Il richiamo atavico e irresistibile delle montagne

[Dal Monte San Primo verso le Alpi svizzere, dicembre 2025.]

Percorrendo un sentiero, risalendo un crinale, attraversando un prato o una foresta, raggiungendo una cima, immergendo i piedi in un torrente, osservando il volo dell’aquila o udendo il fischio del camoscio, io subisco una trasformazione panica e a poco a poco divento tutt’uno con l’ambiente circostante. Sento di entrare in una simbiosi primordiale con l’anima mundi platonica. È un richiamo atavico irresistibile. I passi cadenzati e il ritmo del respiro sono un mantra e più a lungo cammino nella natura più forte si manifesta il legame tra il gesto concreto e il contatto con l’assoluto, quel sacramentum che per gli antichi Romani aveva anche il significato di giuramento, atto di fedeltà. La sacralità della Montagna sta nel riconoscere che c’è qualcosa di più grande e inconoscibile attraverso le nostre attuali conoscenze, e questa sacralità merita il rispetto più grande.

[Matteo RighettoIl richiamo della montagna, Feltrinelli, 2025, pagg.107. Qui trovate la mia “recensione” al libro.]

Scala una montagna, purifica il tuo spirito

Rimani vicino al cuore della Natura… e ogni tanto staccati e scala una montagna o trascorri una settimana nei boschi. Purifica il tuo spirito.

[John Muir, dichiarazione citata da Samuel Hall Young in Alaska Days with John Muir, 1915.]

Purificare lo spirito, ritemprare l’anima, rigenerare la mente. Questo può fare la montagna e la Natura in generale ed è una cura sistematicamente necessaria: chi non crede di averne bisogno è il malato, in realtà.

Economia vs ecologia, ancora, inesorabilmente: anche così la nostra “casa” va a rotoli

[Immagine generata con Gemini AI.]
Nel nostro mondo, l’economista si occupa di economia e l’ecologo di ecologia.

Be’, che c’è di strano? – qualcuno si chiederà.

Nulla, in effetti. O forse tutto.

Già, perché in questo nostro mondo – per quello che oggi è questo nostro mondo, con tutti i suoi problemi e innanzi tutto con gli effetti sempre più pesanti della crisi climatica e del degrado ambientale – probabilmente sarebbe meno strano se l’economista si occupasse (anche) di ecologia e l’ecologo di economia. Il primo, per capire come sostenere economicamente la salvaguardia ecologica del pianeta, e il secondo per comprendere come gli ecosistemi planetari possano sostenere lo sviluppo economico del nostro mondo – oltre a mille altri buoni motivi e scopi.

Ci pensavo, a questo, dopo una chiacchierata con Matteo Motterlini, figura accademica e scientifica di gran prestigio, intorno al suo indispensabile libro “Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai” (da leggere assolutamente, ne ho scritto qui) e alla devastante contrapposizione tra “economia” e “ecologia”, due termini in origine gemelli e complementari per come entrambi contengano la radice “eco” cioè (dal greco) οἴκος/oikos, “casa”, il nostro pianeta, la vera unica casa che abbiamo e abitiamo tutti insieme. Una contrapposizione dalla quale scaturiscono molti dei problemi che affliggono il nostro mondo – le cui conseguenze subiamo tutti – e che rende altrettanto evidente quella tra “sostenibilità” e “sviluppo”, in verità termini e concetti oggi divenuti antitetici esattamente come economia e ecologia. Ma, è bene rimarcarlo, antitetici per ragioni illogiche e sconsiderate, oltre che per aver dimenticato quell’origine etimologica comune e fondamentale.

Per questo oggi, nel nostro mondo odierno ovvero da qualche tempo a questa parte, che l’economista si occupi solo di economia e l’ecologo solo di ecologia non è per nulla normale. È strano, illogico, inverosimile… Anzi, pure inquietante e pericoloso. Quando sapremo riconnettere l’“economia” con l’“ecologia” e finalmente armonizzare i rispettivi ambiti, con tutto ciò che ne deriva, per il beneficio di tutti? Quando torneremo a essere, anche qui, veramente normali?

