E questo sarebbe “Il Piacere”? Ma fatemi il piacere!

11071147_10207284893030817_2881068493024784401_nForse l’avrete già vista, in giro sul web, la copertina della nuova edizione Mondadori de Il piacere, di D’Annunzio. E forse, dunque, avrete già letto qualcosa di critico sulla questione.
Ben venga il proposito di riproporre in una chiave la più contemporanea e dunque gradevole possibile al lettore di oggi i grandi classici del passato, opere meravigliose che tuttavia agli occhi (superficiali) di tanti possono dare di sé un’immagine polverosa, di roba vecchia, di storie fuori dal tempo, pesanti e noiose. Ovviamente chi ha un minimo di cultura letteraria sa bene che non è così ma, ribadisco, il proposto è nobile e utilissimo.
Posto ciò, se si mette il pennello che serve per ridare vita ai colori di un capolavoro a un incapace che prima di ora l’unico rapporto con la pittura lo ha avuto ridipingendo la porta del proprio bagno, inesorabilmente il danno è fatto. Paragonare, anzi, legare a doppio filo un’opera come Il Piacere, estetizzante, decadente, letterariamente possente, per quei tempi innovativa se non addirittura sovversiva, con un prodotto meramente industriale, di valenza narrativa artificiosa e letteraria nulla come Cinquanta sfumature di grigio, la cui nuova copertina de Il Piacere smaccatamente – e pure cafonescamente – rimanda, è cosa da arresto immediato, oltre che prova di ignoranza letteraria, editoriale e culturale tremenda. Le due opere non c’entrano nulla di nulla, e non è che il titolo di un’opera classica che rimanda a un qualcosa che, secondo alcuni (?) viene trattato con gran quantità di pessimo gusto in una storia contemporanea, possa giustificare qualsivoglia legame. Anzi.
Inoltre, temo pure che il proposito virtualmente nobile dell’editore, che ho riassunto in principio di articolo, possa in verità trasformarsi in un boomerang, per come una copertina così artificiosa – e pure brutta, diciamocelo chiaramente – del tutto svincolata dalla vicenda narrata e, soprattutto, dal senso generale dell’opera, rischi di confondere, irritare e allontanare chi – ingenuamente quanto si vuole ma tant’è, ogni editore ha i lettori che si merita! – non sia affatto preparato allo stile dannunziano e, in generale, alla letteratura classica italiana. Ci può essere qualche lettore delle Cinquanta sfumature che, attratto da quella copertina, leggerà e si innamorerà di D’Annunzio? Me lo auguro vivamente. Ci sarà qualche lettore delle Cinquanta sfumature che, attratto dalla suddetta copertina, leggerà D’Annunzio convinto di trovarci qualcosa di simile al suo libro preferito e invece no, ci troverà una storia dotata d’un lessico “conforme al comportamento e all’educazione da esteta di Andrea Sperelli: pregiato, quasi artefatto, aulico e molto elaborato, in particolar modo nella descrizione degli ambienti e nell’analisi degli stati d’animo. Si prendano ad esempio l’uso di troncamenti, o le forme arcaiche e letterarie, come nel caso di articoli e preposizioni articolate. Anche se l’eloquenza e la ricercatezza tendono ad appiattire il registro verbale, come succede per l’uso di metafore e comparazioni che talvolta complicano ed intensificano momenti carichi di tensione. La sintassi è prettamente paratattica, in grado di rafforzare la tendenza all’elencazione, alla comparazione, all’anafora, e la prosa è ricca, allusiva e musicale, tanto da assumere una funzione espressiva più che comunicativa. Inoltre, l’autore usa fare riferimenti a opere letterarie e artistiche per conferire un tono più elevato al romanzo, senza prescindere da vocaboli in inglese, greco, tedesco, francese e latino.” (dall’articolo Il piacere (romanzo) di Wikipedia) – insomma, trovandoci qualcosa di a dir poco antitetico al tomo grigiamente sfumato, finendo per restarne disgustato e diffondendo in giro tale sua impressione? Non me lo auguro affatto, ma lo temo assai.
Infine: in copertina, d’Annunzio con la “d” minuscola. Non è preposizione di origine nobiliare (come Lorenzo de’ Medici o Honoré de Balzac) ma iniziale del cognome, ergo va scritta maiuscola, nonostante a volte lo stesso Vate si firmasse con la minuscola. Beh, altro che arresto: siamo prossimi al patibolo, con questa superficialissima scelta (non mi vengano a dire che sapevano che D’Annunzio si firmasse con la minuscola, che non ci crede nessuno!), e alla prova probante che i cosiddetti “grandi” editori italiani, al giorno d’oggi, sono quanto di meno capace di maneggiare la vera letteratura vi sia in circolazione. Purtroppo per la letteratura stessa, per la lettura, la cultura, e per noi tutti.

