho creato il blog quasi forzatamente e solo ora con la tua domanda ne capisco le ragioni. Credo sia una naturale necessità di esprimere tutto quello che apprendo. Il modo in cui mi esprimo diventa un piacevole divertimento. Grazie Luca un saluto anna
Buongiorno Anna, e grazie di cuore per il tuo commento, molto interessante e intrigante. In effetti queste sono tematiche “teoriche” raramente indagate, eppure assolutamente importanti, a mio modo di vedere, per continuare a mantenere vivi il senso e il valore dell’oggetto-libro in sé e dell’esercizio della scrittura.
Sai una cosa? Mi viene da chiederti (sfacciatamente!) se, posta la vasta esperienza su tali temi che mi dici, ti andrebbe di scrivere qualche riga a far seguito e approfondimento al mio articolo. Sarebbe per me non solo un onore pubblicarle ma pure un intrigante – appunto! – e certamente utilissimo sviluppo alla mia riflessione. Che ne dici?
In ogni caso grazie ancora, Anna! 🙂
Grazie Luca sei gentile. Ti prometto che ci proverò. La tua proposta è stimolante. Ho appena inixiato la lettuura di Jakobson: La linguistica e le scienze dell’uomo. A me piace ascoltare, ma fin da bambina molte voci mi mettevano a disagio. Sarà per questo che ho preferito leggere? C’è qualcosa tra il suono e il significato che interrompe l’eventuale relazione sana? Mi vine in mente ora quanta voce hanno usato i dittatori……e oggi la Tv. Ho ascoltato un video di una nuova trasmissione e quando parla il conduttore, ho notato che alzano il volume. Mamma mia che casino!!!!!!
Buona giornata. A presto
Ciao. Ho letto il post e mi trovo parzialmente d’accordo. Secondo me un libro non dovrebbe essere per forza un veicolo di trasmissione di valori atemporali, ma anche un mezzo di puro svago e godimento. Mi metto nei panni di qualcuno che lavora sodo e deve usare la mente per risolvere i problemi del lavoro, oppure una persona la cui vita è più incasina di un cubo di Rubbik; queste persone vogliono solo tornare a casa e “spegnere” il cervello per qualche momento e godersi quella serenità e libertà che meritano. Magari preferiscono un’avventura avvincente, divertente e coinvolgente, ma fine a se stessa, piuttosto che un racconto dove devi anche capire quel’è il messaggio! Se poi ci mettiamo a parlare della bassezza dei contenuti odierni della editoria italiana di punta sono pienamente d’acccordo con te. Grazie per aver letto. Ci sentiamo. Buona giornata.
Buongiorno MaLo!
😀 😉
Solo “parzialmente d’accordo”? Ecco, mi hai rattristato, già a quest’ora del mattino!
capisco bene il tuo pensiero e, nella forma, lo condivido. Tuttavia rimango convinto che anche il libro che racconta la storia più banale, superficiale e/o apparentemente inutile debba comunque essere basato su un considerabile valore letterario, ovvero che debba in ogni caso trasmettere l’idea – più o meno, in un modo o nell’altro – di letteratura, nel senso più autentico e prezioso del termine. Altrimenti è un po’ come certa comicità: prendi un film dei soliti natalizi, i cosiddetti cinepanettoni, e prendi – per dire – il Flying Circus dei Monty Python. Il primo comico ma superficiale e un po’ becero; il secondo tagliente e sferzante tanto quanto assaui colto. Il primo ti farà pure ridere ma dopo 5 minuti nemmeno te lo ricordi, del secondo ne stanno già parlando i libri di storia e fa tutt’oggi da enciclopedia per buon parte della comicità che si esercita sul pianeta. E non è solo una questione di contenuti – che è fondamentale, sia chiaro – ma proprio anche di “lascito” culturale. Perché ogni forma espressiva pubblica che veicoli contenuti, qualsiasi essi siano, è cultura, e purtroppo ‘sta cosa è troppo spesso dimenticata da chi li produce.
Grazie a te, e ci si sente, eh! And, so, absolutely you’re not so stupid to have written nine posts about sex. Anzi! 😉 🙂
Chiedo scusa per gli errori del precedente messaggio. Ho iniziato il blog intorno al marzo scorso e non conoscevo nulla di wordpress. Non so come ho fatto a trovare questa pagina…… e mi rendo conto che ho scelto un template….diverso.
Noto da poco tempo che il mio spazio è abbastanza visitato, ma nessuno lascia commenti, anche se mi pare di averlo sollecitato. Passo volentieri alla tua domanda che esprime anche la domadona che mi faccio da sempre. Con quale intensità non posso non dirlo, e lo faccio con una sintesi esistenzialmente esplosiva: ” Mio marito mi nascondeva i libri.”
