Diffidate sempre degli scrittori, se non volete correre “rischi”… (Friedrich Dürrenmatt dixit #2)

cop_Il giudice e il suo boiaLo scrittore era seduto davanti a una finestra gotica; indossava calzoni alla zuava e una giacca di pelle. Quando i due entrarono su voltò sulla sua sedia, senza abbandonare lo scrittoio cosparso di fogli di carta. Non si alzò anzi li salutò a malapena, e chiese immediatamente che cosa voleva da lui la polizia. “E’ poco cortese,” penso Bärlach, “non gli piacciono i poliziotti; agli scrittori non sono mai piaciuti i poliziotti.” Il Vecchio decise di essere prudente, anche se Tschanz non si sentiva troppo incoraggiato da quell’accoglienza. “Prima di tutto, non lasciarsi osservare, altrimenti c’è il rischio di comparire in qualche libro,” pensarono pressappoco ambedue.
(Friedrich Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia, Feltrinelli, Milano, 2004, pag.71)

E’ vero. Più che non piacciano i poliziotti, agli scrittori (beh…!), è vero semmai che si corra sempre il “rischio” di finire in qualche loro libro. Ma sappiate: anche se starete ben nascosti nell’ombra, il rischio lo correrete comunque. Di personaggi sfuggenti ovvero indistinti, da distinguere dunque a nostro modo, noi scrittori abbiamo sempre bisogno. Ma in fondo credo che sia un rischio pure piacevole, da correre…

La scrittura è curiosità – per fortuna o purtroppo… (George Simenon dixit)

Sempre, in tutta la mia vita, ho avuto grande curiosità per ogni cosa, non solo per l’uomo, che ho guardato vivere ai quattro angoli della terra, o per la donna, che ho inseguito quasi dolorosamente tanto era forte, e spesso lancinante, il bisogno di fondermi con lei; ero curioso del mare e della terra, che rispetto come un credente rispetta e venera il suo dio, curioso degli alberi, dei più minuscoli insetti, della più piccola creatura vivente, ancora informe, che si trova nell’aria o nell’acqua.
(George Simenon, da Memorie intime, traduzione di Laura Frausin Guarino, Adelphi, 2003, p.51)

cop_memorie-intime-SimenonA volte si tende facilmente a pensare che la scrittura – o l’arte dello scrivere, dovrei dire – sia soprattutto figlia della fantasia, e senza dubbio ciò è vero. Ma, come denota bene Simenon, è forse (per me è certamente) ancor più figlia della curiosità, dell’interesse verso ogni cosa, dell’osservare tutto e tutti, della volontà di conoscere e sapere, di ammirare e capire, del domandarsi di tutto e cercare per tutto una buona risposta, del crescere e acquisire con l’età una certa saggezza eppur restando sempre come dei bambini curiosi verso ogni cosa, e come se ogni cosa intorno fosse nuova, mai vista, sconosciuta, anche quando fosse ciò di più ovvio, banale e quotidiano che ci sia.
In fondo, la fantasia è a sua volta figlia della curiosità, e in ogni cosa senza di questa la prima non può che finire, inevitabilmente, per inaridirsi, spegnersi, o alla meglio per arrotarsi su sé stessa.
Ergo, ha ragione quel grande scrittore che George Simenon fu: la letteratura sarà tanto più buona quanto più si nutrirà di una sconfinata e irrefrenabile curiosità.
Rovescio della medaglia, al proposito: se troppi a questo mondo continueranno a dimenticare – come già ora fanno – quanto sia inestimabilmente prezioso essere curiosi, la suddetta buona letteratura avrà certamente vita (sempre più) dura nel farsi notare, in mezzo a tanti libroidi che non richiedono curiosità ma, ben più spesso, indifferenza – soprattutto nei confronti del valore e del senso autentico della lettura – e apatia, nello scegliere cosa leggere… Ma questa, probabilmente, è un’altra storia. La solita storia.

Ma la politica è veramente libertà di pensiero? (Björn Larsson dixit #2)

foto_bjorn_larsson_2Aveva perfettamente ragione Gao Xingjian, che sapeva bene di cosa stava parlando, quando sosteneva che ogni forma di associazione o movimento politico implicava già una sorta di repressione della libertà di pensiero e di espressione.
(Björn Larsson, I poeti morti non scrivono gialli, Iperborea 2011, pag.23)

Che dire, se non di essere totalmente d’accordo? Non potrei non esserlo, dacché sono italiano. E ho detto tutto.