Come ti propino la cacca per oro. Ovvero: grandi editori e buona letteratura, l’antinomia è sempre più drammatica…

Ecco, ci risiamo!
Per l’ennesima volta una grande casa editrice, storica, prestigiosa, stimata, di quelle poche che, nell’immaginario collettivo e per l’opinione pubblica, rappresenta “la” letteratura in Italia, “il” mondo dei libri, della lettura e della relativa cultura, ha pubblicato un libro circa il quale trovare recensioni positive è impresa a dir poco ardua – e intendo recensioni, ovvero impressioni di lettura, redatte da siti e blog di appassionati che veramente leggono i libri, non sto parlando dei vari e numerosi critici prezzolati dei media istituzionali, spesso legati a doppio o triplo filo (industriale, economico, politico e chissà che altro) con le case editrici.
Avrete forse capito che sto parlando di Cinquanta sfumature di grigio, di tal E.L.James, edita da Mondadori: volume già definito il best seller dell’estate 2012, lanciato con un battage pubblicitario milionario e con i soliti slogan super-altisonanti (“Scopri il libro di cui tutte parlano”, ad esempio, e cose del genere) ma, appunto, sul quale in rete fioccano i commenti decisamente negativi, per non dire rabbiosi su come tutte le aspettative abilmente generate dalla macchina pubblicitaria attorno al libro siano sostanzialmente aria fritta (eccone una ben dettagliata, delle tante recensioni negative; e per par condicio, un articolo di tono opposto tratto da un media “istituzionale”). Perché è di ciò che si parla: di un libro imposto come “grande” non per un suo effettivo valore letterario, ma per un’abile campagna pubblicitaria, ugualmente che per uno yogurt, un gadget trendy o un disco di musica commerciale.
Ora, sia chiaro: prendo a pretesto questo volume dacché vi si sta disquisendo sopra in questo periodo. Di esempi passati – altri libri, altri generi, altri editori – se ne potrebbero fare a decine, anche se il “fenomeno” è in palese crescita proporzionalmente al passare del tempo, ed è facile capire il perché, proseguendo in questa disamina.
Inoltre, al solito, de gustibus. Il libro può piacere o non piacere, come è logico che sia. Non è questo in discussione. E nemmeno è in discussione che la Mondadori faccia uscire libri del genere: liberissima di farlo, liberissima di comporre anche l’intero catalogo con boiate illeggibili, ci mancherebbe.
In discussione è il senso del tutto, e di inevitabile rimando, il senso del pubblicare libri oggi, ovvero del produrre letteratura, dunque, e mica tanto indirettamente, del diffondere buona cultura.
In discussione è lo spendere cifre altissime per pubblicizzare con modus operandi mediatici contemporanei – il che significa soprattutto televisivi e consumistici – libri di dubbio valore letterario spacciandoli, anzi, imponendoli come capolavori o poco meno, comunque letture che “non si possono non fare“.
In discussione è l’evidenza palese che questo comportamento editoriale (e/o industriale) dimostra come anche l’editoria oggi si muove seguendo regole e strategie che nulla hanno a che vedere con la cultura e invece tutto con la finanza, l’economia del mercato consumistico, il capitalismo industriale meno virtuoso possibile: quello che serve soprattutto a fare più soldi possibile a scapito di qualsiasi altro aspetto del lavoro editoriale, insomma.