C’è un filo rosso che mi accompagna da sempre ed è la lettura che scelgo, dopo e dal volume precedente. Con il web e dopo la formazione esperienziale che la vita mi ha regalato, la scelta è diventata più facile e veloce.
Ho gli strumenti per trovare le letture che portano alla vita, alla cultura ascendente, ai messaggi forti e chiari di quanto sia importante la luce nei cuori per avanzare anche nei sentieri scuri. Per chi ama la lettura, potrebbe essere una ragione quella di scappare dalle voci…..urlanti? Per chi preferisce le voci anche urlanti, potrebbe essere la necessità di non sentirsi soli?
Due storie che vanno nella stessa direzione: colmare vuoti?
Pensare e fare – fare e pensare.
Il pensiero sistemico incorporato, aiuta a trovare il proprio ritmo senza farsi invadere da altri ritmi, ma accettandoli come parte del tutto. Le diversità che sembrano separarci possono diventare fonti di ricchezza. Non ho indagato su come avviene, intuisco che è biologico il fatto che le camelie cominciano a fiorire a dicembre.
Concludo con: Jakobson nelle prime pagine dice che la linguistica dovrebbe unirsi alla biologia. Trovo conferma e conforto per gli studi transdisciplinari senza sottovalutare le specializzazioni.
Sono molto convinta che l’Italia nell’inconscio è transdisciplinare, e inserita nel Mediterraneo, chissà con quali modalità, potrebbe portare pace……. 🙂
Buongiorno Anna! 🙂
E’ molto interessante quanto scrivi, soprattutto la citazione delle teorie di Jakobson sulla correlazione tra linguistica e biologia. Che poi, a pensarci bene, è una correlazione naturale, se pensiamo che la lingua è peculiarità fonica fondamentale della nostra razza (ne avevo parlato anche qui sul blog di questo, un po’ di tempo fa) e strumento indispensabile alla generazione della nostra socialità, nel bene e nel male. E in effetti quanto scrivi denota come debba essere alquanto importante, se non proprio necessario, che i libri possano scrivere il futuro di chi li legge e più in generale, in senso culturale, della stessa società che è formata anche dai lettori. C’è quindi un collegamento di natura pure sociologica, per questi temi: le stesse ” diversità che sembrano separarci possono diventare fonti di ricchezza” da te indicate non sono poi – se compendiate in “tesi” – un’ottima definizione di ciò che sono ( o dovrebbero essere) i libri? Tutti diversi l’uno dall’altro, ma ognuno fonte preziosa per la nostra personale ricchezza culturale – e di rimando per quella della comunità di cui facciamo parte.Grazie molte per le tue osservazioni… ci si potrebbe dissertare sopra per giorni, e ricavarne innumerevoli altri spunti di riflessione!
Buona giornata! 🙂
Grazie Luca. Buongiornobuono. Pur amando la lettura e i libri, sento che il mutamento di paradigma in atto, ci sta chiedendo di cambiare molti punti di riferimento, per poter continuare a nutrire la vita con amore e fluidità.
Le mani dei nativi digitali non hanno bisogno del piacere di girare le pagine cartacee perchè ora basta un clik che accorcia il tempo coinvolto. Ecco, il tempo dei tempi che stiamo attraversando potrebbe essere un tema da osservare con attenzione filosofica.
La globalizzazione fa emergere molti avvenimenti diversi tra loro, in tempo reale. Per proteggerci dal rumore forse serve ” un pensiero dietetico “?
Le discipline olistiche aiutano ad uscire dal dualismo mente-corpo e il passaggio successivo al pensiero sistemico è abbastanza facile.
Mi accorgo che avere un interlocutore mi fa nascere nuove connessioni. La velocità della legge di Moore ha bisogno di contenimento e di che tipo?
Per uscire dalla “lentezza” delle riflessioni accetto volentieri l’aiuto di Karlfried Durckheim: ” Cerchiamo di aver il coraggio di dimenticare tutte le nostre teorie per prendere sul serio quello che noi viviamo, quello che noi sentiamo all’istante”
https://www.youtube.com/watch?v=cvYfJ_QjZFw (1896-1988)
A questo punto ringrazio Ted Nottingham per il video che conclude con ” open door “.
La dinamica dell’apertura è accompagnata da un’ abolizione progressiva delle distanze, che colloca ogni indivduo nella vicinanza dell’altro e dell’essere vivente. Come essere se stessi nella complessità delle forme del vivente?
Al di là dello sfondo socio-culturale c’è un fondo di natura che ci tiene legati. Mi sto chiedendo: La crisi del nostro tempo sta forse tra le polarità “velocità e istante vissuto intensamente” ?
