Un sudario steso su milioni di persone

In questi giorni di un inverno che sembra primavera inoltrata, la visione dai monti prealpini della Pianura Padana dà l’idea vivida di un corpo ricoperto da un sudario. Un corpo le cui membra sono i rilievi e i piani che formano la morfologia del territorio, e un sudario che è lo smog che ricopre ogni cosa nascondendone i dettagli. Sarebbe quasi una visione suggestiva, se non fosse che al di sotto di quella venefica cappa uniforme e grigia vi abitano milioni e milioni di persone.

Avrei potuto scrivere «ci vivono milioni e milioni di persone» ma, obiettivamente, correlare un’idea di “vita” a questa situazione appare quanto mai sbagliato. Già, perché sotto quel sudario in verità muoiono 140 persone al giorno. Centoquaranta, la gran parte proprio in Pianura Padana, una delle zone europee più inquinate in assoluto da anni. E cosa si fa in concreto per evitare questa vera e propria strage da inquinamento? Nulla di che, anzi. Ormai è come se la considerassimo un inevitabile e dunque trascurabile “effetto collaterale” del nostro mondo e dello stile di vita con il quale lo abitiamo. Non fa neanche più notizia, salvo che per qualche raro caso, d’altronde come qualsiasi altra cosa che è diventata “normale”.

E allora avanti così, come se nulla fosse. Tanto prima o poi si muore tutti di qualcosa, no?

Già. Tuttavia, per quanto mi riguarda, ne resto lassù, sui miei monti. Forse con la loro aria che spero un po’ meno inquinata di quella laggiù qualche giorno in più di permanenza a questo mondo me lo garantisco, ecco.

La fobia strisciante (per le “corde”)

[Foto di Dale Nibbe su Unsplash.]
Appena riemergo dall’ombra del bosco con il segretario Loki, sul sentiero percepisco qualcosa che si muove. Che striscia, anzi.

Di primo acchito mi spavento e spingo avanti Loki rudemente temendo che con le zampe possa schiacciare quella che potrebbe essere una vipera; in realtà il segretario a forma di cane nemmeno si accorge della presenza serpeggiante che intanto sta già sparendo nella vegetazione a lato del sentiero. Tuttavia, passata l’apprensione iniziale, faccio in tempo a riconoscere di chi si tratta: è un orbettino.

Un povero orbettino, già. Mi viene spontaneo voltarmi come a volergli chiedere perdono (ma è già scomparso) per come lo abbiamo messo in pericolo e soprattutto pensando alla malasorte evolutiva che ha colto la sua specie. Voglio dire: l’orbettino è creduto da chiunque se lo veda davanti – salvo che dagli esperti, ovviamente – un serpente, cosa che non è affatto dato che è un sauro, una lucertola in buona sostanza, che però nel corso dell’evoluzione ha perso le zampe così ritrovandosi suo malgrado a far parte della categoria di creature viventi più disprezzata in assoluto. Quando invece è giovane e non ancora cresciuto in lunghezza molti lo scambiano per un grosso verme, altra categoria animale assai repulsiva. Peraltro alcune vecchie credenze popolari lo pensavano cieco (da cui il nome popolare) e per questo velenoso per autodifesa, cosa del tutto falsa: gli occhi li ha mentre il veleno per nulla. Non solo: dai serpenti, con i quali viene confuso, è pure predato – in primis dai colubri, altra presenza che non di rado incrociamo, qui nei boschi (e con i quali personalmente ho un rapporto di cordiale indifferenza). Insomma: una batteria di scalogne non indifferenti, il povero orbettino.

Ho letto di un proverbio africano che così recita: «Chi ha visto un serpente di giorno, di notte ha paura di una corda» Verissimo. A volte però, da questa parte del mondo, sembra quasi che abbiamo paura delle corde di giorno anche più dei serpenti di notte, che d’altro canto non vediamo e dunque non temiamo. O li temiamo ma in forza di una ofidiofobia del tutto indotta e irrazionale che ci terrorizza ben oltre i suoi stessi limiti naturali: così le povere creature striscianti, per natura tra le più furtive, continuano a portarsi appresso lo stigma demoniaco della Genesi, sotto forma di fobia diffusa e quasi sempre immotivata. Anche quando non sono affatto serpenti, appunto.

[Albrecht Dürer, Il peccato originale, 1504.]