Matteo Motterlini, “Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai”

Siamo su una nave – siamo, sì, tutti quanti noi – il cui equipaggio da qualche tempo la timona in acque sempre più agitate, al punto che lo scafo sta subendo diversi danni e comincia a imbarcare acqua, con un chiaro e crescente pericolo di affondamento. Molti se ne rendono conto e cercano di lanciare l’allarme, altri invece sostengono che non ci sia nulla da temere, basta tenersi un po’ più saldamente alle balaustre, il mare non è così agitato come dicono e in fondo si è pagato il viaggio e si ha diritto a navigare con tutti gli agi possibili. In ogni caso l’equipaggio non sta variando la rotta seguita, anche se gli ufficiali di bordo spesso sostengono di fare molta più attenzione di prima, acclamati per ciò da certi passeggeri. Fatto sta che, con il passare del tempo, i danni alla barca si stanno ampliando e la possibilità di sistemarli si fa sempre più ostica ma la nave continua a navigare tra i marosi montanti e va, va come nulla fosse e potesse accadere, va, va…

Be’, fino a quando potrà andare, secondo voi, prima di rischiare di colare definitivamente a picco? Probabilmente fino a che ci si renderà finalmente conto del pericolo incombente; ma se ciò non dovesse accadere, se per vari motivi non ci si dovesse o non si volesse rendere conto della situazione in divenire, la sorte infausta della nave sarebbe segnata. Inesorabilmente, già.

Ecco: quella nave è il nostro pianeta, il mare sempre più minaccioso è la realtà nella quale “navighiamo” e viviamo, l’equipaggio inerte è chi comanda il mondo e la rotta evidentemente errata è la gestione del suo ambiente e del clima; infine, come accennato, i viaggiatori a bordo siamo noi, il genere umano. Che per buona parte non sta capendo che è prossimo ad affondare, su quella sua nave, e nonostante gli allarmi e qualche timore conseguente non sta facendo e chiedendo di fare più di tanto, per risolvere la questione ed evitare l’inabissamento.

Perché alla fine il problema forse fondamentale è proprio questo, la mancanza di cognizione e comprensione, dunque di relativa azione. È la nostra mente ferma, congelata in un eterno e irreale presente mentre nel reale autentico i ghiacciai scongelano e fondono e tutto il resto dell’ambiente naturale, sottoposto agli effetti sempre più pesanti della crisi climatica, si degrada, muta, si altera diventando minaccioso e viepiù inospitale per noi e per le altre creature viventi. L’ultimo libro di Matteo Motterlini, filosofo della scienza e figura di notevolissimo prestigio scientifico-accademico già autore di numerosi volumi sulla mente e i comportamenti umani di fronte alle realtà del mondo contemporaneo, riassume i concetti appena espressi nel proprio tanto suggestivo quanto emblematico titolo: Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai (Solferino, 2025, pag.272), precisando poi ancora meglio nel sottotitolo il nocciolo fondamentale della questione, «Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico». La mente di creature che si sono definite “Sapiens” ma che di frequente, e nel caso della crisi climatica – peraltro antropogenica – in modo particolare, dimostrano di non esserlo granché, così sapienti []

(Potete leggere la recensione completa di Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

La meraviglia delle cose più semplici

Al Polo Sud gli americani hanno costruito una base. Gli scienziati e i tecnici addetti alla manutenzione vi abitano per molti mesi di fila, isolati dal mondo. Un anno, a festeggiare il Natale, si ritrovarono in novantanove. Uno di loro era riuscito a introdurre di nascosto novantanove sassi che distribuì in dono, tenendone uno per sé. Nessuno vedeva un sasso da mesi. Alcuni da più di un anno. Solo ghiaccio, neve e oggetti creati dall’uomo.
Tutti rimasero in silenzio a guardare e a toccare il loro regalo. Lo tennero in mano, lo soppesarono senza dire una parola.

[Erling KaggeIl silenzio, Giulio Einaudi Editore, 2017, pag.14; trovate la mia recensione al libro qui.]

Spesso, le più grandi meraviglie di cui possiamo emozionarci vengono dalle cose più piccole e semplici. Quelle che forse non sappiamo più vedere e considerare come dovremmo, così attratti, distratti, irretiti da innumerevoli cose grandi, scenografiche, spettacolari, “adrenaliniche” o “mozzafiato” come si usa dire oggi. E non è un caso che si debbano usare certi aggettivi, certe formule iperboliche e enfatizzanti: forse servono proprio per dare valore a ciò che di valore non he ha molto.

Be’, credo che dovremmo ritornare a emozionarci per un piccolo semplice sasso invece che per tanti altri grandi artifici. Così, tutto il resto che avremmo intorno assumerebbe ben altro valore: più intenso, più profondo, più autentico. E pure l’ipocrisia di tante altre cose apparirebbe più evidente.