Il “bias dello status quo sciistico”

[Immagine creata con Google Gemini AI.]

Perché molti di noi preferiscono spendere di più quando potremmo risparmiare, facendo per giunta qualcosa di buono per l’ambiente? Dal punto di vista economico, la risposta non c’è. Ma dal punto di vista psicologico sì: si chiama bias dello status quo. Un errore sistematico che ci spinge a privilegiare ciò che è familiare, stabile e rassicurante, anche quando esistono alternative chiaramente migliori. Si tratta di un pregiudizio radicato e spesso inconsapevole, che può limitare significativamente la nostra capacità di cambiare e adattarci alle nuove circostanze.

[Matteo MotterliniScongeliamo i cervelli, non i ghiacciai (Solferino, 2025, pag.93.]

Questo passaggio dell’imprescindibile libro di Motterlini (da leggere assolutamente!) il quale, da stimato scienziato e professore ordinario di logica e filosofia della scienza, vi ha analizzato la questione della crisi climatica dal punto di vista psico-cognitivo, sembra scritto apposta per l’industria dello sci contemporanea, che perseverando le proprie attività anche dove le condizioni climatiche e ambientali per sciare non ci sono più e con ciò spendendo cifre esorbitanti (si pensi solo ai costi della neve artificiale: in media tra i 3 e i 7 Euro al metro cubo e circa 45.000 Euro a stagione per ogni chilometro di pista innevato), manifesta come pochi altri soggetti il bias dello status quo descritto da Motterlini. Con ciò limitando fortemente la propria capacità di cambiare e adattarsi alle nuove circostanze che la crisi climatica in corso e le contingenze economiche attuali ovvero, per dirla con parole più semplici, scavandosi da sola la fossa sotto i piedi.

Il problema è che, nella fossa, presto potrebbero finirci non solo i comprensori sciistici ma pure le montagne e le comunità che li ospitano e che, in vari modi, ne sono assoggettati. Se accadesse sarebbe un errore con conseguenze fatali, non serve rimarcarlo.

Il Reno, il grande fiume germanico – ma pure un po’ italiano!

Il castello di Katz e la rocca di Loreley visti dal Dreiburgenblick vicino a Patersberg, Renania-Palatinato (Germania). Foto di Alexander Hoernigk, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Il Reno è senza dubbio il più importante fiume dell’Europa Occidentale [1], oltre a essere con i suoi 1326 km il più lungo. Nasce dalle Alpi svizzere, scorre lungo il cuore del continente europeo fino al Mare del Nord, e generalmente lo associamo ai territori e ai paesaggi alpini svizzeri o della Germania centrale oppure a città come Basilea, Colonia o Rotterdam. Insomma, un fiume che sta dall’altra parte delle Alpi, scorre verso settentrione e dunque non c’entra nulla con l’Italia.

Invece no. Infatti non tutti sanno che una parte delle acque del grande fiume europeo nasce in Italia, anche se con un… “inganno”. Sono le acque del Reno di Lei, che scorrono nell’omonima valle la quale rappresenta uno dei pochissimi territori italiani (in comune di Piuro, provincia di Sondrio) che si trova oltre lo spartiacque alpino e dunque al di là della linea di displuvio costituita dalle Alpi (è questo l’inganno!) Ciò fa del Reno di Lei (lungo poco più di 17 km) l’unico corso d’acqua italiano appartenente al bacino idrografico del Mare del Nord. Quindi, un po’ dell’acqua che bagna Basilea o Colonia o Rotterdam (e pure Amsterdam, grazie al sistema di canali olandese) e poi sfocia nel Mare del Nord – magari finendo pure, spinta dalle correnti oceaniche, a bagnare le coste orientali inglesi, che dal delta del Reno distano soltanto poco più di 150 km – è italiana.

La Valle di Lei è famosa soprattutto per ospitare una delle più grandi dighe delle Alpi, alta 141 metri e lunga 690, per la quale si dovette ridisegnare la linea di confine tra Italia e Svizzera – l’ho raccontata nel mio libro “Il Miracolo delle dighe”. Nel 1955, dopo una elaborata trattativa, i due paesi firmarono un accordo che determinò una permuta reciproca di territorio: la striscia di terreno italiana sulla quale è stata costruita la diga (dall’Edison, con progetto e maestranze interamente italiane) passò in territorio elvetico, mentre un’analoga porzione di terreno svizzero, collocata poco più a nord, compensò la perdita e divenne italiano. La linea di confine così ottenuta è molto curiosa: il lago artificiale alimentato dal Reno di Lei (oltre che da condotte sotterranee che vi pompano le acque delle valli svizzere vicine) è in territorio italiano, poi il confine disegna un’ansa squadrata per rendere svizzera la diga e quindi la valle torna italiana [2]. Così lo stesso Reno di Lei nasce italiano, in prossimità della diga diventa svizzero, a valle di essa torna italiano per 2,5 km ancora e poi diventa definitivamente svizzero confluendo nel Reno di Avers, affluente del Reno Posteriore ovvero uno dei due rami originari del grande fiume europeo.