Torno un attimo a me stessa per ricordare l’attimo piacevole in cui ho imparato o meglio, il mio sistema organico ha assunto che il significato dell’esistenza si basa sull’ ” esperienza ” del conoscere.
Per aggiungere valore alla lettura possiamo dire che esperienza e lettura si intrecciano? Teoria e pratica uniti nello stesso spazio di tempo, esprimono al meglio i valori del vivente?
Luca ciao ti lascio, il blog mi chiama. Devo scegliere tra 10 temi che ho già messo nelle bozze.
“Le discipline olistiche aiutano ad uscire dal dualismo mente-corpo e il passaggio successivo al pensiero sistemico è abbastanza facile.” Ecco, qui scrivi una cosa che io trovo molto importante, oggi: la visione sistemica del mondo – di ogni cosa del mondo, intendo, è forse, se non una soluzione, una nuova visione che è necessario affrontare. Studiare gli elementi biologici che formano le ali di una farfalla ci dirà tutto su di essi ma non ci farà capire perché quelle ali le permettono di volare. Ogni singolo elemento ha un suo valore, e tale deve essere riconosciuto, ma questo valore è parte di un network sistemico che porta alla conoscenza il più possibile completa: e credo che anche nelle discipline espressive – letteratura in primis – sia così. Perché sì, a mio parere esperienza e lettura si intrecciano, entrambi coi propri valori esclusivi ma con un risultato finale che non può non essere la somma (e completa, non parziale) di entrambi.
Grazie di nuovo a te, Anna, e buonissime scritture col tuo blog – oltre che buon fine settimana! 🙂
Dalla notte dei tempi la scrittura è stata il mezzo per trasmettere le conoscenze, sostituendo la tradizione orale. Poi è diventata anche un mezzo di evasione, come dimostrano le grandi commedie e tragedie greche. Il Libro per antonomasia, la Bibbia, è anche la trasmissione di fatti avvenuti nel passato. I grandi libri resistono e diventano classici, cosa che purtroppo non avviene al giorno d’oggi, quando si sfornano pagine e pagine di volumi tutti simili tra di loro. Non sempre un autore si propone di lasciare un retaggio culturale ai posteri, la maggior parte mira solo a fare quattrini. Del resto pure grandi capolavori del passato furono scritti per accattivarsi i potenti dell’epoca: Virgilio con l’Eneide si ingraziò l’imperatore, Ariosto con l’Orlando furioso si propiziò gli Estensi, ma erano tempi in cui la scrittura era per poche menti eccelse. Oggi invece con un PC ed un programma di scrittura si sentono tutti romanzieri 😀
Avevo già scritto tempo addietro che i titoli validi al giorno d’oggi sono sempre meno: abbondano manuali, biografie di personaggi che passano come meteore, cose davvero poco importanti. Ogni tanto si scova qualche perla, sempre più raramente… ma sono e saranno sempre ancorati al loro tempo, costituiscono un mattone di questo presente. Magari verranno ricordati in futuro, ma non per questo lo “costruiranno”, se non nel senso che le radici del passato contribuiscono a formare il futuro.
Buongiorno, Loredana! 🙂
Ecco, hai fatto una perfetta fotografia della situazione in essere nel panorama editoriale. Leggendo le tue osservazioni, mi veniva da pensare che, in fondo, è un po’ come se l’editoria – ma purtroppo ciò vale un po’ per tutta la cultura – abbia assunto lo stesso modus operandi della politica: non si opera per il futuro e pensando al bene della polis, della comunità, mi ci si fa gli affari propri e si mira soltanto a difendere la poltrona conquistata, con un raggio d’azione temporale che arriva non oltre la prossima tornata elettorale. Ovvero, per i libri, che dura lo spazio d’una qualche ospitata in TV e qualche titolo sui giornali. Tutto il resto, cioè principalmente il fatto che il libro è uno strumento culturale (se non LO strumento culturale) è stato nella maggior parte dei casi gettato alle ortiche, sovente su diretta sollecitazione degli stessi editori, divenuti ormai settori di grandi gruppi industriali che mirano ai dividendi di bilancio, mica a fare buoni libri e diffondere buona cultura!
Peccato che, di questo passo, la vita residua della letteratura propriamente detta si accorcia sempre più: in pratica, gli editori che agiscono nel modo suddetto si stanno dando la classica zappa sui piedi, e mi sconcerta tremendamente che non se ne rendano conto. O forfse se ne rendono conto, e ciò è pure peggio.
Grazie di cuore, Loredana! 😉
Quello che mi spaventa è che ci sia gente che compra certi titoli 😕
Già, Loredana… Pensa come siamo messi: in mezzo tra quelli che non leggono niente, da una parte, e quelli che leggono certi non libri dall’altra. :O