La guerra sempre “utile” tra Israele e la Palestina

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Ciò che sta accadendo di nuovo tra Israele e la Palestina è la prova ennesima di un’evidenza geopolitica a mio modo di vedere ormai ben consolidata e, assurdamente, divenuta ordinaria: il conflitto israelo-palestinese continua non perché non si trovi ad esso una soluzione adeguata ma perché non lo si vuole risolvere, e ciò in quanto è diventato – assurdamente, ribadisco – funzionale agli equilibri di potere in gioco nella regione.

Alla leadership politica israeliana fa comodo avere un nemico così vicino, sufficientemente debole da non rappresentare una minaccia veramente importante ma abbastanza “fastidioso” da giustificare le azioni – politiche, militari, diplomatiche, ideologiche – nei suoi riguardi, nonché adatto a rappresentare e “a far le veci in loco”, per così dire, degli altri nemici di Israele, più lontani e più pericolosi. Di contro, alla reggenza palestinese – che vive del dualismo Fatah-Hamas, a sua volta assai “funzionale” alla realtà delle cose – pur a fronte della situazione drammatica del proprio popolo, fa comodo essere così prossimi a un tale “nemico assoluto”, al quale riportare e imputare qualsiasi colpa, responsabilità e causa dei propri mali, ben sapendo che – ulteriore paradosso regionale – in fondo la minaccia di Israele in qualche modo giustifica la sussistenza dello pseudo-stato palestinese, esattamente come la politica di occupazione dei territori palestinesi ne giustifica l’atteggiamento politico dei suoi leader, in primis quello maggiormente aggressivo di Hamas.

In forza di tale consolidata contraddizione geopolitica, la costante situazione di instabilità tra Israele e Palestina fa da valvola di sfogo alle tensioni dell’intera regione, i cui attori in gioco (interni e di prossimità come l’Egitto, l’Iran o la Siria ed esterni come USA, Arabia Saudita, Turchia, eccetera), usano i due contendenti per mantenere un equilibrio tanto precario quanto, a ben vedere, duraturo: il che dimostra bene perché alla diplomazia internazionale interessa sempre molto poco (salvo le solite dichiarazioni pubbliche di circostanza e gli appelli al cessate il fuoco) di questi reiterati momenti di guerra tra israeliani e palestinesi, e perché nessuno mai si sia impegnato seriamente nel cercare una risoluzione definitiva del conflitto, con le varie iniziative di pace o presunta tale messe in atto negli anni precedenti (Accordi di Oslo, Camp David, eccetera) che non sono mai state portate a termine e nemmeno realmente sviluppate per come furono previste e, sovente, solennemente firmate dai due contendenti.

Tutto ciò, insieme alla costante e reciproca propaganda di demonizzazione del nemico che viene alimentata nelle due comunità (provate a chiedere agli israeliani e ai palestinesi se veramente vogliono una pace incondizionata tra i propri stati: probabilmente tutti o quasi vi risponderanno di sì, di primo acchito, poi prendete carta e penna e mettetevi di buona lena a elencare tutti i “ma”, i “se”, i “però”…) che contribuisce non solo alla mancata risoluzione del conflitto ma soprattutto all’assenza di una reale volontà ovvero di una autentica predisposizione culturale e ideologica in tal senso nelle rispettive opinioni pubbliche, che obiettivamente non sembrano affatto pronte ad accettare un nuovo, pacifico e durevole status quo.

Quindi, secondo me, di “guerra” tra israeliani e palestinesi dovremo sentire parlare ancora per molto tempo. D’altro canto, lo si è capito bene da qualche secolo: la Terra sarebbe un bellissimo posto nel quale vivere, se non fosse per alcuni (e non pochi) degli esemplari della razza che lo domina, la quale ha fatto della guerra una delle sue maggiori e più manifeste forme di “vitalità”. Mi scuso per un epilogo così sconsolato, a queste mie riflessioni, ma m’è venuto così, ecco.

P.S.: a questo link trovate una serie di articoli di “Limes”, rivista italiana di geopolitica, che illustrano e storicizzano bene la situazione in essere tra Israele e la Palestina nonché, in generale, in quel quadrante della regione mediorientale. Per la lettura di alcuni è necessario l’abbonamento ma – lo dico in modo del tutto disinteressato – sono soldi ottimamente spesi, vista la costante e altissima qualità degli articoli di “Limes”.

Tom Robbins, “Coscine di Pollo”

cop_coscine-di-polloTom Robbins è un pazzo. Credo di aver già affermato questa cosa in passato, in qualche altro articolo o recensione, se non sbaglio, e comunque ci tengo a ribadirlo. Un pazzo, un folle, un fuori di testa, uno che – essendo egli scrittore – non dovrebbe mai essere preso ad esempio di capacità letterarie da nessuno, per non combinare chissà quali pasticci narrativi!
E in effetti non mi pare che vi sia in circolazione qualche altro autore di letteratura il cui stile assomigli a quello di Robbins, almeno del quale me ne sia giunta nozione e in base alle letture compiute da quando riconosco le lettere dell’alfabeto fino ad oggi. Qualcuno anche più folle l’ho letto, certo, ma a suo modo e con altro stile, certamente non assimilabile alla scrittura dell’autore americano. Coscine di Pollo (B.C.Dalai Editore 2010, traduzione di Bernardo Draghi; orig. Skinny Legs and All, 1999), mi sembra una prova lampante di quanto ho affermato e ribadito poco sopra, che va peraltro ad aggiungersi alle altre disponibili – leggasi, agli altri romanzi editi. Basterebbe solo accennare alla trama del romanzo, per sostenere con già scarsi dubbi ciò che ho scritto: prendete Ellen Cherry Charles, pittrice piuttosto talentuosa ma poco convinta dei propri mezzi; sposatela con Boomer Petway, operaio saldatore piuttosto rozzo; mandateli in giro per l’America con un camper al quale lo sposo ha dato fattezze di un tacchino (!) con direzione New York City, dove Ellen Cherry vorrebbe tentare di diventare artista vera e, soprattutto celebrata; fate che, per una serie di bizzarri eventi, sia il camper-tacchino di Boomer ad essere considerato un’opera d’arte, e venduta per una cifra esorbitante da una gallerista newyorkese, così esorbitante che Ellen Cherry tema che la gallerista stessa sia divenuta l’amante del marito-ignaro neoartista, e dunque fate che il matrimonio tra i due vada in crisi, anche perché in crisi ci finisce Ellen Cherry, incapace di capire come sia successo che sia diventato Boomer, il marito saldatore che non sa nulla di nulla di arte, un artista e non lei, con tutto il suo talento…

Leggete la recensione completa di Coscine di pollo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Lorenzo Manenti, “Cos’è Gerusalemme?”, dal 26/11 a Romano di Lombardia

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Mi interessa l’idea di memoria e di tempo. Il tempo, concetto astratto, è in grado di concretizzarsi attraverso il deterioramento dei materiali, rendendo visibile, tangibile, la distanza tra l’origine di un oggetto e noi che oggi ne siamo, temporaneamente, i custodi. Di conseguenza il concetto di memoria è inevitabilmente legato a quello di responsabilità verso ciò che ci è stato consegnato e che dobbiamo a nostra volta consegnare nel migliore stato possibile a chi verrà dopo di noi, senza dimenticare che tutto prima o poi avrà una fine.

Bravo, Lorenzo Manenti. Creatore di un’arte capace di dire molto. Il che non è così scontato.
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