Di primo acchito, ammirando gli Alpine Sketches di Stefano Lovison, verrebbe da dire: «beh, dei bellissimi paesaggi di montagne!»
Vero. Anzi, no. O meglio: di più, c’è molto di più, ma con meno.
Mi spiego: gli sketches alpini di Lovison non ritraggono semplicemente delle meravigliose montagne. Fateci caso: in molti di essi – nella maggior parte, mi pare di constatare – è ritratta la vetta della montagna resa soggetto dell’opera. L’apice, il punto
culminante, l’assoluto oltre il quale non c’è più nulla, il limite sul quale entrano in contatto la Terra e il cielo. Nonché, per molti aspetti, la parte che conferisce la più spiccata personalità alla montagna, la “faccia” del suo Genius Loci, se così posso dire.
Ecco: Stefano Lovison, a mio modo di vedere, è un ritrattista non di monti tout court ma di vette alpine. Proprio per quanto appena affermato uso questo termine, “ritrattista”, altrimenti poco consono. È come se, attraverso la sua mirabile capacità artistica, volesse concentrare la nostra attenzione sull’espressione (e l’espressività) più sublime dei monti, facendo sì che il nostro rapporto con la sua opera funga non solo da eccitante estetico ma anche da elevatore spirituale, metafisico: di fronte alla parte più alta delle montagne, a nostra volta possiamo (e dobbiamo) ritrovare la parte più “alta” di noi stessi. In tal modo la sua arte raggiunge scopi e apporta messaggi che vanno ben oltre la semplice rappresentazione di matrice estetica con fini primari di esaltazione della bellezza della montagna: diventa piuttosto una sorta di elegia all’elevazione, a riflettere nell’apice della vetta la possibilità di un “apice” della nostra vita in un processo di trasumanazione che parte dall’elemento estetico e, passando da ambiti spirituali, arriva a quello umano – più profondamente, intimamente umano.
Un’arte, insomma, che pare rimandare ai versi di quel noto componimento del grande poeta americano Henry Wadsworth Longfellow:
Bada agl’aridi pini, alla foresta | Già dirotta dal turbine, ti sia | Custode il ciel dalla valanga.” È questa | La buona notte che il villan gli invia. | Lontano in sulla cima | Una parola intìma: | Excelsior!
“Excelsior!” cioè, letteralmente, “più in alto!”: l’anelito materiale e spirituale dell’uomo a salire appunto fin dove la Terra, proprio con le vette delle montagne, si avvicina maggiormente al cielo, ovvero verso dove la dimensione quotidiana e terrena può entrare in contatto con quella metafisica – qualsiasi cosa ciò possa significare.
In fondo l’arte, quando di valore, è anche questo: un ponte tra realtà fisica e metafisica sul quale possiamo transitare in forza di una relativa e consona consapevolezza che nasce in primis dal relazionarsi con l’arte stessa. E penso che, in tal senso, l’arte di Stefano Lovison sia uno di quei ponti sul quale – e attraverso il quale – salire. Verso l’alto, e verso l’oltre.
L’ha ribloggato su Alpine Sketches.