Di editori che non potrebbero (o non dovrebbero) più guardarsi allo specchio, al mattino… (Björn Larsson dixit #1)

Se una casa editrice paga un anticipo di mezzo milione di corone per un libro, è ovvio che poi è costretta a dar fiato alle trombe del marketing. Qualsiasi critico che ne parli bene viene citato come arbitro del gusto, di lunga e consolidata esperienza. In certi paesi si arriva perfino a pagare le librerie perché espongano il volume in vetrina: tutto per recuperare le spese sostenute. Ma non è quello il vero pericolo: è se mai il rischio di deludere i lettori. Pubblicare in pompa magna libri che poi non mantengono le promesse è come minare la fiducia nella letteratura. E alla lunga equivale a scavarsi la fossa con le proprie mani.
(…)
Dico solo che dobbiamo fare il possibile per pubblicare il meglio di ogni genere. Dobbiamo imitare i produttori di vini e investire sulla qualità, perché è una scelta che paga. Chi produce più ormai quei vinacci acidi in bottiglioni con il tappo a vite? Nessuno. Perfino i vini bag-in-box sono migliori della feccia a buon mercato di una volta. E perché? Perché i consumatori hanno imparato che ci guadagnano di più a bere vini buoni che cattivi, indipendentemente che si tratti di rossi o bianchi, di Bordeaux o vini del Rodano, di vini tedeschi o bulgari. Perché il mercato editoriale dovrebbe essere diverso? (…) Dobbiamo comunque fare del nostro meglio. Giusto per potersi guardare allo specchio quando ci si alza al mattino.
(Björn Larsson, I poeti morti non scrivono gialli, Iperborea 2011, pagg.10-11)

foto_bjorn_larsson_1Scusi, lei, illustrissimo Björn Larsson: com’è che conosce così bene il panorama editoriale italiano?
Ah, no, un attimo… Forse non si sta riferendo direttamente alla situazione italiana. Qui ormai è da tempo che non si pubblica più il meglio di ogni genere, e che sempre di più i libri si vendono non per la loro bontà letteraria ma per il più tambureggiante marketing, e addirittura che le librerie legate ai grandi gruppi editoriali fanno pagare gli autori che vogliano esporre i propri libri in vetrina… Già, qui la situazione è anche peggiore di quella descritta da Larsson: mi auguro veramente di sbagliare, ma temo che la fossa scavati sia già piuttosto profonda…

“Per chi scrivono di fatto i poeti? Per l’unico loro simile su centomila?” (Arno Schmidt docet)

Dei nuovi poeti: è così raro che un uomo afferri se all’orizzonte sia una finestra d’ufficio a brillare, o se lì stia per sorgere un grande corpo celeste. (E quando quest’ultimo poi orbita in alto, essi riposano nelle loro alcove coperte, e rantolano, e sognano dei grassi zamponi delle segretarie; o che non hanno superato gli esami di maturità): per chi scrivono di fatto i poeti? Per l’unico loro simile su centomila? (Perché anche quei pochi su diecimila, che potrebbero semmai essere interessati, i contemporanei non li scoprono affatto, e sono fermi nel migliore dei casi a Stifter). – Noo!: io scrittore mai!

Nella scrittura avanguardistica di Arno Schmidt, la maledizione – sempre più letale, oggi – della poesia: i “poeti”. O meglio: quelli che si credono tali. Coloro che sono altrove quando il sublime si manifesta, per poi pretendere di poterlo comunque descrivere e vanagloriosamente spacciarlo al pubblico come autentica testimonianza di esso. Risultato: la poesia soffoca, con al collo le mani della vacuità di tanti pretesi “poeti” i quali in verità, se scrivessero per sé stessi (ma non ne hanno la capacità e il coraggio), smetterebbero subito di “poetare”, mentre quei pochi (e ce ne sono, certo!) che invece per sé stessi in primis scrivono (cit. R.W.Emerson), non li scopre quasi più nessuno.