In discussione è la tristissima realtà che denota come le grandi case editrici, quelle che in passato hanno concretamente generato e formato, forse più che ogni altra cosa, il livello culturale del paese, oggi se ne sbattono altamente di ciò, di tale loro compito un tempo “istituzionale”, e pensano soltanto, lo ribadisco, a fare cassa. Forse perché anch’esse sono finanziariamente dissestate come molte altre realtà industriali, forse perché vedono quanta poco gente legge, qui, e per questo non vanno troppo per il sottile, cercando di vendere più roba possibile, puntando alla quantità e tralasciando ormai totalmente o quasi la qualità. Peccato, però, che se la gente legge sempre meno, è anche perché le si propina emerite vaccate pseudo-letterarie spacciandole per “grandi storie” le quali, piuttosto che creare nuovi e buoni lettori, creano meri consumatori dalla mentalità da hard discount, per i quali un libro, un reality show o una rivista di gossip sono praticamente la stessa cosa; peccato che, negli ultimi decenni, si è trattato e manipolato la materia letteraria/editoriale con gli stessi modi con cui si è trattato la televisione e i mass-media, coi risultati che oggi abbiamo tutti davanti agli occhi. Alla fine è del tutto evidente come sia tutto un circolo vizioso, bieco e inevitabilmente decadente: e fare della letteratura (come, appunto, della TV, dei giornali e di qualsiasi altro elementi di natura culturale) un bene di consumo, un oggetto come un altro, un prodotto industriale che deve generare soldi, guadagno, profitti e non ciò che sarebbe ovvio, cioè altra cultura, significa distruggerla. E’ come andare lungo una strada con un aereo: per un po’ si andrà velocissimi, certo, ma un aereo è fatto per volare, non per andare come un automobile, e dunque prima o poi sorgeranno i problemi e si avvierà un inevitabile declino.
Eppure, la grande casa editrice che volesse pubblicare un libro-cacca fatto apposta per vendere (dunque un mero prodotto industriale), in fondo potrebbe anche farlo, lo ribadisco: a patto che poi, con i guadagni ricavati, essa sapesse investire dove c’è chi veramente produce ancora autentica letteratura, dove c’è chi sperimenta nuovi linguaggi espressivi, ricercando nuovi autori di valore, gente che sappia mantenere viva la fiamma letteraria… Ecco, se facessero questo, le grandi case editrici, potrebbero pure pubblicare tutte le boiate di questo mondo: ne sarei felice.
Invece, quanto sopra non lo fanno più. Fanno cassa, fanno soldi e basta, il loro interesse è divenuto l’utile di bilancio a fine anno. Sono diventate, le grosse case editrici, come le banche, le multinazionali, i potentati economico-politici, i media “di regime”.
E questo, oltre che tristissimo, è anche terribile. Perché, in una situazione oligarchica come quella che contraddistingue il mondo editoriale italiano, significa che si stanno suicidando, loro (e fin qui nulla di male: se lo sono cercato!), ma che stanno uccidendo pure le piccole e medie case editrici e tutte le altre realtà che, tra mille fatiche e sacrifici, fanno ancora autentica letteratura, fanno ancora talent scouting, fanno insomma ciò che le grosse case editrici non fanno più.
Dunque, vorrei chiudere questa mia disamina con una semplice ma fondamentale domanda:

coi soldi spesi per la produzione editoriale di questi libri-patacca (diritti, traduzione, promozione, diffusione: cifre da svariati zeri!), quanti autori italiani di autentico valore, esordienti, emergenti, talentuosi, sperimentali, innovativi, si sarebbero potuti produrre?

In un paese nel quale 2/3 della popolazione non legge nemmeno un libro all’anno, si possono fare solo due cose: o tentare di guarire la lettura (e dunque la letteratura, e il lavoro editoriale) malata con “medicine” benefiche, che ne risollevino lo spirito e l’essenza, o le si succhia a fondo tutto quanto c’è ancora da succhiare badando solo a ricavarci il più possibile, in tal modo cannibalizzandola e ammazzandola definitivamente.
A quanto pare, certe grandi case editrici, hanno scelto questa seconda opzione. Alla faccia nostra.

(P.S.: l’immagine in testa al post si riferisce ad uno dei tanti articoli apparsi in giro per il web sulla vicenda d’un tizio che ha cercato di trasformare la cacca in oro. Beh, quale casuale eppure azzeccata similitudine! Comunque, se vi interessa la notizia relativa, cliccate sull’immagine per leggerla.)