[Immagine di Holapaco77, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Insomma, il Reno (sulle cui storie ho letto proprio di recente il bel libro di Mathijs Deen Il fiume infinito, trovate la mia recensione qui) è un fiume che, fin dalla sua nascita, sembra voler fare propria l’anima europea fatta di popoli diversi ma uguali, di culture differenti eppure analoghe, attraversando stati, nazioni, territori ai quali apparentemente marca il confine ma in realtà unisce, un po’ come fanno le montagne che non hanno mai diviso le genti dei versanti contrapposti le quali viceversa, avevano la curiosità di conoscere cosa ci fosse oltre. Così fa il Reno con le sue rive, dove certamente nel corso dei secoli sono state combattute molte battaglie ma, a ben vedere, è successo quando i potenti di turno, assordati dalla loro rumorosa volontà di dominio, non hanno voluto ascoltare la voce delle sue acque ricche di accenti di buona parte dell’Europa, unite armoniosamente in un unico dialogo fluido, fluente, narrante, evocante l’anima autentica del continente.

Come scrisse il grande drammaturgo tedesco Carl Zuckmayer in Des Teufels General. Drama in drei Akten (“Il Generale del Diavolo. Dramma in tre atti”, 1946):

Dal Reno, nientemeno. Dal Reno. Dal grande crogiolo di nazioni. Dal torchio d’Europa! […] Il migliore del mondo! E perché? Perché i popoli lì si mescolavano. Si mescolavano – come le acque di sorgenti, ruscelli e fiumi, in modo che potessero confluire in un unico grande, vivo fiume.

[1] Ovviamente, se si considera l’intero continente europeo (al netto della Russia), il Danubio è molto più lungo (2858 km) ma scorre in buona parte nell’Europa Orientale.

[2] In base all’accordo stipulato nel 1955, alle specificità del territorio interessato e alle modalità di produzione idroelettrica, l’energia ricavata dalle acque del Reno di Lei spetta per il 70% alla Svizzera e per il 30% all’Italia.

Un luogo così solenne da far bene anche al più mondano dei mondani

[Foto di Martina tratta da www.komoot.com/it.]

Il Lago di Cavloccio, protetto da un bastione di montagne e circondato su tre lati da un magnifico bosco di larici, è completamente immerso nella natura. Ci appare come un autentico eremita del bosco e nella sua compiutezza esprime qualcosa di profondamente solenne. Fermarsi è d’obbligo: non c’è posto migliore dove fare una sosta e riflettere, ascoltando il lieve movimento delle onde, tranquillamente seduti su una delle rocce sporgenti dall’acqua verde. Intrattenersi alcune ore in riva a questo laghetto, lasciandosi ammaliare dalla magia del luogo appartato e cullare dal flusso dei pensieri, farebbe bene anche al più mondano dei mondani.

[Silvia Andrea (Johanna Garbald-Gredig), La Val Bregaglia. Escursioni nel paesaggio e nella sua storia, Edizioni Casagrande, 2016, pagg.21. Orig. Das Bergell. Wanderungen in der Lansdchaft und ihrer Geschichte, 1901-1920. Trovate qui il mio “articolo-recensione” su questo sorprendente libro.]

[Il Lago in una fotografia scattata tra il 1890 e il 1900, quindi coeva al testo di Silvia Andrea.]
Non me ne vogliano coloro i quali – giustamente per molte ragioni – sostengono che non si debba scrivere di luoghi naturali belli e accessibili al fine di non renderli mete del turismo più massificato e superficiale, che facilmente ne degraderebbe la bellezza e il suo godimento consapevole. Per questo lascio “dire” del bellissimo lago nei presso del Passo del Maloja a Silvia Andrea, che con poche e perfette parole sa trasmetterne la geopoesia per di più rimarcando la necessità della visita contemplativa (lo faceva già un secolo fa, visto che il libro è del 1920 ma la stesura è antecedente!) del luogo, anche per i «più mondani».

[Immagine tratta da www.maps.engadin.ch.]
Purtroppo oggi, troppo spesso, la “mondanità” del turismo preferisce cancellare la poesia dei luoghi per lasciare l’intero spazio al più prosaico consumo di essi. Ma i luoghi come il Lägh da Cavloc restano ciò che sono: solenni, magici, meravigliosi. Se alcuni che li visitano non lo capiscono, be’, sono affari loro, non certo del Cavloccio!

 

Storie dal Reno, il fiume europeo che che c’era già prima che ci fosse l’Europa, ne “Il fiume infinito” di Mathijs Deen

Il continente europeo possiede diverse anime, a volte naturali, congenite, oggettive, altre volte artificiose e forzate, legate alle vicende delle genti che lo hanno abitato nel corso del tempo. Ma se può esistere un’anima che in qualche modo lo rappresenti meglio di altre, e che condensi in sé molto di ciò che l’Europa è, tanto dal punto di vista geografico quanto politico, potrebbe essere un’anima liquida (anche nel senso Baumaniano del termine, a ben vedere) e sarebbe il fiume Reno.

Non c’è in effetti un altro elemento della realtà europea che più di altri attraversi e definisca l’anima continentale, compendiando dentro la propria corrente e rapprendendo sulle sue rive la storia del continente da quando ancora l’Europa non esisteva e la sua morfologia si confondeva con quella del continente africano, fino alla contemporaneità e ai giorni nostri. Perché «Il Reno c’è sempre stato», lo mette in chiaro da subito Mathijs Deen nel suo “Il fiume infinito. Storie dal regno del Reno” (Iperborea, 2025, pagine 416, traduzione di Chiara Nardo; orig. De grenzelose rivier. Verhalen iut het rijk van de Rijn, 2021): la storia del Reno è cominciata molto prima di quella dell’Europa propriamente detta, ha avuto inizio dalle prime piogge che, dopo la fase di formazione primigenia della Terra (quella tutta vulcani eruttanti e lava a gogò), hanno cominciato a scendere dal cielo, scorrere sulla superficie, iniziare a inciderla, a scavare un solco nel quale l’acqua piovana ha preso a convogliare cambiando spesso direzione sul copro ancora informe e mutevole del pianeta, fino a trovare quella definitiva.

Già, perché non è noto a tutti che il Reno impiegò qualche milione di anni prima di decidere il proprio corso che lo ha reso il fiume più importante e “identitario” dell’Europa occidentale: prima le sue acque confluivano nel bacino del Rodano, poi in quelle del Danubio, infine l’orogenesi alpina le costrinse a defluire verso settentrione indicando loro la direzione definitiva da seguire – unico fiume alpino, per giunta, a scorrere verso nord []

[Mathijs Deen. Foto di Peter Arno Broer tratta da www.parool.nl.]
(Potete leggere la recensione completa di Il fiume infinito cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

“Il Pendio Bianco” di Manuel Riz, una «storia sociale dello sci» divertente e illuminante

Di libri sulla storia dello sci ce ne sono a bizzeffe e ne hanno sviscerato gli aspetti più noti e celebrati, raccontando in varie forme letterarie e simili sostanze come da due semplici assi di legno si sia arrivati a tutto ciò che l’attività sciistica è oggi, soprattutto dal punto di vista ludico-ricreativo. Più raramente si sono toccati gli aspetti sociali dello sci: ma potrebbe essere un tema tanto importante e imprescindibile quanto molto meno d’appeal degli altri legati al divertimento di fare curve sulla neve, dunque da relegare a tomi elucubrativi altrettanto barbosi da leggere.
Invece no, perché una delle più belle storie sociali dello sci che abbia mai letto è una graphic novel che, sorprendentemente (ma solo di promo acchito) coi suoi disegni, le vignette e i fumetti con il testo ovviamente “minimalizzato” al formato, non solo non banalizza affatto gli aspetti sociali della pratica sciistica dalle sue origini fino a oggi ma ne rende ancora più evidente, chiaro e interessante il portato sulla relazione che nei millenni l’uomo ha intrattenuto e intrattiene con le montagne innevate, la quale appunto va ben oltre gli aspetti ricreativi o agonistici dello sci.

Un piccolo/grande prodigio narrativo e editoriale del genere lo ha compiuto Manuel Riz, con il suo Il Pendio Bianco. Storia sociale dello sci (Diabolo Edizioni, 2025, pagg.224), un libro – lo ribadisco – veramente tra i più belli, divertenti e intriganti che abbia mai letto sullo sci e in generale sul rapporto tra l’uomo e la montagna invernale, la più dura e ostica da vivere alla quale tuttavia le genti che hanno scelto di abitarla stanzialmente si sono dovute gioco forza adattare, sottomettendosi alle sue condizioni spesso estreme ma, almeno riguardo la neve, riuscendo a “comandarne” la presenza grazie a un’invenzione talmente semplice e ovvia, all’apparenza, quanto obiettivamente geniale – un paio di sci, appunto.

D’altro canto Riz conosce bene lo sci: montanaro ladino di Canazei, tra le Dolomiti di Fassa, prima sciatore agonista e poi maestro di sci, diplomato all’Accademia di Brera, docente di arte e immagine, studioso di culture e tradizioni della sua terra, fumettista, ha preso tutte queste sue skills – come direbbero i giovani –, le ha “proiettate” sulle montagne che fanno da sfondo alla sua vita e vi ha elaborato una narrazione grafico-letteraria che riesce a raccontare con pari dettaglio e suggestioni come si è sviluppato l’uso degli sci a supporto dell’evoluzione della civiltà umana []

(Potete leggere la recensione completa di Il Pendio Bianco cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)